IL LIBRO “SU BENATZU” . 2 – Un territorio ricco di storia – Speleologi grotte e santuari – Giugno 1968 – La scoperta. – Nurnet

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di Angelo Pani

Un territorio ricco di storia

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Il tempio ipogeo di Su Benatzu si trova in un territorio che vanta un ricco patrimonio archeologico. La vicina grotta di Monte Meana, abitata dall’uomo seimila anni fa, ha restituito due pregevoli figure femminili scolpite nell’osso: a Pani Loriga, in un’altura che domina la fertile piana, sono visibili le tracce di un insediamento nuragico, di un villaggio abitato più tardi dai fenici e delle fortificazioni erette dai punici nel V secolo a.C. Poco più avanti, a Villaperuccio, menhir alti fino a sei metri sono sparsi tra i campi di Su Terrazzu e a ridosso delle abitazioni in una piana dominata dalle domus de janas di Montessu, scavate a partire dal terzo millennio avanti Cristo. Ai piedi del monte Tamara, resti di capanne e una sala delle riunioni circondano il pozzo sacro di Tattinu, risalente all’XI secolo a.C. Di poco precedente è la tomba dei giganti di Barrancu Mannu, Sa Rocca Fraigada, con la sua elegante esedra di massi ciclopici, posta a breve distanza da una grotticella naturale scavata nel granito che ha conosciuto una lunga pratica di riti esoterici. Risalendo la valle, a Pantaleo, i resti di un edificio termale di epoca romana fanno ipotizzare l’esistenza di un presidio militare. Restano da citare i tantissimi nuraghi: 78 torrioni e ruderi disseminati in un territorio di un centinaio di chilometri quadrati.

Speleologi grotte e santuari

La pianura di Santadi ha conosciuto la presenza dell’uomo fin dalle epoche più remote e ha restituito tracce importanti a partire dal Neolitico antico. Numerosi ipogei hanno conservato resti di ceramiche, schegge di ossidiana e tracce di antichi focolari, segno di una familiarità dell’uomo col mondo sotterraneo che, nella grotta Pirosu, è documentata dalla metà del III millennio a.C. e si è protratta sino alla fase finale della civiltà nuragica.

I resti di legno bruciato trovati nel santuario sono databili tra l’820 e il 730 a.C., un periodo che vide fiorire le colonie fenicie nelle coste del Sulcis e l’intensificarsi dei contatti tra il popolo nuragico e le genti provenienti dal mondo egeo. È probabile che l’abbandono della grotta risalga agli anni immediatamente successivi; da allora è iniziato un lunghissimo oblio che si è interrotto solo ai giorni nostri. Quando i punici installarono un presidio militare nella vicina altura di Pani Loriga non ebbero sentore del fatto che, a tre chilometri di distanza, era rimasta incustodita una grotta sacra dov’era accumulato un tesoro. A proteggere il santuario non fu soltanto la difficoltà di accesso ma anche un sempre più diffuso disinteresse verso gli ambienti ipogei. Col trascorrere del tempo subentrò una timorosa superstizione e a sancire il definitivo distacco fu il diffondersi della religiosità cristiana che associa la vita alla luce e al buio la morte.

L’interesse verso il mondo sotterraneo si riaccese solo nell’Ottocento. L’iniziale curiosità divenne nei decenni successivi scienza e pratica sportiva: la speleologia, che nell’Isola si sviluppò a partire dal secondo dopoguerra. I primi ad avviare la ricerca sistematica e lo studio delle grotte furono gli speleologi nuoresi che si formarono con Dino Giacobbe e Bruno Piredda (nel 1953) ai quali si devono importanti scoperte nel Supramonte e la valorizzazione della grotta del Bue Marino; l’anno successivo fu la volta degli algheresi guidati da Carlo Maxia, direttore dell’Istituto di Antropologia dell’università di Cagliari, che indirizzarono la loro attività verso la grotta di Nettuno, anch’essa valorizzata e aperta allo sfruttamento turistico; sempre nel 1954 venne fondato il gruppo Pio XI del gesuita padre Antonio Furreddu, al quale si deve la prima stesura del catasto delle grotte sarde. Nel 1955 venne costituito il Centro Spelologico Sardo al quale aderirono numerosi docenti universitari, studiosi di varie discipline e il Comando militare della Sardegna. Fin dall’inizio fu attivata una proficua collaborazione tra gli esploratori del sottosuolo e il mondo accademico. Sottoterra sono state scoperte nuove forme di vita e molte pagine del neolitico sardo sono state scritte grazie ai reperti trovati nelle grotte.

