Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per una ventina di giorni pubblichiamo le inchieste de “I Siciliani”, ringraziando la Fondazione Fava che ci ha concesso la divulgazione
Catania avrebbe potuto essere una delle città più prospere, felici e civili del Mediterraneo poiché ha tutto quello che una città può desiderare per essere felice nel significato più moderno della parola.
Anzitutto l’incomparabile clima determinato dalla presenza di un’unica immensa montagna quasi a strapiombo sul mare, un clima nel quale le piogge, i venti, il sole, il caldo e il freddo sono quasi mirabilmente temperati. Le sue riviere sono d’incomparabile bellezza: al nord una distesa di scogliere drammatiche, ininterrottamente frastagliate da golfi e insenature, al sud una spiaggia di venti chilometri, con la rena purissima, un bosco naturale fino ai primi contrafforti di Agnone.
Alle spalle si spalanca la più grande e fertile pianura dell’isola, così vasta da potere ospitare qualsiasi opera dell’industria umana, dalle colture intensive alle fabbriche, dagli aeroporti agli aranceti. In questa pianura c’è spazio per tutte le attrezzature possibili di una metropoli, dagli stadi, ai campi di calcio, agli eliporti, ai circuiti automobilistici, agli ippodromi. C’è tutta l’acqua che si vuole poiché, a metà, essa è solcata dal fiume più grande della regione.
Su tutto s’innalza la mole dell’Etna che è quasi un’invenzione fantastica della natura, una catena di montagne alpine emerse dal mare, con la neve, i boschi, le vallate immense, il fuoco sulla cima, le pendici che degradano dolcemente in colline sempre più delicate e fertili, a loro volta popolate da paesi di mirabile bellezza architettonica.
Paesi ricchi, oltretutto, perciò mansueti ed allegri, alcuni dei quali addirittura costituiscono altrettanti centri di cultura o di civiltà contadina, artigianale, folkloristica. Valutate dunque Catania, con questa periferia che corre da Paternò, Belpasso, Nicolosi, Pedara, Trecastagni, fino ad Acicastello ed Acireale ed avrete una autentica metropoli da un milione di abitanti, che le occasioni storiche ed una specie di istintiva inventiva umana hanno costruito armoniosamente sull’ultimo declivio dell’Etna. Una armonia urbanistica tanto più stupefacente e perfetta in quanto dettata dalle necessità sociali, e nemmeno immaginata dall’uomo, con i boschi, i giardini d’agrumi, le campagne che separano il centro dalla periferia.
Ora tracciate una serie di rette che uniscano i grandi poli produttivi ed i grandi mercati dell’Europa e dell’Africa, e scoprirete che esse si uniscono e confluiscono quasi tutte su Catania la quale dunque è anche al centro di tutti i potenziali interessi, di tutte le direzioni economiche e mercantili che percorrono il Mediterraneo. In ipotesi Catania dovrebbe essere il cuore del Mediterraneo.
Nella realtà è la citta italiana che ha più fallito il proprio destino. Il suo porto dovrebbe essere il terminal di tutta l’Europa per gli scali dell’Africa e del Medioriente; il suo aeroporto l’approdo di tutti i traffici internazionali; la sua pianura pullulante di opere ed attrezzature civili, industriali, sportive, il nodo di tutti traffici terrestri dell’Isola; la sua spiaggia celebre come quella di Biarritz, e più popolata delle famigerate due adriatiche; la sua riviera un paradiso turistico fino a Taormina, l’Etna rigogliosa di strade, parchi, impianti sportivi e turistici; la sua agricoltura all’avanguardia tecnica e produttiva in tutti i settori.
La sua università infine dovrebbe essere il centro motore della cultura, proprio in quel punto magico in cui due civiltà si incontrano, cioè l’altissima scuola in cui la scienza sofisticata dell’Europa (medicina, matematica, ingegneria, ricerca nucleare, giurisprudenza, chimica) si offre all’apprendimento delle nazioni africane. Che diavolo può pretendere di più una popolazione umana per realizzare la propria personalità civile, se non gli uomini capaci di realizzarla?
Catania non li ha avuti! E una città che ha avuto tutto dalla natura e dalla storia, persino la ventura di essere popolata da una razza intelligente, astuta, tanto paziente quanto avida, capace dunque di ogni invenzione e fantasia, ma non è riuscita ad esprimere una classe politica. Questa la tragedia, questo il fallimento. Guardiamola infatti com’è questa città! Il suo porto è miserabile, senza alcuna attrezzatura moderna, con i fondali sempre più bassi, le banchine sempre più strette, quasi avulso dalla città, una specie di lager marittimo dove il cittadino non può nemmeno entrare.
