«Dovremmo andarcene oggi perché Trump vuole il lungomare?»

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«Vogliamo tornare a Gaza, ma siamo preoccupati dal piano» annunciato dal presidente americano dice una donna rifugiatasi al Cairo. C’è ila possibilità che al Sisi ceda alle pressioni della nuova amministrazione americana, aprendo il valico di Rafah e accogliendo i palestinesi nel Sinai

«Noi vogliamo tornare a Gaza, vogliamo ricostruire la nostra casa ma siamo anche molto preoccupati dal piano annunciato da Trump». La voce di Rehaf è ferma, sicura, mentre arriva dall’Egitto, paese nel quale ha trovato rifugio con parte della sua famiglia prima che il valico di Rafah fosse occupato dagli israeliani lo scorso maggio.

Suo padre è malato oncologico, è stato evacuato un anno fa, suo fratello è stato ferito ad una gamba dall’esercito israeliano mentre provavano a spostarsi con la macchina verso sud. Entrambi però attendono l’apertura della frontiera per tornare indietro ora che il nord è accessibile.

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«La nostra casa è stata distrutta, pochi giorni fa l’unico fratello rimasto nella Striscia è andato da Rafah a Gaza a piedi e ci ha mandato le foto: non c’è più nulla, solo macerie ma hanno messo insieme le cose recuperabili e hanno fatto una baracca lì» racconta ancora Rehaf. L’attaccamento alla terra dei gazawi è cosa nota dopo quasi 20 anni di assedio totale sono ancora lì e chi è riuscito a scappare nei primi mesi dell’operazione israeliana nella Striscia ora vuole tornare, proprio come la famiglia di Rehaf.

La situazione in Egitto 

Inoltre la vita in Egitto è dura per i palestinesi. «Noi non usciamo dal quartiere, facciamo fatica ad integrarci e per fortuna mio marito ha trovato lavoro dopo diversi mesi» ci racconta Jumana, che ha passato il valico di Rafah nell’aprile del 2024 insieme al marito e alla figlia di due anni e mezzo, quando, racconta, «ha potuto bere acqua pulito dopo mesi». Vivono alla periferia del Cairo, in una zona dove ci sono molti palestinesi e dove integrarsi è difficile: «Mi sento assediata qui al Cairo così come lo ero a Gaza, per il mondo è difficile avere a che fare con noi palestinesi, soprattutto per quelli di Gaza», aggiunge Jumana.

Come in altri paesi arabi nelle più importanti città le manifestazioni di sostegno al popolo palestinese non sono mancate, il regime di al Sisi le ha però represse con la forza e centinaia di arresti, schierando inoltre l’esercito lungo il confine con la Striscia di Gaza dichiarando subito dopo il 7 ottobre 2023 che il Sinai non avrebbe accolto i gazawi, minacciando di ritirarsi dal Trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979.

La posizione di al Sisi 

Il Sinai per al Sisi è una regione delicata, posta sotto lo stato d’emergenza dal 2021 per la presenza di gruppi legati all’Isis e alla parte più radicale della Fratellanza Musulmana, fuori legge in Egitto dopo la destituzione dell’ex presidente Morsi e il colpo di Stato dello stessoal Sisi nel 2013, oltre alla presenza dei beduini che si oppongono al regime centrale. Tutti insieme hanno fatto salire la tensione nella regione e la presenza dei palestinesi di Hamas, anche loro fanno parte della Fratellanza Musulmana, aumenterebbe la pressione sul regime.

Eppure l’impressione per gli analisti politici è che l’Egitto potrebbe cedere sotto la pressione di Trump che minaccia ripercussioni economiche da parte degli Usa e per un’economia in difficoltà come quella egiziana resistere non è semplice. Nel 2024 ha ricevuto 1,3 miliardi di dollari dagli Usa in aiuti militari e 57 miliardi di dollari da Fondo monetario internazionale, Unione europea, Arabia Saudita e paesi del Golfo, in particolare gli Emirati Arabi stanno investendo molto per cercare di far crescere la loro influenza al Cairo e limitare quella dei sauditi.

Senza quei soldi il sistema politico egiziano, che si basa sulla presenza capillare dei militari in tutti gli aspetti della vita e delle istituzioni, potrebbe crollare insieme a tutto il regime, facendo precipitare nel caos un paese importante per la stabilità dell’area e che controlla il Canale di Suez, riportando al 2011 le lancette dell’orologio, a Piazza Tahrir e al grande movimento che chiedeva libertà, elezioni e democrazia.

Aprire Rafah e accogliere i palestinesi nel Sinai potrebbe salvare il regime dalla bancarotta ma quella stessa deportazione dei palestinesi potrebbe essere la scintilla per nuove proteste contro il regime, destabilizzandolo dall’interno.

L’ombra di Trump 

Il piano dei paesi arabi del quale ha parlato re Abdullah di Giordania dopo il colloquio con Trump sarà presentato non prima del 27 febbraio e ci sarà da capire quali punti prevederà e se Trump e Netanyahu saranno pronti a sostenerlo.

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L’ostilità che Jumana e gli altri hanno incontrato in quest’ultimo anno non è in contrasto con la solidarietà delle piazze, che chiedono che i palestinesi possano avere una terra propria e vivere in pace, mentre molti sanno anche che quello che è accaduto in Giordania e in Libano in passato può accadere di nuovo qui: una crisi sociale e economica causata dalle centinaia di migliaia di profughi palestinesi.

«Questa non è la nostra terra, noi non vogliamo andarcene da Gaza. Non siamo andati via dopo decenni di occupazione, assedio e guerra, dovremmo andarcene oggi perché un presidente americano vuole costruirci il suo lungomare? Non ha senso», chiosa Jumana.

Sicuramente questo è uno dei momenti peggiori nella storia del popolo di Gaza e una deportazione di massa chiuderebbe definitivamente la prospettiva per la formazione di uno stato palestinese.

© Riproduzione riservata



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