Siria: dopo la conferenza di Parigi

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La conferenza internazionale sulla Siria promossa dal presidente francese Macron ha indicato quanto sarebbe importante l’esistenza dell’Europa e di una sua politica mediterranea. L’azione di Macron era tesa a stabilizzare la Siria, rafforzare iniziative giudiziarie e aumentare l’aiuto umanitario in questo drammatico passaggio storico che minaccia sempre di fare della Siria un buco nero che affaccia sul Mediterraneo.

Le scelte americane al riguardo, quando Trump si deciderà, saranno altrettanto importanti. A Parigi però c’erano Arabia Saudita, Bahrain, Egitto, Giordania, Libano, Iraq, Kuwait, Qatar, Oman, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Spagna, Italia, Canada, Giappone, Turchia, Nazioni Unite, Lega Araba e Consiglio di Cooperazione del Golfo. Ci vorrà un po’ di tempo per capirne i veri risultati soprattutto economici, ma il fatto stesso è di enorme rilievo.

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Non altrettanto purtroppo gli sviluppi paralleli e in certo senso connessi. Perché i problemi permangono e il passo di Macron apre una prospettiva ma non la garantisce, anche considerata la complessità politica in cui opera la nuova leadership siriana.

Richiesto di una valutazione sulla situazione mediorientale Henry Kissinger rispose con una sola parola: “complessa”. E alla successiva richiesta di elaborare un po’ il suo pensiero, di chiarire il senso della sua risposta, arrivò a due parole: “molto complessa”.

Il discorso mancato di Ocalan

Difficile non essere d’accordo con lui, almeno su questo, ma questa complessità è anche “semplice”, può essere capita cercandone il bandolo, il solo che può aiutarci nella ricerca di una soluzione. E questo bandolo sta nell’idea di “nazione”. Ecco perché per capire i problemi della Siria mi sembra che sia indispensabile partire dalla Turchia; tutto sommato il problema sta nel riassetto del territorio di quello che è stato l’impero ottomano e se i problemi politici e ideologici che sono stati alla sua base venissero colti e compresi si comincerebbe a vedere il nodo e quindi si potrebbe meglio cercare la via d’uscita.

Purtroppo, mentre a Parigi il battere un colpo “europeo” apriva una speranza, qualche speranza è andata di nuovo delusa; l’atteso discorso di Ocalan sulla rinuncia alla lotta armata da parte del suo partito, il Pkk, non c’è stato. Il suo ventisettesimo anno di detenzione è cominciato senza le novità che si erano pur prospettate.

Quel discorso, si sussurra, potrà sempre essere fatto il 21 marzo se maturassero le condizioni politiche, la grande festa del capodanno curdo sarebbe il giorno opportuno: questo conterebbe moltissimo perché avvierebbe a soluzione il problema di cosa sia una nazione, sempre in balia degli opposti estremismi. Ma più passa il tempo più la speranza si assottiglia. È da anni che Ocalan sembra sul punto di pronunciarsi, poi tutto rientra. Per tanti motivi, abbastanza elementari. E il Pkk oggi opera da Siria e Iraq.

Vale la pena di soffermarsi subito su questo, perché gli opposti estremismi si vedono tutti, a occhio nudo: la mattina in cui Ocalan doveva fare il suo storico annuncio, cioè sabato scorso, un giudice turco, di buon’ora, ha condannato il sindaco di Van, oggi importantissima città curda, per propaganda sovversiva: dunque lui va in prigione mentre a Van ci va il commissario prefettizio, ovviamente turco.

Intanto alcuni leader del Pkk, il partito di Ocalan, avrebbero fatto sapere che loro non avrebbero accettato gli ordini di Ocalan se il loro capo non fosse stato prima liberato e autorizzato a riunirsi con loro. Questi sono gli opposti estremismi, in mezzo c’è l’idea di rinunciare alla lotta armata e chiedere per i curdi turchi quei diritti di cittadinanza che gli dovrebbero competere per il fatto stesso di esistere.

L’idea di rinunciare alla sovranità curda è ormai diffusa, ma serve un’autonomia, ma i turchi non cedono. E questo allontana la pace in Siria, dove il governo centrale chiede ai curdi di sciogliersi nell’esercito nazionale.  I fatti sono dunque connessi e tutto deriva da un terribile equivoco che accompagna quelle terre, tutte, dal 1798, quando giunse sulle coste egiziane la spedizione napoleonica. E se non si risolve quell’equivoco non si uscirà dal ginepraio, dalla violenza, dall’odio.

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Un’idea di nazione

Per tradurre il proclama napoleonico alla popolazione locale che conteneva gli intendimenti della spedizione, occorreva anche dire chi lo firmava: la Repubblica francese? Repubblica è un termine che da quelle parti non esisteva. La nazione francese? Anche nazione è un termine che non esisteva. C’era però il vocabolo millet, che indicava le comunità di fede presenti nei territori del Sultano e sottoposte alla sua protezione: pagavano una tassa, pativano qualche discriminazione, e potevano svolgere secondo le loro leggi i loro affari civili. Rispetto ai non cattolici della cattolicissima Spagna, ad esempio, non era poi male.