L’aeroporto, meteorologicamente il più agibile d’Europa, è strozzato ad est dalla spiaggia ed a ovest dalla ferrovia, con una pista troppo corta e quindi vietata a qualsiasi traffico transcontinentale. La ferrovia costituisce un oltraggio. E come se le ferrovie dello stato avessero deciso di prendere quotidianamente a pedate in faccia Catania. Un solo binario verso il sud, uno solo verso il nord, e uno verso Palermo e le città dell’interno.
La stazione è la più laida, sporca, ignobile, disattrezzata, miserabile e brutta di qualsiasi altra città italiana. Nella zona residenziale e panoramica della città, dove Catania potrebbe avere la sua più grande e splendida piazza a mare e realizzare due porti turistici, incombe, a guisa di un gigantesco e lugubre brinale, il deposito locomotive.
Un minuscolo capolavoro di perfidia per completare: le ferrovie da anni si rifiutano di demolire un osceno caseggiato che strozza la parte terminale del viale Africa. Non lo so, cercate voi un’immagine diversa.
A me viene soltanto questa: un ometto che si chiama Catania, il quale sta dritto sull’attenti e tremebondo dinnanzi ad un omaccione che ogni venti secondi gli spara un calcio in faccia. E se l’ometto fa un lamento, subito gli rifila anche due rapidissimi schiaffi. Per quale via dovrebbero passare i traffici commerciali di Catania e di tutto l’oriente siciliano, le esportazioni delle merci, dei prodotti agricoli, chimici, industriali, artigianali, se l’aeroporto è ancora quello dei trimotori ad elica, il porto uno stagno, la ferrovia un cappio da patibolo?
Reclusa e respinta da ogni parte, Catania soffoca nel suo interno per mancanza di spazio. Da vent’anni si parla dell’asse attrezzato, la superautostrada urbana che avrebbe dovuto letteralmente sorvolare il centro e la periferia smistando vorticosamente il traffico esterno ed interno, allacciando i terminal delle autostrade e collegando le zone nevralgiche della città: gli ospedali, le cliniche, i grandi uffici pubblici, le zone universitarie, gli impianti sportivi.
Tutte le altre grandi città, italiane hanno realizzato autostrade urbane che sono capolavori di ingegneria, a Bologna, Genova, Milano, persino a Napoli. A Catania zero! Pare che abbiano intenzione di realizzare ora un primo tratto di tre chilometri che, essendo troppo corto, e non potendosi quindi collegare ad alcuna altra arteria terminerà nel vuoto. Gli automobilisti lo potranno percorrere a cento all’ora, in due minuti, e quindi precipiteranno nelle sciare di Nesima. Del resto quali ospedali, quali università, quali grandiosi edifici pubblici, quali impianti sportivi dovrebbe collegare questa superstrada urbana?
Gli ospedali sono fetidi luoghi di premorienza, gli uffici pubblici sono intanati in mille posti diversi, quello che dall’odore sembra un gabinetto pubblico, in realtà è l’ufficio anagrafe. Impianti sportivi pubblici, tranne l’ignobile stadio del Cibali e la piscina della Plaja, non esistono, c’è un campo di calcio in notturna a piazza Europa ma ogni tanto qualche centravanti viene arrotato da un autotreno.
L’università è frantumata, disseminata in ogni angolo della città, alle lezioni di medicina gli studenti assistono in cinquecento, seicento alla volta. gli uni a cavalcioni degli altri, talvolta costruendo delle acrobatiche piramidi umane; una volta se ne sfasciò una durante una lezione di chirurgia e nello stomaco del paziente, dopo tre mesi dalla guarigione clinica, vennero ritrovati un orologio, due biro una cicca e un volantino delle BR.
Non esistono spazi di parcheggio, nè garage multipiani, il piano regolatore è approvato quasi da vent’anni e non si è riusciti a elaborare ancora nemmeno i piani particolareggiati, sicché il lungomare è una successione di spazzature, l’edilizia è bloccata a Nesima, Ognina, al Rotolo, a Cibali, e nelle zone essenziali della città. In tutta la plaga catanese sono in corso attualmente, e con dieci anni di ritardo, soltanto i lavori per tre opere pubbliche: il raccordo autostradale con il casello di S. Gregorio, la tangenziale fino all’autostrada per Palermo e la nuova aerostazione.
