Il lutto ha un costo sociale ed economico che non consideriamo – Alice Facchini

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In una società che si rifiuta di pensare alla morte, aggrappandosi a un progresso scientifico e tecnologico che dà l’illusione di poter vivere in eterno, il tema del lutto è un tabù. Eppure nel mondo ci sono 258 milioni di persone rimaste vedove, con tutte le conseguenze sociali e sanitarie che questo comporta.

Il lutto, infatti, può avere un effetto dirompente su chi resta in vita, causando disturbi psicologici e fisici. Diversi studi mostrano un aumento dell’incidenza di infarto e patologie del sistema cardiovascolare, ma anche di cancro e infezioni croniche, tra chi ha perso qualcuno. E poi c’è il “disturbo da lutto persistente complicato”, com’è definito nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Raffaello Cortina editore, 2023). La letteratura scientifica lo chiama “effetto vedovanza”: è più forte nel primo anno dopo la morte, poi diminuisce, con conseguenze sul resto della vita.

“C’è il giorno che piango di più e quello in cui piango di meno. Dicono che quando non piangerò più forse l’avrò superata. Ma non so quanto ci vorrà”. Luigina, 68 anni, ha perso il marito dopo 41 anni di matrimonio, due figli e cinque nipoti. “Per stare meglio non voglio prendere medicine, mi spaventano: di notte non dormo, e quindi di giorno non sono lucida, ma preferisco così”. Il tempo comunque aiuta ad accettare, a imparare cose nuove. Adesso mi sento diversa. Anche se mi manca da morire, non rivorrei mio marito nella mia vita”.

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Per la prima volta uno studio italiano condotto dall’università di Bologna insieme all’Inps approfondisce gli effetti del lutto sulla salute, analizzando un campione di quasi dieci milioni di pensionati vedovi con più di 65 anni. La morte del proprio partner aumenta il rischio di mortalità del 35 per cento tra gli uomini e del 24 per cento tra le donne, che si traduce rispettivamente nella perdita di 1,2 e 1,7 anni di aspettativa di vita. “Ci sono delle differenze significative legate al genere”, spiega la professoressa dell’università di Bologna Chiara Ludovica Comolli, che si è occupata della ricerca. “Gli uomini sono più colpiti perché in media hanno meno relazioni sociali, minore alfabetizzazione sanitaria e maggiori difficoltà nel prendersi cura di sé. Ma la percentuale varia anche in base al contesto territoriale, economico e sociale”.

Può sembrare controintuitivo, ma le fasce più fragili dimostrano una resistenza maggiore. L’effetto vedovanza, infatti, colpisce di più le persone appartenenti a classi sociali alte. Da un lato quelle delle classi più basse hanno più probabilità di attraversare momenti della vita stressanti e di avere meno risorse per affrontarli, dall’altro nelle fasce più benestanti c’è un sostegno sociale minore, e le entrate economiche perse con la morte del partner sono maggiori.

“È interessante il caso delle donne della fascia più povera, il cui rischio di mortalità diminuisce immediatamente dopo il lutto, per poi tornare alto dopo il primo anno”, continua Comolli. “Potremmo ipotizzare che sono loro a sopportare il carico legato alla cura del coniuge malato, e così, una volta morto il marito, sono sollevate dai loro doveri. Ecco perché nell’immediato le conseguenze del trauma sono inferiori: l’effetto negativo è rimandato. Negli uomini più poveri, invece, nel breve periodo le ripercussioni sono molto più forti”.

In generale, gli effetti maggiori del lutto si registrano nei gruppi con un rischio di mortalità in generale più basso. Una variabile essenziale è l’età: più si è giovani, più aumenta il rischio di morte dopo un lutto. In quei casi, la morte del partner è un evento più traumatico vista la sua eccezionalità, e si hanno meno probabilità di incontrare altre persone nella stessa situazione, che potrebbero aiutare. Inoltre, i giovani possono avere figli ancora da crescere ed essere più colpiti economicamente dalla perdita del partner.

“Mio marito si è ammalato molto giovane, ma dopo un percorso di cura non ce l’ha fatta”, racconta Ambra, che a 45 anni è rimasta sola con una figlia di undici. “All’inizio sono stata razionale e forte, poi sono crollata. Sia io sia la mia bambina abbiamo seguito un percorso di psicoterapia. Dopo un’esperienza così, ora sono poche le cose che mi mettono paura”.

