L’imprenditore italoamericano, amico di Trump e nominato dal presidente Usa inviato speciale per le partnership globali: «Sarà fondamentale il ruolo dell’ambasciatore in Italia Tilman Fertitta. La visita di Vance a Roma? Se Donald me lo chiede mi metterò a disposizione»
La mazzata dei dazi è stata pesantissima: mercati nel caos mentre negoziare con Donald Trump, cosa mai stata facile, ora è diventata un’impresa improba. Il miliardario texano Tilman Fertitta, il più noto imprenditore di Houston, un vecchio amico (e finanziatore elettorale) del presidente che lo ha scelto come ambasciatore in Italia, sembrava destinato ad arrivare nel nostro Paese non prima di settembre. Ma con l’accelerazione delle procedure per la conferma del Senato, dove ha già avuto un hearing positivo (ottenendo anche il sostegno democratico del senatore Mark Kelly, un ex astronauta) i tempi si stringeranno: Fertitta potrebbe insediarsi a Roma già all’inizio dell’estate. Ma dovrà affrontare una fase dei rapporti politici ed economici atlantici molto difficile.
«Forse non difficile quanto la state dipingendo» nota Paolo Zampolli, l’imprenditore e diplomatico (ex ambasciatore di Dominica all’Onu) fedelissimo di Trump e suo amico personale da trent’anni, nominato dal presidente suo inviato speciale per le partnership internazionali. «Le decisioni sui dazi non sono l’inizio di una guerra: bisogna capire che Trump vuole raggiungere certi obiettivi di riequilibrio degli scambi che ritiene necessari per l’America. Si tratta di ragionare con pragmatismo e flessibilità per trovare soluzioni. E qui sarà importantissimo il ruolo dell’ambasciatore Fertitta. Ha l’esperienza, la storia personale giusta per negoziare, cercare terreni comuni, far capire a politici e imprenditori le reali intenzioni del presidente».
Che non sembra così flessibile, visto che secondo la sua portavoce, Karoline Leavitt, questa volta non ci saranno sconti né ripensamenti in quanto gli squilibri commerciali vengono ormai considerati una emergenza nazionale.
«È verosimile che non ci sarà dealmaking a livello di interi sistemi, ma, per come conosco Trump, sono convinto che se le imprese si presenteranno con proposte concrete per trasferire negli Stati Uniti produzioni di beni commercializzati in America, se verranno creati posti di lavoro, il clima si rasserenerà. Del resto, molte imprese italiane si stanno muovendo da tempo in questa direzione. E pochi giorni fa il presidente ha reso il processo ancor più facile istituendo presso il ministero del Commercio, con un suo ordine esecutivo, un ufficio per la facilitazione e l’accelerazione degli investimenti che dovrà essere operativo entro trenta giorni. Altre aziende verranno aiutate a seguire l’esempio di imprese come Barilla, Rana e Pirelli che già producono negli Stati Uniti».
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Vero, si stanno muovendo, nell’agroalimentare, Illy, Lavazza e Segafredo per il caffè, Ferrarini e Levoni nei salumi, ma anche gruppi manifatturieri come Prysmian (cavi) e le acciaierie Arvedi. Ma sembra una logica da «divide et impera»: la Ue la rifiuta e crea problemi anche a Meloni. E poi, nell’alimentare la qualità del made in Italy, difesa con le campagne contro l’«Italian sounding», andrebbe perduta se si tentasse un trapianto delle nostre eccellenze in Wisconsin o in Ohio.
«Si tratta di trovare un equilibrio e Meloni, molto apprezzata, per quanto ne so, anche per il Piano Mattei per l’Africa, sa certamente come riuscirci: l’America è un mercato di 350 milioni di consumatori. Tutti amano i prodotti italiani, non tutti cercano l’eccellenza o possono permettersela. Ritengo che, se verranno trasferite negli Usa produzioni di massa, di fascia media, per i consumatori americani, la Casa Bianca sarà aperta sull’import delle eccellenze».
Scelto, all’inizio, come inviato per l’Italia, lei ha avuto, poi, dal presidente la nomina a inviato per gli affari internazionali. Proprio in questi giorni ha aperto il suo nuovo ufficio al Dipartimento di Stato. Pensa di continuare a seguire anche le vicende italiane? Verrà nel nostro Paese a Pasqua in occasione della visita del vicepresidente JD Vance?
«A rappresentare Washington e Trump in Italia sarà esclusivamente Fertitta: ha tutti gli strumenti e le qualità per svolgere la sua missione con successo. Poi, certo, io sono italiano. Se su qualche dossier specifico potrò dare una mano, lo farò volentieri. Se mi verrà richiesto. Stesso discorso per la visita di Vance. Al momento non è prevista una mia partecipazione. Se il presidente mi chiederà di andare, lo farò volentieri. Mettendo a disposizione del suo vice e di Fertitta le conoscenze che ho accumulato negli anni nel mio Paese d’origine».
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