Mai come ora acquistare un titolo di Stato o investire nel mattone garantisce rendimenti così alti, ma la scelta dipende da quanto sei disposto a immobilizzare i tuoi soldi.
Chi cerca entrate periodiche per integrare il proprio reddito si trova oggi davanti a un momento particolarmente favorevole, tanto per il mercato obbligazionario quanto per quello immobiliare. Le due strade preferite dagli italiani per ottenere una rendita costante offrono rendimenti che non si vedevano da tempo, pur avendo caratteristiche profondamente diverse. La domanda che molti risparmiatori si pongono è: dove conviene investire per avere una rendita tra obbligazioni o casa? La risposta non è univoca, perché si tratta di due strumenti con profili molto differenti: liquide e facilmente accessibili le obbligazioni, solide ma impegnative e con costi di gestione elevati le case. Il confronto tra i rendimenti va quindi sempre pesato con il proprio profilo di investitore, tenendo presente che una scelta non esclude l’altra, e che il capitale accumulato in un investimento può facilmente essere reimpiegato nell’altro.
Perché il mercato obbligazionario offre rendimenti così alti oggi
I rendimenti a scadenza delle obbligazioni si trovano al livello più elevato dal 2023, o dall’inizio del 2024 a seconda delle aree geografiche. Il tasso a scadenza dei titoli di Stato italiani decennali, per esempio, si attesta intorno al
4%, e il 23 luglio scorso ha toccato un massimo sopra questa soglia, cosa che non accadeva da fine 2023, quando il mercato scontava una Banca centrale europea aggressiva a causa dell’inflazione ostinata seguita all’invasione russa in Ucraina. Anche i Bund tedeschi e i Treasury statunitensi hanno seguito la stessa traiettoria al rialzo: il Bund tedesco a dieci anni paga il 3%, come a inizio 2024, mentre il Treasury Usa di pari durata rende il 4,7%, come nell’autunno del 2023.
Perché il rialzo dei Bund tedeschi conta così tanto
Per il mercato obbligazionario dell’Eurozona, l’aumento del rendimento dei titoli di Stato tedeschi ha una valenza particolarmente rilevante, perché i
Bund sono le emissioni governative di riferimento, considerate i titoli privi di rischio che fungono da base di partenza per stabilire il premio dovuto agli investitori da parte degli altri emittenti meno affidabili. Anche i titoli obbligazionari corporate, cioè quelli emessi dalle aziende private, si sono trovati nello stesso contesto di surriscaldamento delle aspettative di inflazione e di conseguente aumento dei rendimenti, sebbene in questo caso i movimenti possano essere amplificati o contenuti a seconda dell’emittente e del suo specifico profilo di rischio.
Cos’è il carry e perché torna d’attualità
Gli analisti finanziari hanno rispolverato il concetto di carry
per descrivere l’opportunità attuale del mercato obbligazionario. Il carry rappresenta il portato dell’investimento, ciò che rimane, guadagno o perdita che sia, al netto dei costi per il mantenimento dell’investimento stesso: nel caso obbligazionario, si tratta del reddito netto derivante dalle cedole. La Strategy Unit di Pictet Asset Management ritiene che le obbligazioni possano tornare un valido elemento di diversificazione nel portafoglio, perché al momento i rendimenti restano elevati anche a fronte del calo del prezzo del greggio.
Quali opportunità offrono i diversi tipi di obbligazioni
Federico Valesi, responsabile credit di Quaestio Sgr, spiega che i bond offrono remunerazioni appetibili per chi è alla ricerca di cedole periodiche. I
Btp italiani a lunga scadenza presentano un premio di rendimento, rispetto ai titoli più brevi e meno soggetti a oscillazioni di prezzo, quasi dell’1%, e hanno inoltre il vantaggio, come tutti i titoli di Stato, di un’aliquota fiscale agevolata al 12,5%, contro il 26% applicato agli altri investimenti.
In alternativa, le obbligazioni corporate offrono opportunità interessanti su diversi segmenti di rischio. L’Investment Grade, la fascia più sicura, rende circa il 3,65%; l’High Yield, più rischioso ma con rendimento più alto, si attesta al 5,5%; salendo ulteriormente lungo la curva del rischio si trovano i subordinati finanziari, gli AT1, che offrono un rendimento intorno al 6%. Sia l’High Yield sia i subordinati finanziari garantiscono quindi un flusso cedolare superiore a quello del Btp, a fronte però di un maggiore rischio di credito. La diversificazione resta comunque un ingrediente imprescindibile del portafoglio, e un’allocazione che affianchi al Btp una componente di High Yield e di subordinati finanziari risulta particolarmente adatta all’investitore con un orizzonte pluriennale e un’esigenza di reddito periodico.
