CREMONA – La questione del prezzo dell’energia è stata il punto di partenza di un confronto più ampio sulla crisi industriale europea tra Carlo Calenda, segretario di Azione, Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, e Giorgio Gori, eurodeputato del Partito democratico. Moderata dal giornalista Nicola Porro, che ha rivolto ai tre un invito ad essere pragmatici nelle risposte, la tavola rotonda ha offerto molti spunti. Fidanza ha esordito ad alzo zero: «Abbiamo utilizzato malissimo gli anni della scorsa legislatura, anni in cui bisognava dare una spinta forte sul tema della competitività. Invece abbiamo completamente sacrificato la competitività industriale sull’altare di una malintesa transizione green che ha distrutto il nostro tessuto industriale. Per anni l’Europa ha predicato l’autonomia strategica mentre, con le follie del Green Deal, si condannava alla dipendenze dalla Cina. Abbiamo sacrificato la nostra industria per comprare batterie e pannelli fotovoltaici prodotti per più della metà utilizzando carbone. Un paradosso che dobbiamo superare ricostruendo filiere industriali e catene di approvvigionamento sicure e affidabili».
Fidanza ha riconosciuto che la Commissione europea ha avviato una correzione di rotta. Ma, a suo giudizio, le modifiche non sono ancora sufficienti e una parte delle attività industriali perdute potrebbe non essere recuperata. «Noi non abbiamo più tempo, le imprese non hanno più tempo», ha affermato, indicando nella sovracapacità produttiva cinese e nelle tensioni internazionali sui prezzi dell’energia due delle principali minacce. Nel suo intervento Fidanza ha contestato anche il funzionamento del sistema Ets, il mercato europeo delle quote di emissione, riscuotendo applausi. Secondo i dati citati, il prezzo di una quota sarebbe passato da circa 7 euro a oltre 85, con un aumento di circa quattordici volte. L’eurodeputato ha sostenuto che una parte significativa del valore generato finirebbe agli intermediari finanziari extra europei, mentre i costi ricadono sulle imprese industriali europee.
Calenda ha indicato nell’automotive uno degli esempi più evidenti delle difficoltà del sistema produttivo. Ha spiegato che la crisi di Stellantis è in realtà quella dell’intera filiera della componentistica, contestando l’assenza di una strategia capace di tutelare la produzione nazionale. Nel mirino sono finiti il ministro Adolfo Urso e il segretario della Cgil, Maurizio Landini, accusati da Calenda di non avere affrontato adeguatamente la crisi del settore. La critica ha riguardato anche Transizione 5.0. Calenda ha contestato il passaggio da Industria 4.0 a un sistema di incentivi che, a suo giudizio, ha imposto procedure eccessivamente complesse. Calenda ha chiesto, inoltre, interventi immediati per ridurre il costo dell’elettricità. Tra le proposte, l’utilizzo dell’idroelettrico prodotto attraverso concessioni pubbliche a favore delle imprese manifatturiere, a un prezzo indicativo di 60 euro per megawattora. Ha anche rilanciato la riapertura delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, sostenendo che l’energia prodotta potrebbe essere destinata alle aziende industriali.
Gori ha sostenuto la necessità di correggere alcune scelte della precedente legislatura europea, senza però mettere in discussione l’obiettivo della decarbonizzazione: la transizione ecologica è indispensabile per mitigare il cambiamento climatico e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Gori ha richiamato gli effetti del cambiamento climatico sull’agricoltura, un tema particolarmente rilevante per una provincia come Cremona, caratterizzata da una forte presenza industriale e da un importante comparto agricolo. Ha inoltre sottolineato il costo economico della dipendenza energetica europea. Il problema, secondo Gori, è che molti obiettivi europei sono stati definiti senza «ragionevolezza», ossia senza una valutazione sufficientemente realistica dei tempi e delle condizioni necessarie per raggiungerli. A titolo di esempio, ha citato il traguardo indicato dalla Commissione europea per portare al 46% la quota di elettricità sui consumi finali di energia entro il 2040, partendo da un livello attuale del 23%. Per Gori, raddoppiare quella quota in quindici anni, dopo una crescita di appena due punti percentuali nei 15 anni precedenti, rappresenta un obiettivo molto ambizioso. Il rischio è alimentare frustrazione e disaffezione nei cittadini e nelle imprese. Ricordando il rapporto di Mario Draghi, Gori ha concluso: «Per essere competitivi dobbiamo fare grandi investimenti perché noi dobbiamo ridurre il gap tecnologico che ci vede oggi distanti dagli Stati Uniti e dalla Cina. Dobbiamo accompagnare quella transizione ecologica che non va rifiutata, ma che va in qualche modo assecondata con investimenti che evitino l’attrito che determina sulle filiere industriali e nella vita delle famiglie». Anche Gori ha affrontato il funzionamento del mercato delle quote di emissione. La sua proposta è introdurre un meccanismo che consenta al prezzo delle quote di oscillare all’interno di un corridoio, con un tetto massimo, sulla base di un modello già previsto per l’ETS2.
Alla tavola rotonda ha fatto seguito un’intervista a Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Fitto ha difeso il lavoro avviato dalla Commissione europea per adeguare le politiche comunitarie a uno scenario economico e geopolitico profondamente cambiato, invitando a superare le contrapposizioni e a concentrarsi sulle soluzioni concretamente realizzabili. «Noi abbiamo due soluzioni: o raccontare che tutto va male a livello europeo o lavorare perché ci sia un punto di compromesso».
Uno dei passaggi centrali dell’intervista ha riguardato il quadro finanziario pluriennale dell’Ue per il periodo 2028-2034. La Commissione ha presentato una proposta da circa 2.000 miliardi di euro. «Il tema della semplificazione è un tema chiave», ha sottolineato, ricordando la complessità dell’attuale sistema, nel quale sono presenti più di 500 programmi di spesa. La proposta della Commissione punta a sostituire questo insieme di strumenti con 27 piani nazionali e regionali di partenariato.
Collegata dagli Usa, la giornalista Mediaset Maria Luisa Rossi Hawkins ha spiegato che le elezioni di midterm non sono tanto un test per Trump, che non ha mai collaborato con il Congresso né intende farlo, quanto per i Democratici, che devono decidere con quale volto presentarsi alle presidenziali. Infine, ha spiegato che sull’Iran la Casa Bianca ha due opzioni: annuncio della pace nelle prossime ore o un massiccio attacco, magari già la notte delle elezioni.
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