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Private equity e borsa in tandem per le piccole e medie imprese italiane




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In Italia ci sono 224 mila imprese tra 10 e 250 dipendenti: le pmi, fulcro dell’economia tricolore. Eppure, di queste solo 425 sono quotate, per un totale di 705 milioni di euro di capitalizzazione di mercato. Mentre private equity, venture capital e private debt hanno in portafoglio quasi 3 mila aziende. Da questi dati è partito l’intervento di Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi, in occasione dell’assemblea generale dell’associazione di categoria tenutati ieri presso la sede di Assolombarda a Milano.

Il 99% delle pmi non ha avuto accesso ai capitali di rischio

In totale, solo lo 0,2% delle pmi si è quotato, mentre lo 0,4% è stato oggetto di investimento del private equity negli ultimi cinque anni. Morale: oltre il 99% delle piccole e medie imprese della Penisola non ha avuto finora accesso a capitali di rischio pubblici o privati, e fa affidamento perlopiù sul debito bancario. In Francia, mercato più prossimo a quello italiano, i valori di imprese quotate o oggetto di investimento del private equity raddoppiano o addirittura triplicano. «In Italia la raccolta rimane la parte più complicata dell’attività, anche se ci sono alcuni segnali confortanti e le performance del mercato risultano molto positive», ha precisato Cipolletta, ricordando poi che le imprese italiane «sono ancora strettamente legate al canale bancario: ma in realtà banca e private equity devono essere alleate e complementari, perché il fine ultimo di entrambi è la crescita e valorizzazione delle aziende».

Private equity e borsa: alleanza possibile

Così come il private equity non è nemico della borsa secondo quanto evidenziato da Federico Freni, sottosegretario al Mef, che ha inaugurato i lavori del congresso. «Non possiamo sperare realisticamente che tutte le imprese si quotino in borsa dall’oggi al domani», ha osservato il politico. «Alla borsa si arriva per step, e i capitali privati rappresentano uno di questi step. Noi vogliamo più quotazioni possibili, ma se non favoriamo i passaggi intermedi sperare che si passi in automatico dall’impresa familiare alla borsa è irrealistico».

In Italia, ha proseguito Freni, «c’è un capitalismo familiare che si appresta al passaggio generazionale: il punto di partenza è comunicare la necessità di comunicare agli imprenditori gli strumenti a loro disposizione. E l’apertura al capitale privato è uno di questi».

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La struttura del private capital in Italia

Per quanto riguarda il mercato italiano dei private capital, nel corso degli anni Aifi ha rilevato una specializzazione settoriale, con 24 operatori di private equity e venture capital domestici dotati di un focus tematico, di cui la metà sulla tecnologia. Inoltre, l’associazione di categoria sta registrando un ampliamento dell’offerta, con 15 operatori negli ultimi anni che hanno esteso le proposte di asset class, in alcuni casi configurandosi come piattaforme multi-asset. Quasi tutti i più importanti asset manager si dedicano ormai anche agli investimenti alternativi. «Questa eterogeneità sia a livello di tipologia di attività sia di dimensione degli interventi realizzati è fondamentale per coprire le diverse esigenze che caratterizzano il tessuto industriale italiano», ha concluso Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi. (riproduzione riservata)



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