Chi manovra il patibolo prima o poi ci finisce


Il giustizialismo è sinonimo di cretinismo. Nel nostro paesello dei datteri e dello zafferano per averne la prova c’è solo l’imbarazzo della scelta, basta guardare agli ultimi trent’anni di storia patria. Ma anche in Francia da qualche tempo non si scherza niente.

L’aspetto più spassoso della sentenza su Marine Le Pen, condannata in primo grado a quattro anni di carcere – due sospesi, due da scontare ai domiciliari con il braccialetto elettronico – e cinque anni di ineleggibilità con effetto immediato per appropriazione indebita di fondi europei, è proprio questo. E cioè che il meccanismo stringente e perverso che le toglie la possibilità di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027, dove partirebbe largamente favorita, è di fatto una sua creatura. E’ un po’ la sindrome di Robespierre, oppure, sempre per restare in ambito rivoluzionario – come ricordato nei giorni scorsi da Giuliano Ferrara in un editoriale sul “Foglio” di rara sapienza, a confronto del liquame polemico da osteria sboccato dai nostri giornali di destra e di sinistra – quella della ghigliottina che è uscita dalla rotaia e ha mozzato il cranio non al condannato, ma alla tricoteuse. Come noto, le tricoteuses erano le donne che passavano il tempo facendo la maglia sotto il patibolo dove i puri, gli onesti i migliori, gli incorrotti e incorruttibili tagliavano la testa, senza processo, a tutti quelli che non la pensavano come si deve. Ma poi, guarda un po’, la testa a cadere, anche in questo caso senza processo, è stata la loro. Immensa pedagogia della storia, per chi sappia e voglia leggerla e capirla.

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Procedura celere

 

Bene, la leader carismatica del Rassemblement national, dopo aver perso ben due ballottaggi con Macron – sarà per quello che gli sta così sul gozzo? – pagando in quello del 2017 il suo verbo antieuropeo e in quello del 2022 la sua fascinazione per Putin, ha pensato bene di impostare il terzo tentativo su temi più solidi, più radicali, più efficaci, ad altissimo tasso demagogico quali l’immigrazione, la sicurezza e, qui casca l’asino, la giustizia. E’ il classico argomento che viene sbandierato da chi ha pochi argomenti: i politici sono tutti ladri, quindi bisogna togliere tutte le immunità alla classe dirigente, quindi i magistrati sono tutti degli eroi che hanno sempre ragione e non sbagliano mai, quindi ci vogliono delle pene automatiche, immediate, inappellabili, severissime, esemplari, come dicono anche i demagoghi straccioni di casa nostra, che in quanto a demagogia e straccionismo non prendono lezioni da nessuno. Salvo però quando vanno al potere perché allora, come d’incanto, i giudici diventano tutti comunisti. Misteri.

Ed è proprio applicando questa stretta giustizialista voluta, supportata e votata dal partito della Le Pen che si è arrivati alla sentenza che fa fuori la Le Pen, che ora sbraita contro le mani lunghe del complottismo, ma che forse farebbe meglio a riflettere sulle gambe corte del giustizialismo e, appunto, del cretinismo. Perché se da una parte non va bene che un tribunale decida al posto del popolo non è nemmeno corretto che in nome del popolo si punti a una giustizia che non si ponga come garante dei deboli, ma anche dei forti. Basti pensare, a ennesimo sberleffo della stupidità politica della Le Pen e di quelli come lei – qui non è questione di destra o sinistra: come si sa, il demagogo e lo sciocco non hanno patria né confini – che il sistema giudiziario ipergarantista americano (almeno fino a oggi…) ha permesso a Trump (che proprio in queste ore sta dimostrando il suo livello di grande statista…) di passare indenne dall’assalto a Capitol Hill, tornare a candidarsi e addirittura ridiventare presidente degli Stati Uniti, mentre il sistema giudiziario ipergiacobino votato dalla Le Pen l’ha espulsa dal campo, lasciandole solo il margine strettissimo di un ricorso quasi fuori tempo massimo. E pure questa è una lezione.

Certo, adesso la Le Pen potrà cavalcare – operando un contorcimento spudorato, ma tanto la gente ha la memoria corta e tendenzialmente non capisce una mazza, ragiona per postulati e per ideologie – l’onda molto di moda della giustizia a orologeria, del complotto dei poteri forti, dello schiaffo alla volontà popolare, del colpo di Stato giudiziario-mediatico e bla bla bla, e magari ne trarrà anche grandi benefici. Ma la morale di questa vicenda ridicola e grottesca è che innanzitutto quando c’è da arraffare dei soldi pubblici a utilizzo privato c’è sempre qualcuno che allunga le zampe e poi, cosa molto più importante, che bisognerebbe avere il coraggio di ristabilire il principio che i politici, e i parlamentari in particolare, considerato il loro status, il loro ruolo, la loro funzione, andrebbero giudicati in prima istanza solo da loro pari. E che questo non significa affatto che siano una casta.

E bisognerebbe anche ricordare agli altri intelligentoni e cervelloni e premi Nobel del giustizialismo e del populismo e dell’asinismo e del cialtronismo destroide e sinistroide che questo principio, cioè quello dell’immunità parlamentare, è stato inserito nella nostra Costituzione (non è la più bella del mondo?) da loschi figuri, da nullità, da traffichini quali De Gasperi, Nenni, Togliatti, Calamandrei, Moro eccetera, tutti politici, nonostante i loro imperdonabili difetti, forse non meno perspicaci di giganti del pensiero del secolo nuovo quali Meloni, Conte, Schlein e Salvini.

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L’unica verità, per chiudere veramente il cerchio al di fuori delle piazzate lisergiche che addormentano il cervello degli elettori, è che in una democrazia liberale bisogna distinguere sempre tra eletti e cittadini comuni. E che questo è l’unico modo per evitare che i tribunali taglino la testa al popolo (Le Pen) o che il popolo tagli la testa ai tribunali (Trump). Ma visto lo spirito dei tempi, anche questo rischia di essere l’ennesimo inutile discorso che non interessa a nessuno, almeno fino a quando le tricoteuses di cui sopra non verranno a bussare alla porta di casa nostra.

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