17 Feb L’umanità divisa tra vizi e virtù
Nel complesso contesto che viviamo quotidianamente diventa cruciale ridefinire la figura della persona, la sua natura, perché non esiste più un concetto condiviso. In passato, al contrario, l’essenza era ben chiara ed essa era il motore di ogni azione. Oggi manca sempre più un punto di partenza.
È da questa riflessione che prende spunto il Card. Gianfranco Ravasi per il suo ultimo saggio dal titolo “L’Alfabeto dell’uomo”, in cui suggerisce un itinerario tra i fondamenti dell’esistenza umana, tra i vizi e le virtù che sono le due dimensioni dell’uomo. La nostra umanità, infatti, si gioca costantemente nell’eterna tensione tra vizi e virtù, tra la via facile del piacere immediato e quella ardua della rettitudine. Eppure, questa contrapposizione tra bene e male non è solo un gioco di prospettive, ma l’essenza stessa del nostro essere. L’Alfabeto dell’uomo ci parla dell’uomo che, quando cede al vizio, precipita verso strade ripide e pericolose, ma quando alza lo sguardo, desidera risalire e percorrere la via delle virtù.
La lettura si pone come una guida che tenta di ricostruire un orientamento etico in un’epoca in cui il confine tra vizi e virtù è così debole che sembra essersi dissolto, ma non verso l’immoralità bensì verso in un’indefinibile zona grigia di amoralità. Quando i vizi sono ormai privi di una qualità morale riducendosi a questioni psicofisiche, si arriva a uno stato di indifferenza. Oggigiorno, ricorda il Card. Ravasi, regna una nebbia etica, dove i confini tra bene e male sono provvisori. Proprio per questa condizione è imprescindibile riscoprire le categorie etiche di base per capire la vera essenza della persona umana. “Alla radice del vizio e della virtù ci sono esigenze primarie dell’essere umano”, questa considerazione è essenziale perché allontana l’alone di moralismo intorno ai vizi e rende le virtù più attraenti, valorizzando la libertà umana.
La morale tradizionale, con la sua rigida classificazione tra peccati e virtù, appare oggi un concetto superato, quasi un’eco di altri tempi, che si può tener conto per la letteratura dantesca o la catechesi. Tuttavia, il forte dilemma legato alla scelta morale resta attuale e ineludibile. Kant, alla fine della Critica della Ragion Pratica, ricordava che solo due cose suscitano in noi un senso profondo di meraviglia: il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi.
Nel libro, in cui sono elencati e descritti i vizi capitali e le virtù cardinali e teologali, viene anche sottolineato come la tensione tra le due vie opposte – la “porta stretta” della virtù e la strada agevole del vizio – attraversa la storia del pensiero, da Esiodo ai Vangeli. Oggi si tende a considerare i vizi come disturbi della psiche, riducendoli a sindromi da curare con la terapia. Il peccatore diventa un paziente, e lo psicoterapeuta prende il posto del confessore. È un approccio fuorviante poiché non tutto può essere ricondotto alla sola dimensione psichica. La libertà umana, ad esempio, non si limita a ciò che si può fare, ma implica anche ciò che si deve fare: è una struttura profonda dell’essere, non un semplice stato mentale. Allo stesso modo, le virtù non sono solo concetti appartenenti a un passato remoto, ma elementi sostanziali dell’identità e della crescita personale. L’esempio più pertinente è quello della giustizia: non è solo un concetto astratto ma anche qualcosa che si applica concretamente. Pertanto, le virtù non sono intransigenti: sono identità personali che fanno parte dell’essere umano e del suo alfabeto.
L’illusione contemporanea per cui ognuno può fare ciò che vuole senza conseguenze, senza alcuna responsabilità personale entra in collisione con una realtà dove il male si mostra in forme nuove: guerre, violenze, indifferenza. In un contesto sempre più complesso e vario probabilmente andrà aggiornato l’elenco di vizi e virtù, ma la questione di fondo resta immutata: ogni scelta porta con sé una responsabilità, e l’essenza stessa della nostra umanità persegue il costante tentativo di liberarci dal male.
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