di Augusto Ninni
Per dare una spinta decisiva all’economia del nostro Paese occorre adottare prima di tutto una politica industriale sulla scia dell’”energy trilemma”, ovvero che segua tre obiettivi in contemporanea: il miglioramento della competitività nazionale dell’Italia, il rafforzamento della sicurezza nazionale e il miglioramento della sostenibilità ambientale. Una politica industriale che va assolutamente coordinata con l’Unione europea, seguendo l’impostazione del Rapporto Draghi.
Questo coordinamento è tanto più probabile qualora si tenga conto di tre cambiamenti importanti che sono avvenuti o stanno avvenendo nel breve periodo: l’elezione di Trump e il cambiamento nello scenario economico mondiale, per cui nessun singolo Paese europeo ha la forza di operare da solo (e le possibilità di politiche congiunte europee con gli Usa, di cui si parlava sino a poco tempo fa, sembrano molto più difficili); la prospettiva di un probabile successo di Friedrich Merz alle elezioni tedesche di febbraio 2025, eliminando la necessità del ricorso a Christian Lindner, rendendo probabile l’abolizione del “freno del debito” e quindi l’opposizione tedesca all’uso della spesa pubblica come fattore di crescita in situazioni di difficoltà congiunturale (e forse all’uso di uno strumento di indebitamento comune, come nel caso del Next Generation Eu); lo sviluppo del re-shoring, causato dall’aggravarsi dell’incertezza nel contesto mondiale, che già negli anni scorsi ha visto la crisi delle catene globali del valore, ma che in Europa, date le dimensioni dei singoli Paesi, non può che svilupparsi a livello continentale (nearshoring). Il che implica tuttavia uno sforzo di coordinamento delle varie politiche nazionali.
Costo energia e competitività
Per quanto riguarda invece le destinazioni degli impegni di politica industriale, già da tempo l’economia industriale non prende in considerazione l’analisi settoriale, ma i comportamenti delle imprese insieme con l’ambiente complessivo e la fornitura di input che da questo derivano. Si è rivelato sbagliato sostenere che il problema dell’economia italiana era l’essere basata su settori arretrati, notando invece che essa si basava sui segmenti di maggior contenuto qualitativo all’interno dei settori considerati (e la concorrenza di prezzo non esisteva più). Il problema diventava nel caso italiano la bassa produttività totale dei fattori, e la variabile chiave diventava lo sviluppo e la diffusione del progresso tecnico, insieme con l’organizzazione e la comunicazione, oltre che naturalmente il funzionamento delle istituzioni. Per intervenire su questo aspetto “orizzontale” fu varato nel 2006 il Piano “Industria 2015”, che però non vide mai la luce, a causa del cambio di governo.
Di fatto l’approccio orizzontale è tornato alla luce, con il binomio Transizione Green e Transizione Tech del Piano Made in Italy. Nel primo caso, originato a livello europeo nell’ambito del Green Deal nel dicembre 2019, poi trasformato nel Fit-for-55 e, a seguito della guerra Russia-Ungheria, nel RePower EU, si prende in considerazione l’obiettivo della riduzione del costo dell’energia per la totalità delle imprese, oltre che la diminuzione delle emissioni di gas climalteranti e il miglioramento della sicurezza nazionale degli approvvigionamenti (la chiave di volta sono le energie rinnovabili).
Peraltro il problema di un costo dell’energia più alto per le imprese italiane e per quelle di altri Paesi, quanto meno Francia e Spagna esiste da tempo e ne intacca la competitività da molto prima dell’invasione russa. Si tenga presente che il costo dell’energia elettrica è (molto) minore del 10% sul totale del fatturato delle imprese non energivore, quindi è minore del costo del lavoro, ma colpisce tutte le imprese ed è ovviamente molto maggiore per quelle che operano nei settori energivori.
Tech Transition in ritardo
In questo caso sono sicuramente d’accordo su una posizione di “neutralità tecnologica”, che consenta anche al nucleare di essere preso in considerazione, anche perché la diffusione degli impianti delle rinnovabili incontrano un’opposizione locale particolarmente veemente (vedi il recente caso della Sardegna, in cui solo l’1% del territorio è considerato “idoneo”): non a caso l’intervento sul “permitting” è considerato molto importante all’interno del Net-Zero Industry Act (NZIA), il documento di politica industriale della UE che dovrebbe consentire di attuare il Green Deal. Nel caso invece della Tech Transition, il ritardo italiano nell’adozione e nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) è ascrivibile a numerosi fattori, ma incontra la disponibilità delle imprese, e quindi non c’è una “opposizione sociale” da superare. In questo quadro, l’Italia è tra i Paesi europei che nel 2023 e 2024 hanno meno utilizzato l’AI: peggio di lei solo alcuni Paesi dell’Est Europa. La differenza complessiva è la seguente: Italia 8,2%, media Ue 13,5%.