Oltre venti miliardi di lavori pubblici, stanziati già da tre o quattro anni per la realizzazione di strade e scuole, soprattutto nei quartieri più poveri della città e quindi laddove la scuola dovrebbe essere un freno sociale alla violenza, sono bloccati dalla insufficienza di progetti, dal ritardo dell’iter burocratico, dal mancato reperimento delle aree. C’è un esempio quasi allucinante. Riguarda quell’opera pubblica per la quale, negli anni Cinquanta, Catania venne indicata come protagonista di una autentica rivoluzione urbanistica: il risanamento del San Berillo. Qui non intendiamo riferire o riesaminare alcune delle tormentate vicende giudiziarie che hanno accompagnato e avvelenato la realizzazione di questa opera, né cercare di capire se vi furono intrallazzi o corruzioni, e quanti miliardi furono vanificati, e imbrogli commessi, e chi fossero i responsabili. Alcuni dei protagonisti sono morti, la magistratura ha scritto milioni di parole in anni di indagini, in decine di decisioni, istruttorie, rinvii a giudizio, processi, sentenze. Il nostro vuole essere un discorso più semplice e perciò appunto allucinante.
Il risanamento del San Berillo venne deciso dal Comune nell’anno 1950 con una storica seduta del consiglio municipale, e subito ratificato dalla Regione che, per rendere possibile l’opera, varò appunto una legge speciale. Si trattava di distruggere, anzi letteralmente sradicare, il quartiere più miserabile della città, acquattato nel centro come una specie di fetido cancro, trasferire trentamila persone in un altro quartiere appositamente costruito sulle colline di ponente, e quindi realizzare al centro una grandiosa strada quartiere che non avrebbe avuto paragoni in tutta Europa per eleganza, imponenza e funzionalità civile. Il cuore economico di tutto il territorio: banche, istituti di credito e di assicurazione, palazzi pubblici, enti culturali ed artistici avrebbero trovato sede in questa splendida arteria di marmi pregiati. Parve logico che le si desse il nome di «city».
Passarono cinque anni prima che la legge regionale diventasse esecutiva, ed altri due prima che il Comune, con un’altra seduta memorabile e con un voto unanime, per acclamazione, assegnasse all’Istica la favolosa impresa. Passarono ancora otto anni, tutto l’immenso quartiere era stato oramai demo lito, la popolazione trasferita, e il nuovo quartiere costruito già a metà, quando improvvisamente tutto si paralizzò. L’Istica accusava il Comune di non avere realizzato le opere pubbliche fondamentali, di sua competenza. Il Comune accusava l’Istica di avere maliziosamente disegnato strade e piazze, appropriandosi di migliaia di metri quadrati di suolo che si sarebbe invece dovuto destinare ad uso pubblico.
Quasi contemporaneamente entrò in vigore il piano regolatore che, avendo adottato criteri urbanistici più evoluti, impose naturalmente che anche il corso Sicilia rispettasse questa nuova disciplina nel suo disegno, nello stile e nelle volumetrie. In quell’immensa area dove avrebbe dovuto già essere viva la più splendida strada d’Europa, tutto si paralizzò definitivamente. Una specie di deserto lunare. Passarono altri cinque anni prima che la Regione dettasse le nuove norme costruttive, adeguate ai concetti urbanistici del piano regolatore. Ridotta la densità edilizia da diciotto metri a cinque metri cubi, venne imposto che solo il cinquanta per cento di quel territorio potesse essere destinato ad edilizia residenziale e commerciale.
L’altra metà doveva ospitare attrezzature urbanistiche di interesse pubblico, cioè una Casa della cultura con saloni, biblioteche, sale di esposizione La recita 308 artistica, sale di proiezione, apparecchiature scientifiche, impianti di traduzione simultanea, poi una grande chiesa, poi ancora una modernissima scuola, due autorimesse multipiani capaci di ospitare almeno mille vetture, e infine un teatro comunale di mille posti concepito in modo da potere mettere in scena qualsiasi spettacolo ed essere quindi il centro motore della cultura teatrale catanese. Con la stessa legge regionale venne affidato al Comune il compito di varare il nuovo progetto, cioè stabilire quali aree dovessero essere destinate all’edilizia privata, e quali alle attrezzature pubbliche. Ci vollero due anni prima che il Comune riuscisse ad inviare la bozza di progetto alla Regione, la quale si prese altri due anni per fare talune correzioni, scrivere qualche nota in calce, e finalmente, con decreto presidenziale, in data i marzo 1973, rendere esecutivo il progetto.
