Nella seconda metà degli anni Settanta studenti, insegnanti e genitori cattolici si sono impegnati ad essere presenti negli organismi di partecipazione democratica nella scuola: nel tempo si presentarono con successo, alle competizioni elettorali, liste composte da cattolici di diversa appartenenza associativa, grazie soprattutto all’iniziativa determinata e aggregante di adulti e studenti aderenti a Comunione e Liberazione e al Movimento Popolare.
Botte “democratiche” al fascista
Questa presenza capillare nel mondo scolastico italiano di liste caratterizzate da una precisa identità non era solo l’esito della volontà di essere presenti, ma anche di affermare il diritto di tutti a poter esprimere nella scuola la propria identità. Si intendeva promuovere un effettivo pluralismo nella scuola statale, cioè la libertà per tutti. Questo principio era affermato in contrapposizione alla pretesa di egemonia delle sinistre, sia quelle parlamentari che quelle extraparlamentari, inclini alla violenza fisica.
Anche negli anni Settanta, come oggi, per le sinistre i nemici erano necessariamente i fascisti, era definito “fascista” chiunque non la pensava come loro. Spesso anche chi non condivideva questa visione ideologica rozza e la sua pretesa egemonica restava passivo, avallando di fatto la negazione di un’autentica democrazia. Nel mondo scolastico erano all’ordine del giorno il picchettaggio violento che impediva l’ingresso a scuola durante gli scioperi e le assemblee dove non si poteva prendere la parola. Ricordo una assemblea all’Istituto professionale per il Turismo Bertarelli di Milano tenuta da un futuro brigatista applaudito incondizionatamente anche da molti docenti, mentre gli altri colleghi si erano rinserrati in sala professori.
La mozione contro il pestaggio
Per farsi un’idea del clima che si respirava può bastare un piccolo ma significativo esempio autobiografico. Era una sera d’inverno e si era riunito il Consiglio d’istituto del Bertarelli; ero membro del Consiglio d’istituto per la componente docenti, e insieme ad altri ho proposto una mozione che condannava fermamente un fatto avvenuto il giorno prima: un ragazzino di seconda, in assemblea, aveva detto di avere simpatie per il fascismo, e per questo era stato poi brutalmente picchiato dai suoi compagni appartenenti al collettivo di sinistra. Non sto a dire la motivazione della nostra mozione: era l’Abc del buon senso. Stiamo per metterla ai voti quando, come da regola, prende la parola il presidente del Consiglio d’istituto, che è un genitore accesamente di sinistra. Si dichiara contrario alla mozione perché, secondo lui, chiunque inneggi al fascio è un nemico da abbattere, se necessario anche con violenza: questa era la mentalità di certi genitori sinistrorsi.
Faccio un rapido conto e mi accorgo che siamo in minoranza, perché il voto del presidente vale il doppio in caso di parità. Realizziamo che il voto del consigliere del personale non docente, il bidello-custode della scuola, uomo di buon senso che sicuramente sta dalla nostra parte, è decisivo. Ma dov’è finito? Il tempo passa veloce, bisogna trovarlo. Una docente che è tra il pubblico per darci man forte lo ha visto entrare nel suo appartamento, che coincide con la portineria della scuola: bisogna farlo tornare! La collega parte in spedizione: lo troverà davanti a un fumante piatto di pasta asciutta. Gli spiega la situazione e la sensibilità per la nostra piccola causa la vince sulla pasta al sugo: il bidello rientra, vota e la mozione passa.
Torno a casa sfinita, consapevole di non aver cambiato il mondo e col dubbio di avere sprecato il mio tempo per cercare solo di far prevalere un barlume di ragione in un piccolo angolo di Milano.
«Si ricorda, prof?»
Passano gli anni, incontro per caso una ex allieva che mi riconosce e mi dice di ricordarsi tre cose di me: quando io e una collega ci siamo messe davanti alla scuola per far entrare i ragazzi che volevano far lezione ed erano impediti dai picchetti della sinistra, e quando mi ha aiutato a riappendere per l’ennesima volta il tazebao con il testo della mozione contro il pestaggio approvata (che veniva continuamente strappato). Poi lei si ricorda anche una cosa che io avevo quasi dimenticato. Cioè quando dagli studenti fu chiesto a me e alla collega di cui sopra di presiedere un’assemblea nella quale si sarebbero decise le regole per uno svolgimento più corretto delle assemblee studentesche. «Si ricorda, prof?», mi dice. «Le fu richiesto perché sapevano che avrebbe cercato di orientarci verso regole eque e democratiche». Non l’ho preso come un elogio alla mia persona, ma come il riconoscimento della nostra presenza a scuola, che si caratterizzava per l’intento di sostenere la libertà di espressione e più precisamente la libertà di educazione.
Concludendo: nella vecchiaia si hanno due tentazioni, la prima è di ripetersi “ai miei tempi era meglio”, la seconda è fare proprio l’adagio ”non cambia mai niente“. Sono piuttosto avvertita rispetto a questi modi di leggere la storia, tuttavia bisogna ammettere che il secondo adagio contiene qualche verità: vedo che nelle scuole ancora impera la semplificazione ideologica, per cui di qua ci sono i buoni e di là i cattivi. Questa inclinazione a guardare la realtà in modo irrealistico e schematico deve stimolarci a metterci al lavoro con pazienza con i ragazzi, da poco usciti dalla semplificazione infantile del mondo, consapevoli che è grave che pure molti adulti sostengano questa falsa visione del mondo.
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