Ridurre il digital skill
C’è tuttavia motivo per ritenere che, essendo questa transizione coerente con le aspettative degli imprenditori e non dovendosi affrontare ostacoli derivanti dalla presenza di alternative, la tendenza sia verso una uniformità dell’adozione dell’AI in tutte le imprese e in tutti i Paesi, anche se con tempi diversi. Per l’Italia il problema principale – come in altri casi – è dato dall’assenza di una forza lavoro specificamente qualificata, a causa delle contenute competenze Stem tipiche dei laureati italiani (più basse rispetto alla media europea, anche se di poco).
I settori nel mirino
Passiamo ora ad analizzare brevemente i settori per i quali credo si debba sviluppare una politica industriale specifica. Il primo è il nucleare. Data la mia giovane età, ho vissuto le aspettative e gli aspetti organizzativi del programma nucleare degli anni Ottanta del secolo scorso, prima del referendum post Chernobil del 1987. In quel caso uno degli aspetti più interessanti e di maggiori prospettive era l’arricchimento tecnologico del Paese, con imprese fornitrici che miravano anche a liberarsi delle licenze: c’era quindi un aspetto di indipendenza tecnologica, oltre che meramente energetico. Credo che la compresenza di questi due obiettivi possa essere raggiunta, anche se nel medio periodo: ed è anche un ambito in cui USA e Cina possono lasciare libertà di iniziativa (e in ogni caso la francese Framatome è tuttora leader). A parte l’incertezza dei risultati, la controindicazione è il costo dell’iniziativa nucleare, che non a caso vede spesso protagoniste imprese di proprietà pubblica.
Il secondo è l’industria farmaceutica. Credo che pochi sappiano che il settore “Medicinali e preparati farmaceutici” sia il comparto a tre cifre con l’ammontare più elevato di esportazioni, pari a oltre il 7% dell’export complessivo italiano. Non solo: è tra le più estese in Europa, la sua produttività è cresciuta a tassi molto elevati ed esporta più del 90% di quanto produce, e il suo coinvolgimento nella R&S è tra i più estesi in Italia. D’altra parte, quasi il 60% delle imprese localizzate in Italia è di proprietà estera e la sua attività è fortemente legata alle catene globali del valore del settore. Inoltre nella normativa esistono alcune regole – il payback – che la penalizzano. Dato che ormai il settore ha assunto caratteristiche di leadership, strategico per tutto il Paese, conviene adottare una politica industriale specifica per il settore.
Il terzo è il settore automotive, tra i più importanti in termini di occupazione e di valore aggiunto, strettamente legato all’industria automobilistica tedesca, oltre che quella italiana, come fornitore di componenti, che ora si trova di fronte a due incertezze. La prima è la crisi dell’economia tedesca, da due anni in recessione, le cui vendite all’estero risentono fortemente del successo delle auto elettriche cinesi, e le cui vendite all’interno risentono del calo dei consumi finali delle famiglie.
A fronte di tutto questo, c’è l’incertezza sul futuro dell’adozione dell’auto elettrica, con il noto termine del 2035 per l’immatricolazione nella Ue di soli veicoli elettrici. Questa incertezza è generata da molti fattori (Trump, elezioni tedesche, elezioni francesi, dazi sulle auto cinesi, pressioni delle industrie automobilistiche nazionali), per cui qualsiasi proposta specifica urta contro lo spettro di una possibile irrilevanza quando le decisioni saranno prese. Tuttavia, data l’importanza del settore ma anche dell’avvenimento, ritengo sia il caso di mantenere una specifica politica settoriale, che intervenga quali che siano le decisioni prese a livello ufficiale.
Infine, ci sono settori manufatturieri per i quali non è prevista nel documento del Made in Italy una politica industriale settoriale. Uno di questi riguarda l’economia circolare, che è uno strumento potente per ridurre la produzione di rifiuti e quindi agevolare, riducendole, le emissioni di CO2. Sono già stati fatti diversi interventi nel settore del packaging, e occorrerebbe una politica che tendenzialmente riguardi tutta l’evoluzione dei rifiuti, compreso il loro utilizzo nei termovalorizzatori, rifiutati dalle comunità locali: anche in questo caso una revisione del permitting sarebbe benvenuta.
