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Perché è importante aderire allo sciopero
Per una scelta valoriale: quella di far sentire la nostra voce critica su questa riforma, perché percepiamo la gravità del momento, non si può aspettare, tergiversare, tentennare, dubitare.
Per una scelta di metodo: perché partecipiamo e aderiamo all’Associazione Nazionale Magistrati, con tutto ciò che questo comporta, anche quando le sue proposte non sono quelle che avremmo preferito. La dimensione collettiva è un valore aggiunto rispetto a quella individuale, che, se le circostanze lo richiedono, può essere messa da parte. Del resto non esisterebbe alcuna dimensione collettiva se dovessero sempre prevalere le scelte individuali, in questo caso “collettivo” significherebbe mera aggregazione di occasionali convergenze anziché progettualità, costruzione, sintesi.
Scioperare può voler dire, nell’immaginario di qualcuno, arroccarsi per la difesa di un interesse personale, usare il disagio creato alla controparte come arma, e allora ecco che è incompatibile col modo in cui alcuni concepiscono il proprio essere magistrati, e in cui da fuori alcuni concepiscono la magistratura tutta.
Ma per altri, e noi siamo tra questi, scioperare vuol dire anche esporsi per una causa, metterci la faccia – noi, oggi – come altri, in altri momenti, ci hanno messo il salario; vogliamo pagarlo questo sciopero non solo con il denaro, ma anche perché sappiamo che ogni singolo rinvio ci costerà uno sforzo di recupero, sappiamo tutti che il lavoro di quel giorno non sparisce, si somma soltanto al lavoro di un altro giorno a venire.
Quindi ritenere lo sciopero incompatibile con la funzione giurisdizionale si riduce ad una questione di apparenza: non voler intaccare l’immagine di magistrato lavoratore, ma anche di magistrato che non è come gli altri lavoratori perché la Funzione viene prima del rapporto d’impiego, di magistrato che non è come gli altri cittadini perché ha un dovere di continenza, di apparenza imparziale, che non contesta le scelte legislative, anche quando le ritiene profondamente sbagliate. E poi sicuramente a qualcuno lo sciopero non piace perché non è chic, a qualcun altro non piace perché non gli piace contestare il governo, qualcuno non ha voglia di ricalendarizzare 40 fascicoli.
Quale che sia la ragione, sfugge a costoro un elemento, e cioè che noi, a differenza di qualsiasi altro lavoratore, non stiamo scioperando per noi stessi ma per la nostra funzione, che preferiamo chiamare servizio in favore dei cittadini, e per tutto il resto dei principi in cui, da cittadini, crediamo, primi fra tutti i principi costituzionali dello stato di diritto che oggi sono minacciati.
E quindi chi teme, scioperando, di non apparire dedito alla funzione, dovrebbe forse prima preoccuparsi di esserlo.
È difficile da spiegare al di fuori, e questo lo sapevamo, ma evidentemente è difficile anche spiegarlo a noi stessi.
Allora diciamo: ognuno in coscienza scelga il proprio modello di magistrato, scelga se lo sciopero gli piace o no come simbolo e come strumento.
Ma tutti chiediamoci se ci piace questa riforma, o se invece è doveroso, per il futuro dell’Italia, manifestare in modo incisivo il dissenso per mettere in primo piano gli effetti della riforma sull’indipendenza del potere giurisdizionale, e se riteniamo giusto farlo in forma collettiva, non in nome proprio ma nel nome del servizio giustizia che collettivamente esercitiamo, aderendo alla chiamata della nostra unica Associazione, già tanto delegittimata da attacchi esterni.
La redazione di Giustizia Insieme ha una specifica visione del magistrato: un magistrato umanista, pensante, attivo, che non cela ma difende il proprio posizionamento valoriale, che in quanto tale domani sciopererà e, come appartenente all’Associazione nazionale magistrati, sosterrà le ragioni, la bellezza, la giustezza di questa idea. Il che passa inevitabilmente per prendere una distanza dall’idea opposta.
Se questo può servire a pungolare qualcuno, ben venga, senza alcun intento derisorio o offensivo, non possiamo rinunciare a dire forte come la pensiamo solo per non rischiare di disturbare chi la pensa diversamente.
La tradizionale apertura della rivista a qualsiasi voce, anche dissenziente, oggi non c’entra nulla.
Questa è la nostra voce, ed oggi intendiamo usarla.
La Redazione
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