Dazi Trump, Italia «resiliente» grazie a prodotti unici e al mercato extra Usa


Mentre le borse di tutto il mondo sbandano paurosamente sotto i colpi dei dazi annunciati da Trump, la piazza di Milano cede terreno un po’ di più delle altre perché è un mercato piccolo e bancocentrico. Succede sempre così a Piazza Affari al minimo stormir di fronde. Ma non è questa la notizia perché è principalmente altrove che in queste ore stanno andando in fumo miliardi di dollari, euro, yen, yuan, azioni e risparmi in ogni sorta di valuta sui mercati finanziari d’Occidente e d’Oriente. Ma soprattutto nella stessa America da cui è partita la tempesta del nuovo protezionismo. E anche le certezze più elementari degli investitori, accumulate in anni di esperienza, nella convinzione di aver visto ormai di tutto nella vita precedente, si stanno sbriciolando di fronte all’eccezionalità dell’irruenza di un leader mondiale che somiglia sempre di più a un Dottor Stranamore della geoeconomia, che utilizza i dazi come arma atomica.

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Il presidente degli Stati Uniti, di fronte alla reazione negativa dei mercati, rassicura e invita i suoi concittadini, i risparmiatori e le imprese ad avere fiducia: passata la buriana, egli ha affermato, l’America si arricchirà. Ma il caos è ormai totale. E le perdite colpiscono in particolar modo molti degli stessi giganti statunitensi dell’hi-tech, del digitale, dei social e del commercio online che hanno prosperato nell’era della globalizzazione che ora Trump vuole azzerare di punto in bianco.

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Naturalmente, il panico da dazi va alla grande in un Paese come l’Italia in cui i media ma anche i politici, i sindacati e le associazioni di categoria hanno una fortissima inclinazione al catastrofismo. Tutti stimano perdite di milioni di euro per questo o quel settore del Made in Italy come se non ci fosse più un domani. Come se quelle ipotetiche vendite che si potrebbero potenzialmente perdere negli Stati Uniti fossero già state incorporate in toto e in anticipo nei bilanci aziendali. La macchina da panico è ormai in moto a pieno regime. C’è chi diffonde timori semplicemente per fare notizia o mettersi in evidenza nei talk show e chi invece per spingere il governo italiano e l’Europa a fare urgentemente qualcosa. Come sempre succede in Italia, poi, ci si divide in fazioni: ci sono coloro che invitano a punire duramente il “bullo” Trump con azioni di forza immediate, con contro dazi e ritorsioni di ogni genere, e coloro che invece invitano ad una certa prudenza, nella convinzione che una escalation del protezionismo possa precipitare il mondo in una recessione dagli esiti inimmaginabili. C’è chi vuole lo scontro totale e chi preferirebbe negoziare. Non ci sono vie di mezzo.

In uno scenario di questo tipo, di massima propensione al panico e alla radicalizzazione delle posizioni, non deve meravigliare che ciò che è stato illustrato con chiarezza durante un appuntamento economico mediatico per eccellenza come l’incontro primaverile Ambrosetti di Cernobbio sia quasi passato inosservato. Che cosa è stato detto in riva al lago di Como? Ovviamente che i dazi americani devono preoccupare e che Ambrosetti è consapevole del fatto «che singole aziende di alcuni settori potranno essere anche pesantemente impattate». Tuttavia, osserva l’istituto, «le nuove tariffe sulle esportazioni europee annunciate dal Presidente Trump nel “Liberation Day” avranno un impatto pari a oltre 100 miliardi di euro per l’Ue e 13,9 miliardi di euro per l’Italia. È un valore pari al 2,2 per cento delle esportazioni italiane nel mondo; quindi, l’impatto si può considerare moderatamente contenuto e gestibile per il sistema Paese». La resilienza italiana si fonda, per Ambrosetti, su alcuni fattori importanti. Primo: «l’Italia si posiziona alla 21° posizione al mondo in termini di sostituibilità commerciale delle esportazioni, garantendo una bassa sostituibilità dei propri prodotti». Secondo: «l’Italia gode anche di un buon posizionamento manifatturiero: ogni euro di export viene venduto in media a quasi 102 Paesi diversi».