Le potenzialità del settore servizi
Una destinazione di cui si parla relativamente poco per quanto riguarda gli impegni di politica industriale sono i servizi. Eppure i servizi contano per quasi il 70% del valore aggiunto complessivo del Paese ai prezzi base, al netto delle attività non di mercato: lo scarso interesse di cui godono (salvo alcuni) in sede di politica industriale dipende dal fatto che solo una parte contenuta di essi opera sul mercato internazionale (normalmente si distingue infatti tra servizi tradable e non tradable), e in Italia con successo limitato e comunque inferiore al mercato potenziale. Se andiamo a vedere infatti le statistiche di bilancia dei pagamenti, notiamo infatti che l’ammontare dell’export (i crediti) dei servizi è molto inferiore a quello dei beni (nel 2023 135 miliardi di euro contro 626). Inoltre il saldo complessivo tra crediti e debiti è negativo (nel 2023 è pari a – 7,6 miliardi: peraltro è un miglioramento rispetto agli anni precedenti), a differenza di quanto avviene in quasi tutte le altre economie avanzate, con l’importante eccezione della Germania. Va poi considerato che una parte molto consistente dei crediti dei servizi è causata dalla voce “Viaggi” e quindi dal turismo (nel 2023 il 38%, ma nel 2021 – un anno dopo l’arrivo del Covid – era comunque il 24%), ovvero da una voce la cui valenza positiva deriva sia da risorse naturali sia da risorse artistiche e paesaggistiche provenienti dalla storia passata e su cui l’attività imprenditoriale più recente ha avuto un effetto certamente positivo ma per definizione più limitato.
In più il commercio internazionale nei servizi è aumentato fortemente negli ultimi anni – quasi il doppio di quello dei beni – e la quota di mercato complessiva italiana nei servizi arriva all’1,8 %
In particolare in assenza della voce “Viaggi” la massima parte delle altre voci dei servizi presenta un saldo negativo. Togliendo dalla bilancia dei pagamenti le voci relative ai “Trasporti” (come ci aspettiamo, negativa) e le due relative a “lavorazione su beni di proprietà di terzi” e “manutenzione e riparazione” (come ci aspettiamo, positive) abbiamo una visione più affidabile dei servizi tradable.
Quindi il saldo negli anni dopo la pandemia è costantemente negativo, con disavanzi più significativi in particolare nei servizi informatici (il cui valore aggiunto per addetto è di 86,9 migliaia di euro, la cui profittabilità lorda – MOL meno remunerazione dei lavoratori indipendenti rapportato al valore aggiunto settoriale – è del 41,4 % – le più alte nel settore dei servizi-, ma dove l’incidenza delle imprese estere sul valore aggiunto nazionale è del 31 %) e nel gruppo eterogeneo denominato “Altri servizi”.
Risulta in particolare un deficit nei servizi di consulenza manageriale e di pubbliche relazioni, di pubblicità e ricerche di mercato, nei servizi scientifici e in quelli connessi al commercio (strettamente correlato con la bassa internazionalizzazione attiva delle imprese italiane di commercio al dettaglio).
Vi è una certa concordanza di idee (ben sintetizzata nel Focus ON Sace, ““Export di servizi: buona dinamica, molte opportunità da cogliere”, scritto da Alessandro Terzulli, Marina Benedetti, Francesca Corti e Ivano Gioia, in collaborazione con Maddalena Conte ed Emilio Rossi dell’Osservatorio del Terziario Manageritalia2, febbraio 2024) nel ritenere che il mancato successo come voce di export (salvo il turismo) – e quindi la bassa competitività dipenda da una bassa produttività per ora lavorata. Questa a sua volta si ritiene derivi sia dal livello limitato di concorrenza in molti comparti dei servizi (a questo proposito ricordiamo tutti la lotta persa dal Governo Monti per l’abolizione degli Ordini professionali) sia dai problemi posti dall’eccesso di regolamentazione (tema comune anche a parecchi settori produttori di beni), sia dalla contenuta digitalizzazione (ma questo problema si ritiene che grazie al Pnrr possa essere almeno parzialmente superato) sia dalla momentaneamente scarsa diffusione dell’intelligenza artificiale. La diffusione di Ict comunque sta notevolmente migliorando, anche se rimane al di sotto della media Ue (Nota Stampa ISTAT del 17 gennaio su Imprese e ICT, anno 2024). Il maggior ostacolo, come nei settori manufatturieri, è però dato dal livello insufficiente di capitale umano con competenze digitali, che dovrebbe diventare anche in questo caso il principale obiettivo di politica industriale.
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