A Iglesias, terra di miniere e di grandi banchi di calcare risalenti al Cambriano, la speleologia arrivò più tardi, nei primi anni Sessanta, quando si costituirono il GruSi, diventato poi  associazione speleologica iglesiente (Asi), e il Clan speleologico iglesiente (Csi), collegato al gruppo Pio XI. Entrambe le associazioni rivolsero la loro attenzione prevalentemente sulle colline attorno alla città e sul Fluminese (Su Mannau). La palestra che ha formato la prima generazione di speleologi è stata Corongiu ‘e Mari, a ridosso del Marganai, eccezionalmente ricca di cavità, inghiottitoi e risorgive. Erano anni di esplorazioni irripetibili: se una cavità si apriva con un salto di pochi metri si era quasi certi che era ancora inesplorata. E dov’era più facile l’accesso si trovavano le tracce di antiche frequentazioni umane.

Col tempo vennero individuate nuove zone di ricerca e, nel 1968, l’Asi mise in cantiere una serie di spedizioni nel profondo Sulcis, a Santadi. Inizia qui la storia che ha portato alla scoperta del tempio nuragico di Su Benatzu.

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Giugno 1968

Nella memoria dei più, il 1968 è legato alle rivolte giovanili, alle università occupate e all’invasione sovietica della Cecoslovacchia ma di questi fatti solo un’eco lontana arrivava in Sardegna dove, agli inizi dell’estate, gli speleologi dell’Asi avevano raggiunto Santadi  inseguendo la notizia di una voragine che si diceva profondissima ma, in realtà, era poco più di una buca. Poco male, perché chiedendo informazioni alla gente del posto, i giovani avevano individuato un’altra cavità, la grotta Pirosu, che si presentava assai più promettente. Era a sei chilometri dal paese, raggiungibile percorrendo la strada provinciale che porta a Teulada, sulla collina che domina la piana di Su Benatzu. Il toponimo rimanda a terreni acquitrinosi e questo, nelle aree interessate da fenomeni carsici, può voler dire risorgive, inghiottitoi, grotte di grande sviluppo. Le informazioni precisavano che nessuno mai, a memoria d’uomo, aveva sfidato il buio e aveva superato il cumulo di pietre che delimita l’ingresso. Motivo di più per esplorare quella grotta.

La scoperta

Il 22 giugno quattro speleologi dell’Asi (Antonio Ghiani, Antonio Assorgia, Paolo Mei e Franco Todde) raggiunsero Santadi a bordo della Fiat Giardinetta del primo, l’unico patentato del gruppo. Altri tre (Sergio Puddu, Franco Tani e Paolo Urraci) arrivarono in pulIman e fecero a piedi la strada fino a Su Benatzu. Era un sabato e avevano tende e viveri per tre giorni. Dovevano esplorare la grotta Pirosu che avevano individuato la domenica precedente su indicazione di un abitante del posto, Ezio Littarru. Il primo giorno venne dedicato alla preparazione del campo e delle attrezzature poi, la domenica mattina, iniziò l’esplorazione.

Immediatamente dopo l’ingresso della grotta, i giovani incontrarono un primo ostacolo, un salto di due metri, davanti al quale si erano fermati fino ad allora quasi tutti i visitatori. Chi l’aveva superato si era fermato pochi metri più avanti.

