Riconoscere per legge gli spazi culturali, i live club, i teatri di prossimità e i festival, introducendo incentivi economici, agevolazioni fiscali e semplificazioni burocratiche per sostenere le attività e favorire la nascita di nuovi luoghi di produzione e partecipazione culturale. È l’obiettivo della proposta di legge di iniziativa popolare presentata oggi al Palazzo Esposizioni di Roma nell’ambito della quarta edizione degli Stati Generali dello Spettacolo, promossi dall’associazione omonima in collaborazione con Left Wing e UNITA. Il percorso, avviato durante la pandemia e sviluppato attraverso il confronto tra operatori culturali, artisti e associazioni, prevede il deposito del testo in Cassazione dopo il coordinamento con il nuovo Codice dello Spettacolo, atteso nelle prossime settimane, e il successivo avvio della raccolta di 50mila firme. Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, il deputato del Pd Matteo Orfini, la curatrice degli Stati Generali Annarita Masullo insieme a Manuela Martignano, gli artisti Tosca e Manuel Agnelli e i rappresentanti di Assomusica, KeepOn Live, Arci, UNITA e Lo Stato dei Luoghi. Al centro del confronto la necessità di riconoscere questi presìdi non soltanto come luoghi di spettacolo, ma come infrastrutture culturali e sociali, capaci di garantire lavoro, formazione, accesso alla cultura e partecipazione nei territori.
LA PROPOSTA DI LEGGE: INCENTIVI E CREDITI D’IMPOSTA
“Abbiamo cercato di costruire un’architettura normativa che definisse e poi incentivasse. Chi rientra in quelle definizioni deve avere diritto a degli incentivi diretti, indiretti, a crediti d’imposta sugli affitti, sulle ristrutturazioni, sulla programmazione, su tante cose, in modo da rendere meno folle aprire uno spazio culturale e gestirlo”. Lo ha spiegato Matteo Orfini, deputato del Partito democratico, illustrando l’impianto della proposta, che punta innanzitutto a individuare un riconoscimento normativo per live club, teatri di prossimità, spazi ibridi e festival culturali. Una definizione ritenuta necessaria per consentire l’accesso agli strumenti di sostegno e superare le difficoltà che hanno accompagnato negli ultimi anni la gestione e la sopravvivenza di numerose strutture. “Stiamo attendendo l’uscita, che dovrebbe arrivare a giorni, del nuovo Codice dello Spettacolo per coordinare il testo rispetto a quello che sarà scritto là dentro e fare anche le ultime modifiche, gli ultimi approfondimenti. Ma sono questioni settimanali”, ha precisato Orfini. Una volta completato questo passaggio, il testo sarà pronto per il deposito e, secondo il percorso illustrato dal deputato, prenderà avvio un iter di sei mesi per la raccolta delle 50mila firme. La scelta dell’iniziativa popolare, maturata nella precedente edizione degli Stati Generali, nasce dalla volontà di allargare la discussione oltre il settore dello spettacolo: “Non stiamo facendo una rivendicazione settoriale. Il tema non è solo ed esclusivamente difendere l’infrastruttura culturale di un settore importante del Paese, ma quello di cui stiamo discutendo riguarda il Paese”. Per Orfini, infatti, “la fruizione culturale è un diritto, non può diventare un lusso”, e gli spazi culturali rappresentano uno strumento per garantire questo diritto sia al pubblico sia agli artisti.