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Tutto ciò premesso, Ambrosetti invita l’Europa a negoziare con l’America facendo leva su alcuni elementi come il fatto di possedere molto debito pubblico statunitense, come gli elevati investimenti europei sulla borsa americana e delle imprese americane in Europa. Insomma, si può ancora evitare il peggio. Una alternativa allo scontro all’ultimo sangue esiste.

Nel frattempo, l’agenzia di rating Fitch ha confermato all’Italia il voto BBB con outlook positivo. Con quali motivazioni? A parte i positivi presupposti strutturali di partenza (l’Italia è una grande economia, diversificata e ad alto valore aggiunto, appartiene all’Eurozona, ha forti istituzioni), Fitch riconosce al nostro Paese una «superperformance costante nei conti pubblici», un «piano fiscale credibile», «una situazione politica stabile», «una crescita economica sopra quella media dell’Eurozona dalla pandemia in poi». L’agenzia constata che il deficit pubblico italiano nel 2024 è stato abbassato al 3,4 per cento (con un surplus primario dello 0,4 per cento), un dato «migliore delle nostre previsioni del 3,7 per cento e di quelle dello stesso governo italiano di ottobre del 3,8 per cento. La superperformance è stata persino più forte se comparata con le previsioni iniziali del governo che erano del 4,3 per cento del Pil».

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Fitch, inoltre, prevede che il deficit dell’Italia scenderà al 3 per cento nel 2025 e al 2,6 per cento nel 2026 (abbondantemente sotto la mediana degli altri Paesi che hanno il nostro stesso rating). L’agenzia sottolinea altresì che l’Italia «ha riportato indietro il proprio debito pubblico ai livelli pre-pandemia, una delle poche nazioni dell’Eurozona ad esserci riuscita». Infine, per Fitch degno di nota è il fatto che «alla fine del 2024 il Pil italiano era del 5,9 per cento sopra i suoi livelli pre-pandemia del quarto trimestre 2019, comparato al +4,9 per cento della media dell’Eurozona» e che «gli investimenti continuano ad andare bene grazie al Next Generation Eu».

Segnatevelo bene questo +5,9 per cento perché non lo leggerete molto in giro, salvo sulle colonne del “Mattino” (l’avevamo anticipato qualche settimana fa). Non sappiamo quanti comuni cittadini italiani e nemmeno quanti esperti o parlamentari italiani siano consapevoli di questo +5,9%, in un Paese come il nostro in cui le notizie negative prevalgono sempre su quelle positive e in cui molti credono ancora che l’Italia sia il “fanalino di coda”. Per contro, si tratta di una notizia che conoscono molto bene i parlamentari inglesi, che vengono aggiornati regolarmente sui confronti economici internazionali dall’ufficio studi della House of Commons. Una informazione economica corretta è un valore fondamentale in una democrazia. Sicché in questo caso dovremmo forse prendere ad esempio il Regno Unito, i cui parlamentari sono puntualmente informati del fatto che la crescita post-pandemica britannica è stata del 3,4 per cento, di 2,5 punti inferiore a quella dell’Italia e che la nostra crescita è stata nettamente più forte anche di quella della Francia, del Giappone e della Germania.

A proposito di dati positivi per l’economia italiana, in settimana ne sono arrivati un altro paio importanti, che possono lenire un po’ il mood negativo alimentato dall’isteria collettiva da dazi. Il primo dato è che il potere d’acquisto delle famiglie italiane è aumentato nel 2024 dell’1,3 per cento, cioè quasi il doppio del Pil, ed è ai massimi da quando è finita l’austerità del 2011-2013. Rispetto a prima della pandemia, cioè al 2019, nel 2024 il reddito disponibile delle famiglie italiane in termini reali è aumentato di 21,6 miliardi di euro, cioè di 616 euro per persona. Il secondo dato riguarda l’occupazione che a febbraio 2025 ha toccato un nuovo massimo storico, per numero totale di occupati e soprattutto di dipendenti a tempo indeterminato, con il tasso di disoccupazione sceso al 5,9 per cento. Da oltre un anno molti continuano a ripetere che questo boom del mercato del lavoro non potrà durare. È chiaro che niente dura in eterno però intanto dura.





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