Ma il mondo europeo si era evoluto, le guerre di religione archiviate. Così l’Ottocento da quelle parti seppe capire: nazione non è altro che l’indicazione di un sistema nuovo che indica il sovrano nel popolo. E il colonialismo? Quando gli europei che portavano l’idea di nazione si presentarono come colonialisti tutto sembrò perdere senso. Quale sovranità che viene dal basso c’era nel loro sistema coloniale, che creava stati sulla base dei propri intenti di spartizione?

Così il Novecento è cominciato malissimo: la nazione è un gruppo etnico, unico, con un capo, unico. Le due grandi correnti politiche che si determinarono furono una risposta che definiva quei popoli, quella cultura, contro l’Europa: i laici panarabisti combattevano il colonialismo europeo per creare una sola nazione di che parla arabo, i panislamisti vedevano l’urgenza di combattere il colonialismo culturale europeo, riaffermando l’islamicità di quelle terre, attraverso le leggi.

Panarabismo e panislamismo sono ormai due ideologie fallite, ma per sostituirle entrambe occorre riscoprire quell’idea di nazione che l’Ottocento aveva colto. E quindi capire la nazione come il prodotto di una sovranità che viene dal basso, non dalla primazia di un gruppo etnico o della propria fede, visto che in quelle nazioni molto spesso esistono gruppi etnici e fedi diverse.

L’accordo con i curdi, sebbene embrionale, magari parziale, avrebbe significato questo: far ripartire la storia e fare piccoli passi sulla nuova via: la Turchia è la nazione anche di cittadini di etnia diversa, come i curdi , o di religione cristiana o alevita. Se ci fosse stato questo raggio di luce, se fosse cominciata a finire la guerra tra turchi e curdi combattuta da entrambi, si sarebbero aperte porte nuove anche per la Siria, che ha un disperato bisogno di un accordo tra arabi siriani e curdi siriani.

Mancando quello, i curdi rimangono in armi e lo Stato rimane precluso anche a drusi e alauiti, loro tre nel comitato nazionale che prepara la nuova costituzione sin qui non ci sono. Uno sviluppo diverso avrebbe costituito un incentivo anche per l’Iraq a procedere nella sua organizzazione statuale su una strada di vicinanza tra diversi.

Che Erdogan, divenuto l’islamista nazionalista con velleità imperiali, possa davvero imboccare questa strada è molto difficile. Ma anche nel Pkk ci saranno gli estremisti, che non si fidano dei turchi, o che non vogliono rinunciare alla lotta armata che combattono soprattutto dalla Siria. E così il leader siriano rimane un panislamista, offre poche aperture perché non ne ha o non ricevendone non può darne abbastanza per gli altri.

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L’incontro tra lui e il leader curdo per la stampa locale sarebbe andato benino, ma poi sulle armi sono rimaste difficoltà e i generali turchi avranno reso il tutto più difficile. Così le Sirie rimangono due, e questo è molto problematico; ci sono quella sin qui governata dai curdi a oriente, con l’appoggio ora dubbio degli Stati Uniti e quella ufficiale, a occidente.

Cristiani in Siria

Chi ha ottenuto qualcosa a Damasco sono i cristiani, ai quali è stata riconosciuta una significativa presenza nel comitato preparatorio del Consiglio nazionale che dovrà organizzare i lavori dell’assemblea costituente. Ma questo non basta.

I cristiani non sono una minoranza, ma una componente della società siriana che ha bisogno di potersi confrontare con le altre, come le altre, e farlo nella pluralità delle idee, non solo delle confessioni. Ora si parla di un governo espressione di tutte le componenti della società siriana; dovrebbe essere varato a marzo, si vedrà. Ma è il passo decisivo di cui si sarà parlato a Parigi.

Caduto il panarabismo di facciata di Assad che discriminava i curdi consentendo loro solo di combattere i turchi, riunire tutti i siriani ufficialmente e sostanzialmente sarebbe essenziale, superando gli opposti estremismi; ci si deve liberare infatti anche del panislamismo che non cade senza una visione davvero plurale della società e della “nazione” da parte di tutti – e in questo il Pkk, che non è siriano, non aiuta.

Ma per arrivare a questo serve l’aiuto dei turchi, che non c’è, e rafforza l’estremismo nel Pkk, che pur non essendo siriano combatte di lì. Così i progressi non possono che stentare, ognuno è trattenuto dagli estremisti che ha dentro casa sua. E sperare che i turchi superino il muro ideologico del “nazionalismo malato” facendo qualche “concessione previa” è proprio difficile. Così la Siria rimane sospesa, le novità stentano, i tagli drastici a USAID hanno significato che da un giorno all’altro molti in Siria non possono più essere curati. Malati tornati a casa senza più cure.

Per fortuna la conferenza promossa da Parigi per stabilizzare e aiutare umanitariamente la Siria ha indicato la strada opposta. Parigi infatti tenta di svolgere un ruolo per aumentare gli aiuti umanitari e perseguire i crimini orrendi del trascorso regime, che sarebbe molto importante fossero accertati per evitare una giustizia sommaria contro gli alauiti, la comunità a cui appartengono gli Assad e molti loro gerarchi, le cui colpe vanno perseguite anche per liberare gli alauiti da un marchio collettivo pericolosissimo. I progressi futuri, se ci saranno, passeranno da Parigi.

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