MASULLO: “UNA LEGGE CHE NASCE DA CHI VIVE GLI SPAZI”
“Abbiamo scelto volutamente la strada dell’iniziativa popolare, perché una legge sugli spazi culturali non può nascere dai palazzi, ma deve nascere da chi questi spazi li vive, li crea, da chi per questi spazi si sacrifica, da chi questi spazi li difende”. Annarita Masullo, curatrice degli Stati Generali dello Spettacolo, ha ricordato il lavoro di elaborazione avviato durante la pandemia e la decisione di ampliare il testo originario includendo anche i festival. “I festival sono diventati una presenza costante e capillare in tutta la penisola e sono attivazioni di comunità, sono spesso l’unica risorsa culturale di un pubblico che non ha spazi altri che non siano i festival estivi”, ha spiegato. La proposta intende riconoscere anche la funzione culturale della vita notturna, spesso associata esclusivamente a problemi di ordine pubblico. “La notte è un momento anche culturale, dove spesso si fa musica, si fa club, si fa clubbing, e questo fa parte della vita di un Paese e fa parte del presidio della sicurezza delle città”. Masullo ha insistito sulla necessità di superare un modello che affida la sopravvivenza degli spazi esclusivamente alla disponibilità e al sacrificio personale degli operatori: “Fare cultura in questi luoghi è una vocazione, ma il fare cultura non può essere lasciato né alla vocazione né alla pazzia personale, e alle energie, perché le energie finiscono”. Da qui l’obiettivo di trasformare la proposta in un percorso di partecipazione più ampio. “Gli spazi culturali sono spazi di valore economico, di lavoro, di socialità e di cultura. Per questo una legge del genere non può essere una richiesta di categoria, ma deve diventare una domanda collettiva”.
TOSCA E AGNELLI: SENZA PICCOLI PALCHI NON CRESCONO NUOVI ARTISTI
“Ogni volta che un club chiude non perdiamo solo un locale, perdiamo Giorgia, Capossela, Silvestri che lì dentro si sarebbero formati”. Tosca ha richiamato il ruolo dei piccoli locali nella crescita delle generazioni di artisti che oggi riempiono teatri e grandi spazi, ricordando le proprie esperienze nei club romani tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. “Dietro tantissimi palchi enormi di oggi c’è un palco piccolo con il pubblico a due passi, un palco dove senti il respiro delle persone e ti accorgi subito se ti stanno seguendo o se ti hanno perso. Ed è proprio lì che un artista impara il mestiere”, ha osservato. L’artista ha chiesto maggiore attenzione anche alle difficoltà dei giovani attori e delle compagnie teatrali, proponendo di costruire reti con i grandi teatri per utilizzare gli spazi nei giorni di chiusura e consentire nuove occasioni di sperimentazione. “Oggi chi vuole fare questo mestiere non ha queste possibilità. Mancano i posti dove suonare la prima volta, quelli piccoli dove si può sbagliare. Mancano le sale prove a prezzi sostenibili. E manca, forse più di tutto, la possibilità di restare. Chi ha talento a vent’anni spesso non può permettersi di aspettare i trenta e smette”. Tosca ha inoltre richiamato il divario tra gli investimenti nella cultura e quelli destinati alla spesa militare, citando le stime dell’Osservatorio Mil€x, e ha sottolineato che “la sicurezza di un Paese non si misura solo con i carri armati. Si misura anche nei posti dove i ragazzi si incontrano invece di chiudersi in casa”. Per questo, ha aggiunto, “abbiamo il dovere di mobilitarci anche con una legge d’iniziativa popolare. Ha più potere di cambiamento uno spazio culturale che un presidio armato”.
Sulla necessità di recuperare la funzione formativa dei club è intervenuto anche Manuel Agnelli, che ha criticato la progressiva trasformazione dei locali in strutture prive di una programmazione artistica autonoma. “I locali, in particolare i club, i posti culturali, i centri sociali, quando non sono chiusi, sono diventati degli stanzoni da affittare ai promoter, dove non c’è una programmazione artistica interna come c’era una volta”. Secondo Agnelli, l’industria musicale ha progressivamente privilegiato una produzione standardizzata, orientata al consenso e ai risultati economici. “Non ci sono più spazi di confronto, non ci sono più spazi di crescita, perché tutto è volto a fare numeri, a fare fatturato, a fare successo”. Il musicista ha quindi sostenuto l’introduzione di incentivi e facilitazioni burocratiche per favorire la riapertura degli spazi, richiamando anche la previsione di agevolazioni legate alla presenza di almeno l’80% di repertorio originale nelle esibizioni. “Non per forza i locali sono fatti per scoprire il nuovo Pino Daniele, sono posti dove i ragazzi possono crescere e sbagliare, che è una cosa fondamentale. Sono laboratori dove impari a fare il mestiere che devi fare, ma impari anche a creare, ti confronti”. Per Agnelli, inoltre, i luoghi culturali rappresentano una risposta all’isolamento prodotto dalle relazioni digitali: “Vent’anni di internet, vent’anni di social hanno destrutturato completamente l’idea di comunità. Erano fatti per farci stare tutti sullo stesso piano e unirci, in realtà ci hanno diviso completamente”.