Si pensava che, a questo punto, con oltre dieci anni di ritardo, proprio in un momento in cui la paralisi edilizia aveva aggravato paurosamente l’intera crisi economica cittadina ci si avventasse letteralmente su quel progetto per realizzarlo: complessivamente un gigantesco affare da duecento, trecento miliardi che interessava l’intera città dal punto di vista sociale, economico, culturale, turistico, ottocento nuovi vani residenziali, 4500 metri quadrati di negozi, spazi verdi, fontane, nuovi parcheggi per migliaia di auto, teatri, scuole, impianti sportivi, un’occasione di lavoro per centinaia di tecnici, per migliaia di operai, finalmente la possibilità di completare un’opera iniziata venticinque anni prima e dare un volto al centro della città. Il più elegante ed anche il più coerente.
Nel 1974 l’Istica presentò il progetto del complesso edilizio di sua competenza che dovrebbe coprire l’ultimo tratto del corso Martiri della Libertà fino alla piazza della stazione. Palazzi. negozi, giardini, fontane, rimesse, piazze. Tomba! Come imbucare una lettera nella fessura di un sepolcro. Da quattro anni un silenzio totale. Migliaia di addetti dell’edilizia che avrebbero potuto trovare occupazione, hanno dovuto cercare scampo in altre miserabili attività (magari rubare automobili, o assaltare una banca) oppure migrare. Decine di grandi iniziative commerciali che a loro volta avrebbero dato lavoro a centinaia di persone, sono state vanificate.
Dei progetti di pubbliche attrezzature, non è stato fatto nemmeno un disegnino. La casa della cultura? Cos’è questa cosa buffa che si chiama cultura? A chi serve? A chi? Crediamo non esista, nella pur caotica, grottesca, spesso infame storia catanese del dopoguerra, un esempio così allucinante di incapacità. Che non è corruzione, stavolta, né incompetenza, e nemmeno bricconeria, o imbroglio, mistificazione, strafottenza, ma qualcosa di più arcano. Che sia minchioneria? Così la Catania pubblica, la Catania politica, la Catania degli interessi sociali e collettivi, è una specie di immenso cadavere che si stende su tutta l’intera città facendola lentamente putrefare. Ogni tanto un guizzo, un pianto di rimorso, un minuscolo lampo di fantasia, un’accusa, una zuffa, un dibattito pubblico, una tavola rotonda, un simposio nel corso del quale c’è occasione per uno scambio fulmineo di immense parole, rimproveri, insulti, ed alla fine per una riappacificazione generale con immediata ricaduta in stato di catalessi.
Per fortuna, dentro questo corpo inerte che è la capacità politica, continua a vivere violento e febbrile lo spirito catanese, mai collettivo, mai sociale, ma individualista, ognuno per i fatti suoi, inesauribile, infaticabile avido, allegro. E infatti tutto quello che l’individuo può fare lo fa più velocemente, meglio che in qualsiasi altra città, i villaggi residenziali in collina, le splendide ville private, le piscine, i campi di tennis, le fabbriche, gli allevamenti, le aziende agricole, i negozi e, incredibilmente, persino i teatri. E chi non ha la possibilità economica, culturale o tecnica di fare ville, piscine, teatri, fabbriche, fa quello che può, intrallazzi, scippi, chitarre, truffe, rapine, discoteche, estorsioni, contrabbando, prostituzione.
Così dentro il cadavere politico Catania vive la sua ineguagliabile vita personale, privata, individuale, come un ergastolano recluso da tutte le parti, dal cielo, dalla terra, dal mare, e che tuttavia nello spazio della sua prigione riesce tumultuosamente a vivere, creare, inventare, amarsi, recitare, cantare, insultarsi, persino picchiarsi e ridere.
E perciò accade che Catania non vive più in proiezione storica, il suo spirito non guarda al passato per misurarlo, e nemmeno all’avvenire per anticiparlo, ma semplicemente al presente, che è il suo presente, senza cioè nemmeno volgersi attorno per scrutare il presente degli altri, e quello che gli altri fanno, patimenti, errori, fallimenti, trionfi. Al catanese non gliene frega niente. Il catanese ha solo il suo presente, ineguagliabile, dentro il quale vive col respiro corto, centoventi pulsazioni al minuto come fosse continuamente scosso dalla febbre, dalla impazienza di avere tutto e subito.
Ecco perché, nel fallimento di uno splendido destino civile, il sogno e la possibilità d’essere il cuore del Mediterraneo, il denaro diventa la regola essenziale della vita e la violenza il suo stile. In fondo, che il teatro sia l’unica, straripante, genuina forza di cultura popolare a Catania, significa proprio che il catanese è costretto ogni giorno a recitare se stesso, a giocare con se stesso, e soprattutto a rappresentarsi per potersi ridere in faccia!
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