Il sostegno del terzo settore

Oltre alle conseguenze sulla vita delle persone, il lutto ha quindi elevati costi sanitari per far fronte alle patologie che ne derivano, con ripercussioni sul sistema sanitario nazionale. In un contesto come quello italiano, caratterizzato da un rapido invecchiamento e da un numero crescente di famiglie composte da anziani soli, tutto questo diventa un problema sociale urgente. Nel paese, infatti, sono quasi 4,4 milioni le persone vedove (l’82 per cento sono donne), più del 7 per cento dell’intera popolazione. Eppure lo stato non mette a disposizione servizi di sostegno per chi ha subìto un lutto, e il supporto psicologico resta ancora un privilegio di chi può permetterselo. Non solo: il servizio non è incluso nei lea (Livelli essenziali di assistenza), mentre il sostegno psicologico per i familiari dei malati terminali sì.

Gli unici aiuti, al momento, arrivano dal terzo settore. “Non sapevo come muovermi dopo che mi è crollata addosso questa cosa”, racconta Eugenio, 66 anni, che nel 2023 ha perso la moglie per un tumore. “È stato devastante restare solo dopo quasi cinquant’anni insieme. Eravamo appena andati in pensione, finalmente eravamo liberi, avevamo tanti progetti. Se prima il futuro era ben delineato, ora è tutto un punto di domanda”. Eugenio parla lentamente, facendo una lunga pausa tra una parola e l’altra, come se ognuna avesse un peso ben preciso. “Il lutto ti spinge a lasciar perdere tutto, a isolarti. Un giorno mi hanno parlato dei gruppi di auto mutuo aiuto, è stato l’inizio di qualcosa di nuovo”.

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Da più di un anno Eugenio frequenta uno di questi gruppi a Vicenza, che si riunisce ogni due lunedì. “Chi non viene toccato dal lutto non si rende conto di cosa vuol dire”, spiega. “Sapere che ci sono persone che capiscono il tuo stato d’animo dà sollievo, c’è un ambiente in cui puoi parlare e sentirti ascoltato. Non ci sono frasi fatte, commiserazioni, consigli”.

Quello di cui fa parte Eugenio è uno dei tanti gruppi nati spontaneamente in Italia per affrontare la morte di una persona cara. Si tratta di spazi di condivisione e accoglienza, composti da persone che in un clima non giudicante vogliono sostenersi a vicenda. Non esistono gerarchie, l’unica regola è la riservatezza.

“In Italia le prime esperienze sono arrivate alla fine degli anni novanta”, spiega Viviana Casarotto del Coordinamento nazionale dei gruppi di auto mutuo aiuto per persone in lutto. “Adesso la rete conta più di 150 realtà, presenti in quasi tutte le regioni”. La maggior parte si riunisce in presenza, qualcuno online. Alcuni sono dedicati a lutti particolarmente difficili da elaborare: quelli per la morte di un figlio, un suicidio oppure una morte improvvisa o violenta. “La partecipazione è gratuita: in questo modo riusciamo a offrire spazi di ascolto anche a chi non avrebbe la possibilità economica di seguire un percorso di psicoterapia”, continua Casarotto. “Attraverso la condivisione cresciamo insieme attorno al dolore, creando nuove connessioni sociali. Oggi la solitudine è una grave minaccia per la salute mentale delle persone: per questo parlare della propria esperienza e ascoltare quella degli altri può essere terapeutico”.

Oltre alle complicazioni emotive, chi affronta un lutto deve fare i conti anche con questioni di tipo logistico. “Ho perso mio padre a dieci anni, poi quando ero adolescente mia madre si è ammalata di tumore al cervello: l’ho assistita per 15 anni, fino alla morte”, racconta Natalia Pazzaglia, fondatrice di Lasae, una piattaforma di sensibilizzazione sul tema del lutto. “Quando non c’è stata più ho dovuto fare i conti non solo con il dolore, ma anche con l’organizzazione del funerale e la dichiarazione di successione, le pratiche fiscali e previdenziali, i conti in banca, gli account digitali. A livello sanitario eravamo state accompagnate al fine vita, ma sul piano emotivo, pratico e amministrativo mi sono sentita abbandonata”.


Guardare in faccia la morte

Le culture occidentali dovrebbero creare uno spazio sano in cui parlare del lutto e contemplare collettivamente la mortalità, mentre le società africane dovrebbero restituire maggior valore alla sofferenza e alla morte.

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Dal 2022 Lasae (divisione italiana della piattaforma Legacy compass) supporta chi ha bisogno di consigli e orientamento tramite una newsletter, un podcast, eventi dal vivo e interviste a esperti. “L’accessibilità dei servizi legati al fine vita e al lutto dev’essere garantita a tutti, altrimenti il problema esploderà”, conclude Pazzaglia.