GIORDANO (UNITA): “NEGLI SPAZI SI DEVE COSTRUIRE ANCHE LA CULTURA DEL LAVORO”
Il riconoscimento dei luoghi culturali deve procedere insieme alla tutela dei lavoratori dello spettacolo. È la posizione espressa da Daniela Giordano, rappresentante di UNITA, che ha richiamato la necessità di garantire diritti e condizioni professionali adeguate anche nei piccoli spazi di sperimentazione. “I luoghi sono fondamentali, ma è fondamentale che anche in quei luoghi si costruisca la cultura del lavoro. Perché se non si costruisce la cultura del lavoro, quei luoghi saranno dei luoghi di consumo come tanti altri, dove gli artisti saranno consumati”, ha affermato. Giordano ha ricordato che nei piccoli teatri nei quali aveva iniziato la propria carriera venivano versati regolarmente i contributi previdenziali, sottolineando come questo aspetto non possa essere considerato secondario. L’attrice ha inoltre evidenziato il peggioramento delle opportunità per le nuove generazioni: “La mia generazione ha fallito rispetto alla generazione dei miei genitori”, che, pur uscendo dalla Seconda guerra mondiale, avevano saputo costruire un sistema di possibilità oggi fortemente ridimensionato. A questo scenario si aggiungono le trasformazioni legate all’intelligenza artificiale, che secondo Giordano “incide drammaticamente sulla produzione culturale”, coinvolgendo musica, scrittura, cinema e professioni artistiche, compreso il lavoro degli attori. Per questo gli spazi fisici diventano ancora più importanti come luoghi di confronto, formazione e partecipazione: “Sono fondamentali soprattutto nella loro vocazione di essere spazi pubblici, dove veramente le persone e i gruppi possono costruire una nuova narrazione di come è la cultura del lavoro in questo Paese”.
ASSOMUSICA E KEEPON LIVE: I DATI SULLA CRISI DEI CLUB
“Abbiamo iniziato a monitorare i live club italiani tra febbraio e marzo di quest’anno e almeno dieci di quelli che abbiamo monitorato non ci sono più. Sono passati neanche sette mesi. Questo è il grido d’allarme”. Carlo Parodi, presidente di Assomusica, ha richiamato i risultati di “Spazi che suonano”, lo studio nazionale sui live club presentato nei giorni scorsi alla Camera e realizzato insieme ad Arci e KeepOn Live. La rilevazione, condotta attraverso una metodologia scientifica utilizzata anche in Europa, ha raccolto informazioni sull’occupazione, sulle attività culturali e sulle caratteristiche economiche degli spazi. Parodi ha ricordato la propria esperienza nella gestione di un club torinese che ha compiuto quarant’anni, sottolineando il ruolo di queste strutture anche nella formazione delle professionalità tecniche, dai fonici agli addetti alle luci e agli stage manager. “Sono luoghi di crescita, di presidio e di democrazia”, ha affermato, chiedendo di preservare nel nuovo Codice dello Spettacolo gli articoli riguardanti live club, festival e musica popolare contemporanea. “Uniamolo poi con questa legge di iniziativa popolare. Sono complementari, devono essere complementari”.
