Martedì 3 novembre 2026 gli Stati Uniti andranno al voto per rinnovare la composizione del Parlamento federale. Le elezioni di midterm rimetteranno in gioco tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. La tornata elettorale coincide storicamente con un giudizio sui primi due anni dell’inquilino della Casa Bianca, in questo caso Donald Trump. L’elettorato appare diviso e preoccupato.
Sull’esito del voto incideranno temi come il carovita, l’aumento dei prezzi dell’energia e il conflitto in Medio Oriente. La nuova mappa politica di Washington determinerà i margini di manovra legislativa dell’amministrazione Trump per i prossimi due anni, con riflessi sui rendimenti obbligazionari, sulle Borse e sul dollaro.
Sondaggi e prediction markets: democratici favoriti
Gli ultimi sondaggi di ottobre confermano un marcato vantaggio per il Partito Democratico. Nelle intenzioni di voto a livello nazionale, i democratici guidano con un margine di circa otto punti percentuali. Secondo Marist Poll i democratici sarebbero al 52% contro il 44% dei repubblicani. Silver Bulletin di Nate Silver, che offre una media ponderata nazionale delle rilevazioni, attribuisce ai democratici il 49,7% delle preferenze, contro il 41,1% dei repubblicani.
I mercati predittivi confermano questo orientamento. Le probabilità di successo per le diverse configurazioni del Congresso delineano una corsa a senso unico. Il rischio di perdere la Camera per i repubblicani è considerato altissimo. Per quanto riguarda il Senato, i democratici devono strappare 4 seggi sui 22 contesi e difendere i 13 già in loro possesso. A pesare sul partito dell’Elefantino è il calo di gradimento per il presidente Trump e una base elettorale segnata dalla stanchezza verso la contesa contro Teheran.

Vittoria democratica: il rischio dell’anatra zoppa
Se il Partito Democratico dovesse conquistare sia la Camera che il Senato, Donald Trump vedrebbe bloccata la propria agenda legislativa. La Casa Bianca assumerebbe i tratti di una presidenza lame duck. In Parlamento aumenterebbero le audizioni su Big Tech e intelligenza artificiale, oltre alle spinte per una riforma sanitaria e a un possibile terzo tentativo di impeachment.
Sul fronte finanziario, gli economisti di ING evidenziano che “i democratici si sentirebbero probabilmente più sicuri nel contrastare le politiche di Trump riguardo all’Iran, al sostegno a Israele e a un’eventuale intensificazione dei dazi”.
In questo contesto, i rendimenti obbligazionari a breve termine subirebbero una pressione al rialzo. Sul tratto a lungo termine, il Treasury decennale “rischia di avvicinarsi al 5,5%, senza tuttavia superare tale soglia”. Il dollaro mostrerebbe una certa debolezza a causa dei contrasti sui processi di deregolamentazione economica. Sulle materie prime, la linea meno conflittuale sul fronte mediorientale allenterebbe i timori di fornitura, favorendo un raffreddamento delle quotazioni del petrolio Brent e Wti. Per l’Europa, la fine anticipata dell’influenza di Trump ridurrebbe le pressioni immediate sulle spese per la difesa.
Rinascita repubblicana: l’agenda Trump accelera
L’ipotesi in cui il Partito Repubblicano mantenga la maggioranza sia alla Camera sia al Senato rappresenta oggi l’esito meno probabile. Qualora si realizzasse, Trump interpreterebbe il voto come una piena legittimazione della sua linea politica ed economica. Con un Parlamento fedele, l’amministrazione accelererebbe sulla deregolamentazione industriale, sullo stimolo ai combustibili fossili e sul rafforzamento dei controlli ai confini.
Le conseguenze macroeconomiche sarebbero però polarizzanti. Un’escalation militare contro l’Iran e nuove tensioni commerciali spingerebbero bruscamente al rialzo le quotazioni del petrolio greggio, riaccendendo fiammate inflazionistiche.
Di riflesso, i titoli di Stato subirebbero un’ondata di vendite lungo l’intera curva. Secondo le stime di ING, “la reazione del mercato a un simile esito si tradurrebbe in una pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari lungo l’intera curva”, con il Treasury decennale pronto a “superare la soglia del 5,5% e rimanervi al di sopra”. Questo scenario sosterrebbe con forza il dollaro statunitense.
