Ermenegildo Zegna: «Puntiamo sulle filiere e i brand. Prada valuta l’acquisto di Versace? Bene per l’Italia»


di
Daniela Polizzi

Il presidente e ceo: «Oggi abbiamo circa 30 aziende che compongono la nostra filiera e che ci danno la possibilità di realizzare al nostro interno oltre il 60% delle produzioni»

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«In un contesto ancora complesso, proteggere l’identità dei nostri marchi è la priorità assoluta». Gildo Zegna è alla guida del gruppo che fattura 1,9 miliardi e, malgrado le turbolenze di mercato, punta a ricavi tra 2,2 e 2,4 miliardi nel 2027.

Come si corre più veloci? 
«I clienti cercano il lusso senza tempo. Ma per poterlo fare bisogna avere la conoscenza del filo di lana, del tessuto, dei bottoni, di ogni singolo ingrediente, come nell’alta cucina. Ci vogliono 500 passaggi di mano nella nostra filiera per la lavorazione della lana, dalla pecora all’abito, complessivamente 18 mesi di tempo. Non tutti hanno un patrimonio cui attingere e la possibilità di gestire direttamente tutto il percorso, dalla pecora al negozio. Il lusso è soprattutto autenticità che noi ritroviamo nei nostri 115 anni di storia. In questo momento, il miglior consiglio è seguire sé stessi».




















































Nei momenti più difficili alcuni rallentano gli investimenti…
«Oggi investiamo circa 250 milioni l’anno, tra industria, negozi, ricerca e marketing. Non abbiamo mai rallentato».

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Avete puntato molto sulla filiera: continuerete a investire in Pmi? 
«L’essenza della filiera è l’eccellenza sviluppata grazie al ritmo lento. Ci sentiamo protettori della lentezza. Oggi abbiamo circa 30 aziende che compongono la nostra filiera e che ci danno la possibilità di realizzare al nostro interno oltre il 60% delle produzioni, di preparare i tessuti della più alta qualità salvaguardando l’unicità artigianale italiana. A Parma costruiamo una nuova fabbrica per le calzature — che per Zegna rappresentano già il 15% del fatturato — con l’obiettivo di portare in casa oltre il 50% della produzione: per noi è un vantaggio competitivo sul fronte della ricerca e dello sviluppo, nel servizio rapido, nella finitura. Questo ci consente di puntare sulla personalizzazione che per Zegna vale già oltre il 10% del fatturato. È un vantaggio reciproco: per la filiera è molto oneroso finanziarsi e un gruppo come il nostro la supporta contribuendo agli investimenti, tanti nella tecnologia — inclusa l’AI — e nella ricerca di talenti. È un know how invisibile costruito in diverse generazioni e che ora trasmettiamo alle imprese che lavorano con noi. Seguendo questa strategia abbiamo messo assieme la filiera della seta con Tessitura di Novara, del jersey con Dondi, dello jaquard con Ubertino, quella dei tessuti sportivi con Bonotto. Queste realtà, con anche il Cappellificio Cervo, si sono aggiunte al nostro lanificio».

La fase complicata per il lusso potrebbe spingere il made in Italy a unire le forze?
«Con Prada lo abbiamo fatto nella filiera puntando su Filati Biagioli Modesto e sulla maglieria di eccellenza Luigi Fedeli e Figlio. Patrizio Bertelli è un uomo di industria, per me è il miglior modello, bisogna imparare dai più bravi. E i più bravi salvaguardano le piccole imprese».

E le istituzioni?
«Il ministro Urso, assieme a Carlo Capasa della Camera della Moda e a Matteo Lunelli di Altagamma, si impegna molto per proteggere la filiera».

Zegna aveva costruito joint venture industriali con Armani, Versace, Ferragamo: cosa è rimasto? 
«L’amicizia».

C’è stato un giro vorticoso di stilisti nei gruppi del lusso. Come lo interpreta? 
«Se fossi un consumatore sarei disorientato. L’impressione è che i brand si siano a volte dimenticati del loro dna. La figura dello stilista è un tutt’uno con quella del manager. Deve conoscere la progettazione, il design, la modelleria, la confezione, la maglieria, il tessile, come si costruisce un capo su misura. Di stile e sogni non si vive, bisogna conoscere la filiera. Il modello ideale è il duo Tom Ford-Domenico De Sole prima in Gucci e poi in Tom Ford. Noi lo abbiamo replicato con Alessandro Sartori in Zegna».

Prada valuta l’acquisto di Versace, in questa fase critica vede più m&a? 
«Auguro a Prada di riuscire a riportare in Italia un marchio come Versace, sono gli unici che lo possono fare. Tifo per loro».

Avete acquistato Tom Ford Fashion e Thom Browne, qual è il progetto industriale? 
«Su Zegna vogliamo attrarre i grandi clienti del lusso con le nostre icone di stile senza tempo. C’è il progetto Villa Zegna che ora porteremo, insieme alla nostra prima sfilata fuori Milano, a Dubai, dopo Shanghai e New York con cui “esportiamo” i valori racchiusi nella Villa del fondatore a Trivero. È un modo anche per conoscere meglio il cliente e i suoi gusti e poi anticiparli. Thom Browne è al centro di un progetto di espansione dei negozi diretti che vogliamo accelerare. Mentre per Tom Ford la sfilata del nuovo direttore creativo Haider Ackermann ci ha confermato che il brand può diventare uno dei primi dieci marchi mondiali del lusso».

Teme i dazi di Trump? 
«Mi fa più paura l’incertezza che creano gli annunci».

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Qual è il valore del capitalismo familiare? 
«La comune passione nel sentirsi custodi dell’impresa e dei brand. La quotazione attraverso la spac di Andrea Bonomi e Sergio Ermotti è stata totalmente condivisa dalla terza generazione — Anna e Paolo siedono del board mentre Benedetta è director dell’Accademia — e dalla quarta già in azienda con i miei figli Angelo e Edoardo e i nipoti Francesco e Vittorio».

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30 marzo 2025 ( modifica il 30 marzo 2025 | 15:35)

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