Ulteriori dati sono stati illustrati da Federico Rasetti, direttore di KeepOn Live. Secondo l’indagine, soltanto il 2% dei live club monitorati è nato negli ultimi due anni, mentre la maggioranza delle strutture ha più di dieci anni di attività. Un dato che, per Rasetti, segnala la difficoltà di ricambio in un settore nel quale le chiusure non vengono compensate dall’apertura di nuovi spazi. Al tempo stesso, oltre la metà dei volontari impegnati nelle strutture ha meno di 35 anni, a dimostrazione della presenza di una nuova generazione di operatori e professionisti che avrebbe bisogno di maggiori opportunità. “Hai del materiale umano, delle competenze, della voglia su cui lavorare, su cui far crescere e probabilmente far nascere nuovi luoghi, che viene completamente sprecato”, ha osservato. Rasetti ha evidenziato inoltre che circa l’80% degli spazi svolge attività che vanno oltre la musica, comprendendo teatro, danza, formazione e inclusione sociale. Da qui la necessità di accompagnare il riconoscimento normativo con una conoscenza più precisa delle strutture: “Per parlare con il decisore politico è importante la passione, sono importanti i concetti, ma a un certo punto servono i dati”.
Anche Audiocoop ha richiamato le difficoltà dei piccoli festival e degli spazi dedicati alla musica emergente. “Prima avevamo circa 200 festival che facevano capo alla nostra rete, adesso ce ne sono la metà”, è stato sottolineato durante l’intervento, indicando nella crescente complessità delle norme sulla sicurezza e negli adempimenti burocratici, spesso diversi tra Comuni, Province e Regioni, alcune delle principali cause delle chiusure. L’associazione ha chiesto maggiori sostegni per gli artisti under 35, sale prove a prezzi accessibili e luoghi pubblici dove i giovani possano esibirsi e acquisire competenze professionali. “I luoghi dove fare musica, soprattutto per i giovani, sono una cosa importantissima”, è stato evidenziato, ricordando che nei piccoli centri i festival rappresentano spesso l’unica occasione per salire su un palco e confrontarsi con il pubblico.
MARTIGNANO: “UNA LEGGE NAZIONALE PER SUPERARE LE DISUGUAGLIANZE TERRITORIALI”
Manuela Martignano, degli Stati Generali dello Spettacolo, ha sottolineato l’importanza di una normativa nazionale capace di superare le disuguaglianze territoriali nell’accesso alla cultura e alle professioni artistiche. “Alcune regioni si sono già mosse per tutelare i club e i propri spazi, ma una legge nazionale ci restituisce un mondo della musica, dello spettacolo, del teatro e della cultura che può andare insieme senza lasciare nessuno indietro, a prescindere dalle differenze regionali”, ha affermato. Martignano ha richiamato anche la necessità di garantire maggiore libertà nella programmazione artistica: “I live club non possono più avere la libertà di programmare, di osare, ma devono tenersi sulla linea sicura dell’incasso”. Il sostegno agli spazi culturali, ha spiegato, deve consentire ai giovani di sperimentare e accedere alle professioni dello spettacolo indipendentemente dalle condizioni economiche e dal luogo di provenienza. “Se gli operatori culturali lo fanno solo se economicamente se lo possono permettere, se gli artisti e le artiste restano solo quelli e quelle che se lo possono permettere, stiamo dando una forma al mondo” affidata a una parte limitata della società. “Questa legge è per sistemare un po’ il presente, ma anche tanto per evitare che il futuro sia davvero troppo ingeneroso nei confronti di chi è dopo di noi”, ha concluso.