In Europa, i rendimenti elevati oltreoceano aggraverebbero le tensioni sui titoli sovrani, allargando lo spread Btp-Bund e penalizzando l’euro.
“Hung Parliament”: stallo politico tra Camera e Senato
La configurazione più discussa dagli analisti istituzionali prevede una Camera a trazione democratica e un Senato ancora a maggioranza repubblicana. In tale assetto di congresso diviso, l’attività legislativa ordinaria si fermerebbe quasi completamente. Le proposte su spesa pubblica, incentivi e tassazione finirebbero in stallo.
Privato del supporto legislativo, Trump ricorrerebbe in misura massiccia ai decreti presidenziali, concentrandosi sui settori di sua diretta pertinenza: dazi, commercio estero e sicurezza nazionale. “Un quadro politico diviso a Washington porta spesso a uno stallo – spiegano gli analisti di DJE Kapital -. Allo stesso tempo, questi scenari possono risultare più prevedibili per i mercati, poiché svolte politiche di ampia portata diventano meno probabili”.
Un punto critico emergerebbe tuttavia a metà 2027 con il raggiungimento del tetto al debito, riaprendo il rischio di un blocco delle attività governative.
Sul mercato dei capitali, questo stallo è già ampiamente incorporato nei prezzi. I rendimenti a breve termine tenderebbero a flettere, mentre i decennali stazionerebbero nella forchetta 5,25%-5,50%. Il dollaro rimarrebbe stabile nel breve periodo, per poi risentire delle frizioni istituzionali. Sul fronte delle materie prime, la persistenza di minacce daziarie manterrebbe una volatilità latente sui barili di Wti e Brent.
Oltre il voto: perché le Borse storicamente salgono dopo le elezioni di midterm

Al di là dell’immediata schermaglia elettorale, le analisi di lungo periodo invitano gli investitori a contestualizzare l’esito del voto. Come ricorda Wolf von Rotberg, equity strategist di J. Safra Sarasin, “storicamente, le elezioni di metà mandato hanno avuto un impatto limitato sui mercati azionari. Semmai, la performance è stata frenata in parte dall’incertezza elevata prima del voto, per poi registrare solidi rialzi una volta eletto il nuovo Congresso”.
I dati degli ultimi 50 anni mostrano che nei dodici mesi successivi all’appuntamento elettorale l’indice S&P 500 è salito in media del 13%. Paradossalmente, “per i mercati azionari l’esito migliore è stato un governo diviso, con il Congresso controllato da un partito e la Casa Bianca dall’altro”, assetto che ha fruttato un guadagno medio dell’8,7% nei tre mesi seguenti.
Sulla stessa linea si posizionano gli analisti di DJE Kapital: “Gli anni di midterm sono stati spesso turbolenti per i mercati azionari ma, storicamente, il giorno del voto è stato seguito da un periodo di dodici mesi decisamente migliore”. In questo lasso temporale, l’Msci Usa ha ottenuto storicamente un rendimento medio del 17,5%.
L’inflazione sarà il nemico da combattere dopo le elezioni di midterm
Una volta archiviate le elezioni di midterm, il fattore determinante per l’azionario globale e i titoli di Stato tornerà a essere il percorso dell’inflazione, unitamente alle decisioni di politica monetaria della Federal Reserve.
La sostenibilità economica della vita quotidiana resta una questione fondamentale per molte famiglie statunitensi. Anche se “il tasso annuo di inflazione è sceso sensibilmente rispetto ai picchi toccati nel 2022 e nel 2023 per molte famiglie il sollievo è limitato. Il tasso d’inflazione attuale misura il ritmo di aumento dei prezzi, ma non tiene conto di quanto il livello generale dei prezzi sia già cresciuto in precedenza. Da settembre 2016, i prezzi dell’energia negli Stati Uniti sono aumentati del 76%. I trasporti costano ora il 51% in più, la casa il 49% in più e i generi alimentari il 41% in più. Anche con un’inflazione annua attorno al 3%, la vita quotidiana risulta dunque considerevolmente più costosa rispetto a dieci anni fa” sottolineano da DJE Kapital. Per molti consumatori, il fatto che il tasso d’inflazione scenda non è la preoccupazione principale: ciò che conta di più sono i costi di affitto, spesa alimentare, trasporti ed energia a fine mese.
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