Gli speleologi proseguirono costeggiando una muraglia addossata alla parete di roccia fino a raggiungere un piccolo terrazzo oltre il quale una grande frana scompariva nel buio. Erano massi scivolosi e grosse fenditure nella roccia ma chi fa speleologia è abituato a ben altro e i ragazzi dell’Asi andarono avanti senza problemi. Poco più in basso si resero conto che altri uomini, prima di loro, avevano sfidato il buio della grande sala. Uomini antichi che avevano lasciato frammenti di piccole anfore. «Alcuni erano di vasi con bocca a tese dei quali  ipotizzammo l’appartenenza alla cultura di Monte Claro», si legge in una relazione che i giovani dell’Asi scrissero nel dicembre 1968.

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Più in basso, dov’era «una grande confusione di grossi blocchi e pietrame minuto», poterono osservare altri frammenti. Proseguendo la discesa, gli speleologi videro, poggiato su un masso, un pezzo di metallo, «un frammento di scoria di materiale cuprifero» e poi, in fondo a una nicchia, deposti nei pressi di uno strato melmoso di guano e carbone, «otto vasi bruni (…) ciotole e ollette di pregevole fattura non decorate».

Per quanto non sia particolarmente lunga, la grotta presenta continue difficoltà per i passaggi pericolosi che si devono superare e l’esplorazione andò a rilento. Era ormai sera quando gli speleologi raggiunsero quello che ritenevano il fondo della cavità e c’era ancora molto da fare in quanto avevano trascurato alcune prosecuzioni individuate durante la discesa. A fine  giornata bisognava ritornare a Iglesias e, non potendo trovare posto in sette nella “Giardinetta” di Antonio Ghiani, si separarono: in quattro salirono sull’auto mentre gli altri, Antonio Assorgia, Sergio Puddu e Franco Todde, si prepararono a trascorrere la notte a Su Benatzu. Sarebbero tornati a casa l’indomani. Anche se il sole era già tramontato, fuori c’era un caldo afoso e in grotta si stava decisamente meglio, così i tre decisero di rimettersi al lavoro. Avrebbero ripercorso il tratto già esplorato, si sarebbero addentrati anche nei rami secondari e poi, se ne avessero avuto il tempo, avrebbero rilevato la cavità, un lavoro molto importante che richiede impegno e, di solito, regala poche emozioni. Mentre Sergio Puddu, armato di boccetta di vetro e aspiratore, si dedicava alla cattura dei minuscoli esemplari della fauna cavernicola, i due compagni iniziarono a rilevare il perimetro della sala centrale poi, come ha ricordato Antonio Assorgia in una relazione scritta sei mesi dopo la scoperta, «Un po’ stanchi dalla monotonia del rilievo decidemmo di sospenderlo e di esplorare la sala laterale che si apriva a Ovest dell’ultimo caposaldo. Erano circa le due di notte, sotto di noi la sala discendeva ancora verso l’incognito; ma anche lateralmente la grotta sembrava svilupparsi molto. Ci inoltrammo in un sentiero nero per il molto carbone quasi tracciato nel crostone stalagmitico del pavimento. La presenza della cenere e del carbone in ogni parte della grotta costituiva per noi un mistero. Proseguimmo lungo il sentiero reso viscido dall’acqua di percolazione; ora sotto di noi un piccolo salto di circa tre metri; leghiamo un cordino ad una stalagmite e decidiamo di proseguire in due, mentre l’altro un po’ affaticato ci avrebbe atteso sopra. Dopo il piccolo salto una bella galleria molto ornata, con il pavimento traslucido per il concrezionamento calcitico che ricopriva un precedente annerimento per residui carboniosi. Sicuramente eravamo noi i primi a calcare quel pavimento ora, poiché dietro di noi lasciavamo le tracce nere degli scarponi».

La stanchezza stava ormai per costringere gli speleologi a sospendere l’esplorazione. quando la luce delle lampade ad acetilene illuminò qualcosa di strano, di incredibile: una distesa di vasi, ciotole e pentole di terracotta, accatastati in tre grandi cumuli. Affidiamo il ricordo di quell’avventura alla testimonianza di Franco Todde, che non è più tra noi ma ha lasciato una documentazione fotografica del sito archeologico e una serie di dettagliati resoconti della vicenda. Quello che segue è il racconto pubblicato nel 1992 su Sardegna Speleologica.

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