ARCI: “SUPERARE I FINANZIAMENTI A PROGETTO E RICONOSCERE IL RISCHIO CULTURALE”
“Gli spazi culturali vanno sostenuti anche per quello che sono e non solo per quello che fanno”. Marco Trulli, responsabile Cultura di Arci, ha chiesto di superare un sistema di finanziamento che costringe gli operatori a costruire continuamente nuovi progetti per garantire la sopravvivenza delle strutture. “Siamo cresciuti tutti quanti come operatori a mettere insieme progetti diversi per agganciare fondi e far sì che poi il nostro spazio funzioni, però producendo spesso cattive forme di lavoro, autosfruttamento, frustrazione, incapacità di guardare oltre l’anno”. Secondo Trulli, il riconoscimento degli spazi deve riguardare la loro funzione strutturale nei territori e la capacità di promuovere partecipazione, volontariato e sperimentazione. Dalla mappatura dei live club emerge, ha ricordato, che il 65% delle strutture è costituito da realtà associative. “Gli spazi devono poter fallire, poter mettere in scena cose anche sperimentali, che possano guardare al nuovo, all’imprevisto, alle nuove scene”, ha sostenuto, criticando un modello di politica culturale orientato prevalentemente ai grandi eventi e agli operatori maggiori del mercato. Trulli ha richiamato anche il caso dell’Angelo Mai di Roma e le difficoltà incontrate da numerosi spazi a seguito dei controlli sulla sicurezza. “Il lavoro della pubblica amministrazione e della politica deve essere quello di accompagnare, far crescere, sostenere questi spazi per la loro missione e non guardarli solo come dei locali o come delle discoteche qualificate”. Per il rappresentante di Arci, “questi spazi sono delle istituzioni di prossimità” e il loro sostegno rappresenta uno strumento per contrastare le disuguaglianze tra grandi città, piccoli centri e territori periferici.
LO STATO DEI LUOGHI: CULTURA, RIGENERAZIONE E WELFARE GENERATIVO
La necessità di riconoscere il valore degli spazi culturali anche al di fuori delle politiche dello spettacolo è stata sottolineata da Emmanuele Curti, socio fondatore di Lo Stato dei Luoghi. “Abbiamo bisogno di iniziare a lavorare su un nuovo concetto di cultura, in particolare verso una nuova idea di welfare generativo”, ha affermato, chiedendo un confronto trasversale che coinvolga anche le istituzioni competenti in materia di salute e politiche sociali. Curti ha richiamato l’esperienza degli spazi ibridi, spesso nati dal recupero di immobili pubblici abbandonati: “Hanno una cosa in comune: abitano spazi abbandonati, che molto spesso sono gli spazi che i Comuni non sanno più come utilizzare e che, attraverso processi di rigenerazione a base culturale, abbiamo riempito”. Ex scuole, fabbriche e stabilimenti industriali rappresentano, secondo Curti, luoghi nei quali la trasformazione economica e demografica dei territori può essere affrontata attraverso nuove forme di partecipazione e cura delle comunità. Il rappresentante di Lo Stato dei Luoghi ha richiamato anche il protocollo d’intesa tra i ministeri della Cultura e della Salute sul rapporto tra cultura e prescrizione sociale, indicando nella proposta di legge un primo passaggio verso politiche più integrate. Ha inoltre annunciato la prossima pubblicazione di un manifesto dedicato alla rigenerazione culturale, sottolineando la necessità di recuperare il significato di un termine che, a suo giudizio, rischia di essere svuotato dall’uso politico. “Abbiamo bisogno di iniziare a lavorare in una visione più sistemica, una visione a lungo termine”, ha concluso.
L’OBIETTIVO: PORTARE IL CONFRONTO DENTRO IL PAESE
La raccolta delle firme rappresenterà, nelle intenzioni dei promotori, anche uno strumento per coinvolgere cittadini e istituzioni nella discussione sul ruolo degli spazi culturali. “Non si chiede al Parlamento solo di ascoltarci, chiediamo a tutte le persone, al pubblico, alle persone di questo Paese, di sostenere, di far sentire che questi luoghi appartengono all’intera collettività”, ha affermato Masullo. Un obiettivo condiviso da Orfini, che ha auspicato un confronto bipartisan sul valore della cultura come elemento di cittadinanza e partecipazione democratica. “Questa roba qui non riguarda solo quelli che stanno sul palco o sotto al palco ad ascoltare, ma riguarda un’idea di Paese, un’idea di città, un’idea di democrazia”, ha osservato il deputato. Il percorso di iniziativa popolare dovrà ora misurarsi con la definizione finale del testo e con il coordinamento delle sue disposizioni con il nuovo Codice dello Spettacolo, prima del deposito in Cassazione e dell’avvio della raccolta delle firme.
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