Un investitore che desideri una rendita costante potrebbe destinare la parte più consistente del proprio capitale a Btp, più sicuri ma meno remunerativi, e una quota minore a obbligazioni High Yield o subordinati finanziari, accettando un rischio maggiore in cambio di cedole più elevate su quella specifica porzione dell’investimento.
Perché conviene allungare la durata dei titoli
Gli esperti consigliano di sfruttare il rialzo dei rendimenti sulle scadenze medie o lunghe, a seconda del profilo di rischio dell’investitore e dei suoi bisogni specifici, tenendo presente che le scadenze più lunghe presentano prezzi più ballerini nel breve periodo. Per i bond si parla in questo caso di
duration, cioè il tempo necessario a rientrare in possesso del capitale investito, considerando i rimborsi delle cedole e del capitale eventualmente anticipato.
Da Pictet indicano una preferenza per duration intermedie, con focus su scadenze tra i sette e i dieci anni, cogliendo i livelli di rendimento assoluto attualmente disponibili, piuttosto che restare su scadenze brevi ed esporsi al rischio di dover reinvestire a tassi inferiori nei prossimi 12-24 mesi. La Banca centrale europea mantiene una politica restrittiva, ma si trova vicina alla fine del proprio ciclo di rialzi dei tassi, e il tratto medio-lungo della curva offre il miglior bilanciamento tra il carry catturato e la sensibilità ai tassi stessi. Bloccare la duration su questo orizzonte temporale permette così di assicurarsi il rendimento attuale e di beneficiare di un eventuale guadagno in conto capitale, qualora i tassi dovessero scendere come atteso dal mercato.
Le cinque domande da porsi prima di investire in obbligazioni
Prima di investire in obbligazioni, è necessario valutare cinque aspetti fondamentali. Il primo riguarda la durata del titolo, per non incorrere in oscillazioni del prezzo in caso di vendita anticipata prima della scadenza naturale. Il secondo è la cedola, che costituisce il reddito periodico effettivamente percepito. Il terzo è il rendimento finale, determinato anche dal prezzo di acquisto del titolo, non solo dal valore nominale della cedola. Il quarto elemento è l’affidabilità dell’emittente, elemento decisivo per valutare il rischio di credito complessivo dell’investimento. Il quinto, infine, riguarda la
tassazione applicata al rendimento, che sui titoli non governativi si attesta al 26%, contro il 12,5% previsto invece per i titoli di Stato.
Cosa comporta investire nel mattone
Passando all’investimento immobiliare, una casa può offrire un buon reddito da locazione e registrare nel tempo un aumento notevole di valore, ma richiede necessariamente di essere mantenuta. L’investitore deve considerare, oltre alle spese per l’acquisto, come il notaio e le tasse, anche le spese ordinarie e straordinarie che si presentano nel tempo, oltre al rischio concreto di trovarsi con l’immobile sfitto, e quindi privo di entrate per far fronte alle uscite che comunque continuano a maturare.
I rischi da tenere presenti in entrambe le scelte
Per le obbligazioni, il rischio non riguarda soltanto l’eventuale mancato rimborso del capitale o il mancato pagamento delle cedole, ma anche un possibile rialzo dei tassi di interesse, che farebbe diminuire la quotazione dei bond sul mercato secondario, penalizzando chi volesse vendere il titolo prima della scadenza naturale. Per gli immobili, invece, i rischi principali riguardano soprattutto la possibilità di rimanere sfitti e le spese impreviste che possono presentarsi nel tempo, oltre al rischio legato alla concentrazione di un capitale elevato su un unico bene, senza alcuna possibilità di diversificazione interna a quell’investimento.
Al di là del confronto puramente numerico tra i rendimenti offerti dalle due strade, la scelta più adatta dipende quindi in larga misura dal profilo dell’investitore: chi cerca liquidità immediata e la possibilità di modulare facilmente il proprio investimento nel tempo trova nelle obbligazioni uno strumento più flessibile, mentre chi è disposto a impegnare un capitale consistente per un periodo prolungato, accettando i costi di gestione e i rischi tipici del mattone, può trovare nell’immobile una fonte di reddito solida e, potenzialmente, anche una rivalutazione del capitale nel lungo periodo.
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