Tra le organizzazioni che in Italia forniscono sostegno psicologico a chi sta attraversando un lutto – in particolare traumatico – c’è la De Leo fund, fondata dallo psichiatra Diego De Leo dopo la morte dei due figli in un incidente stradale. Tra i progetti ci sono l’assistenza psicologica, una linea telefonica e una chat, i gruppi di auto mutuo aiuto e i laboratori creativi. Tutte attività aperte e gratuite. “I suicidi e le morti inaspettate o violente provocano un tipo di lutto diverso, perché non c’è alcuna preparazione”, spiega De Leo. “È un lutto che colpisce come uno schiaffo violentissimo, che ti lascia smarrito e sconcertato e da cui fai fatica a riprenderti, perché tutto quello che avevi pianificato per il futuro è completamente messo in discussione”.

Il lutto diventa ancora più difficile quando è un bambino a perdere una persona importante, come un genitore. “A volte gli adulti cercano di nascondere la verità, edulcorandola, o perfino mentendo su ciò che sta succedendo”, spiega Francesca Brandolini, responsabile del servizio di psicologia dell’associazione Vidas, esperta di cure palliative che più di quarant’anni fa ha aperto un servizio di accompagnamento al lutto. “I bambini percepiscono anche i non detti e hanno bisogno di dare un senso a quello che succede. Perciò è bene spiegare quello che avviene a poco a poco, non tutto insieme, usando le parole giuste a seconda dell’età. È importante legittimare tutte le emozioni, soprattutto quelle negative: è normale essere tristi, è normale piangere. Gli adulti non possono togliere ai bambini il dolore, ma possono prevenire lo shock e il trauma”.

Vidas forma gli insegnanti affinché possano spiegare il lutto ai bambini, mette a disposizione uno sportello psicologico gratuito e un gruppo di sostegno. Tra le persone che vi hanno partecipato c’è Ornella, 77 anni, di Milano. “Mia figlia è morta a 45 anni, lasciando un marito e due figli: io non sapevo cosa fare e a chi rivolgermi”, racconta. “La mia dottoressa mi ha consigliato Vidas. Ho avuto diversi colloqui, che mi hanno fatto prendere coscienza di questo dolore immenso”. Tra le cose che l’hanno aiutata di più, dice, c’è stata una lettura sul microchimerismo, ossia la permanenza nel corpo della mamma di alcune cellule del feto anche dopo il parto. “Il pensiero che dentro di me ci sia ancora un pezzettino di mia figlia mi ha consolato. Significa che non l’ho persa del tutto”.

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La morte nel mondo digitale

Mentre la scienza studia questo tipo di legami, la cultura digitale sta modificando la nostra relazione con la morte. Le pratiche legate al cordoglio stanno cambiando, lasciando spazio a nuovi rituali di commiato. Amici e familiari inseriscono sui social network filmati, foto e dediche al defunto, mentre nuove startup creano avatar che consentono di parlare con la persona che non c’è più. “Ognuno di noi ha una propria identità digitale, composta da tutte le informazioni che inseriamo sulle piattaforme”, spiega lo psicoterapeuta Antonio Loperfido, autore del libro Ti ricorderò per sempre. Lutto e immortalità artificiale (Edb edizioni, 2020). “Dopo la morte basta trasferire tutte queste informazioni su un robot, e il gioco è fatto”.

Facendo una semplice ricerca online si trovano già diverse agenzie funebri che offrono la possibilità di creare app o siti web commemorativi, o aggiungere all’urna fisica un’urna digitale per custodire i ricordi della persona che non c’è più. Attraverso programmi di realtà virtuale e aumentata durante il funerale è anche possibile passare del tempo con l’avatar del defunto.

“Le tecnologie danno accesso a un’esperienza della perdita vissuta in solitudine, che ha sostituito l’esperienza sociale, quella del cimitero”, spiega Loperfido. “Tutto questo rende l’elaborazione del lutto un processo cronico, perché in ogni momento si ha accesso al ricordo della persona morta”.

La metafora che ricorre più spesso nelle parole di chi ha subìto un lutto è quella di un buco che non può essere colmato, ma che comunque può contenere un principio creativo.

Anna, dopo aver perso il figlio di 17 anni in un incidente in moto, lo spiega così: “Il dolore non se ne va, non diminuisce con il tempo. Sei tu che cambi e intorno a quel vuoto costruisci qualcosa”. Dopo aver partecipato per anni agli incontri del gruppo di auto mutuo aiuto di Porto Empedocle, Anna ha deciso di formarsi per diventare facilitatrice, una figura che sostiene e stimola la discussione, mediando nei momenti più delicati. “Dopo tutto il dolore, la morte di mio figlio Giuseppe mi ha fatto un regalo, permettendomi d’intraprendere questo percorso e aiutare gli altri. Anche in seguito a un lutto, la vita ti chiede di essere vissuta, in ogni maniera”.

Alcune delle persone intervistate hanno richiesto di non rendere pubblico il proprio cognome per motivi di privacy.

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