Secondo il World Economic Forum entro il 2030 grazie all’IA un mestiere su cinque sarà sostituito, trasformato o creato ex novo. Significa 170 milioni di nuovi posti e 92 milioni cancellati. Il saldo resta positivo, a patto di rimanere al passo con la formazione. Le competenze green sono rare, gli ingegneri ambientali e gli specialisti di rinnovabili molto richiesti. Ma conteranno ancora flessibilità, leadership e pensiero creativo.
La domanda che si pongono dalle parti di Davos non è più dove lavoreremo, ma cosa resta da fare. Scorrendo le quasi 300 pagine del rapporto del World Economic Forum sul futuro del lavoro basato su un’indagine condotta su oltre 1.000 datori di lavoro in 55 diverse economie, si ha infatti la sensazione di guardare un trailer di un film dalla trama assai complessa, in cui i protagonisti sono alle prese con sfide sempre più complicate senza risposte a portata di mano né soluzioni pronte all’uso.
Con l’IA si aumenta la produttività per restare competitivi
Per capire di cosa stiamo parlando basta guardare all’intelligenza artificiale generativa. Dopo il lancio di ChatGPT, la sua adozione è esplosa, trasformandosi da fenomeno per nerd e start-up a una rivoluzione che riguarda tutti noi. Le aziende, dal canto loro, non hanno perso tempo: hanno integrato l’IA nei loro processi produttivi per abbattere i costi, aumentare la produttività e garantirsi un futuro competitivo. Così, sia che cerchiamo idee su cosa indossare per un aperitivo sia che abbiamo bisogno del sunto di documenti complessi, coltiviamo pochi dubbi sul fatto che l’intelligenza artificiale sarà per gli impiegati un po’ quello che i trattori sono stati per gli agricoltori. Uno strumento di liberazione da attività ripetitive e a basso valore aggiunto.
La transizione eco è un’opportunità anche lavorativa
Ma non di sola IA si tratta. Se infatti le macchine sono il simbolo del futuro distopico, la transizione verde rappresenta l’utopia. Ridurre le emissioni, creare infrastrutture sostenibili, trasformare l’industria: suona come il sogno di Greta Thunberg. Eppure il rapporto mostra che questo cambiamento è tutt’altro che equo. Le competenze green sono rare, molto richieste e spesso inaccessibili ai lavoratori comuni. Gli ingegneri ambientali e gli specialisti di energie rinnovabili sono le rockstar della sostenibilità, ma che ne è degli operai che lavorano nelle fabbriche di carbone? Per non parlare delle professioni cosiddette clericali, come segretari, contabili, grafici, che stanno rapidamente scivolando verso l’irrilevanza.
Saldo positivo: 78 milioni di nuovi posti di lavoro
Quella che stiamo vivendo insomma somiglia a una mutazione per pochi, e non tutti stanno salendo sul treno. Il rapporto del World Economic Forum quantifica il fenomeno: entro il 2030, un lavoro su cinque sarà sostituito, trasformato o creato ex novo. Questo significa 170 milioni di nuovi posti di lavoro creati e 92 milioni cancellati. Il saldo tuttavia resta positivo, ossia 78 milioni di nuovi posti di lavoro. La chiave per aprire la porta del futuro quindi passa attraverso due fattori.
Competenze tecnologiche ma con abilità prettamente umane
Il primo è la formazione. Non è un caso che il Wef ponga l’accento su due parole in particolare, reskilling e upskilling, che significano semplicemente riuscire a essere rilevanti in un mondo che cambia, imparando cose nuove e aggiornando quello che già sappiamo. In particolare, l’attenzione dovrà concentrarsi tanto sull’automazione, cioè il trasferimento di compiti alle macchine, quanto sul potenziamento delle capacità umane attraverso l’integrazione con la tecnologia. Tradotto, le organizzazioni dovranno lavorare per costruire una forza lavoro capace di combinare competenze tecnologiche avanzate con abilità prettamente umane, creando un equilibrio tra innovazione digitale e valore dell’uomo. Questo resta un aspetto chiave. Non a caso nella top 10 delle abilità chiave per affrontare il futuro ci sono soprattutto le soft skills, come pensiero analitico, resilienza, flessibilità, capacità di adattamento e di leadership, pensiero creativo, motivazione e autoconsapevolezza.
Collaborazione per evitare eccessivi divari di competenze
Il secondo fattore è la collaborazione. Come sottolinea Saadia Zahidi, managing director del World Economic Forum, «l’azione collettiva nei settori pubblico, privato e dell’istruzione è essenziale per affrontare i crescenti divari di competenze. Dobbiamo agire ora per preparare le forze lavoro a queste transizioni, garantendo percorsi equi e inclusivi verso i mestieri del futuro». In altri termini, insieme si può: dipende da noi e dalla nostra volontà comune.
Scenari geopolitici: occhio alla provincializzazione globale
Ed è proprio qui il limite. Se prendiamo in considerazione i nuovi scenari geopolitici, c’è poco da stare allegri. Come sottolinea il rapporto, le tensioni tra Stati Uniti, Cina e altri attori globali non stanno solo cambiando la diplomazia, ma anche il modo in cui lavoriamo. Il ritorno delle produzioni in patria (la famosa rilocalizzazione) potrebbe sembrare una vittoria per i lavoratori locali. Ma in realtà aumenta solo la frammentazione: più barriere, meno scambi, meno ricchezza e meno innovazione condivisa. Una sorta di provincializzazione globale, dove ognuno si chiude nel proprio giardino e spegne le luci sul resto del mondo. Alla fine, quello che emerge dal rapporto è un gioco di vincitori e vinti. I vincitori? Coloro che riescono a cavalcare l’onda della tecnologia, che sanno adattarsi alla velocità della luce e che investono costantemente nel proprio brand professionale. E i perdenti? Chi fatica a stare al passo con un sistema in costante evoluzione. Un ulteriore campanello d’allarme di fronte a una popolazione che invecchia sempre di più.
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