Dalla tutela della dignità della persona alla necessità di distinguere tra evasione e impossibilità oggettiva di pagare: il Parlamento può diventare protagonista di una nuova stagione di confronto sul debito.
Il rapporto tra debito, libertà personale e dignità umana non è soltanto una questione giuridica o economica, ma rappresenta una delle sfide più delicate per uno Stato di diritto. È da questa consapevolezza che prende le mosse il confronto sviluppato il 4 novembre scorso alla Camera dei Deputati in occasione dell’incontro dedicato a «Protocollo 4 – Divieto di imprigionamento per debiti», iniziativa che punta a promuovere una riflessione trasversale sul rapporto tra obbligazioni economiche e diritti fondamentali.
Al centro del dibattito vi è una distinzione sostanziale: quella tra chi si sottrae deliberatamente ai propri obblighi e chi, invece, non è oggettivamente nelle condizioni economiche di poterli assolvere. Una differenza che chiama in causa non soltanto il sistema della riscossione e quello sanzionatorio, ma anche il ruolo delle istituzioni nella prevenzione delle crisi, nel recupero dell’autonomia economica e nella tutela della dignità delle persone e delle famiglie. Il tutto con impatti significativi sul piano costituzionale e sul piano del garantire i diritti inviolabili di natura europea.
A presiedere il tavolo di confronto è stato l’On. Giovanni Maiorano, componente della I Commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati, il quale ha risposto ad alcune domande in questa intervista esclusiva per Italia Report Usa di Angelo Lucarella.
Nelle sue riflessioni emerge un principio di equilibrio: rigore nei confronti di chi evade o froda consapevolmente, ma strumenti proporzionati e concrete possibilità di ripartenza per chi attraversa una condizione di difficoltà non imputabile alla propria volontà. Una prospettiva che investe anche il rapporto tra fiscalità, lavoro e reinserimento sociale.
Onorevole Maiorano, durante l’incontro del 4 novembre alla Camera dei Deputati ha presieduto il tavolo dedicato a Protocollo 4, un’iniziativa che pone al centro il rapporto tra obbligazioni economiche, libertà personale e dignità umana. Da componente della Commissione Affari costituzionali, ritiene che il nostro ordinamento debba compiere un ulteriore passo avanti per garantire che l’impossibilità oggettiva di pagare un debito non si trasformi in una forma di condanna sociale o personale?
“Ritengo che il nostro ordinamento debba continuare a rafforzare gli strumenti capaci di distinguere con chiarezza tra chi sceglie deliberatamente di sottrarsi ai propri obblighi e chi, invece, si trova nell’impossibilità oggettiva di farvi fronte. Sono situazioni profondamente diverse e come tali devono essere considerate.
Il principio di fondo è che il debito comporta una responsabilità, ma non può diventare una condanna senza fine per la persona e per la sua famiglia. La nostra Costituzione, agli articoli 2 e 3, pone al centro la dignità umana e la pari dignità sociale. È un riferimento che deve orientare anche il modo in cui affrontiamo le situazioni di grave difficoltà economica.
L’Italia dispone già di strumenti giuridici per affrontare le crisi da sovraindebitamento e consentire, in presenza di determinati requisiti, percorsi di ristrutturazione ed esdebitazione. Ma dobbiamo continuare a lavorare affinché queste possibilità siano effettivamente accessibili e conoscibili da chi ne ha diritto.
Questo non significa cancellare i debiti, giustificare l’inadempimento o indebolire il diritto dei creditori. Significa assicurare che la legge sappia distinguere tra impossibilità e volontà di non adempiere, tra difficoltà reale e comportamento fraudolento.
Credo che la vera funzione delle istituzioni sia proprio questa: garantire il rispetto delle regole senza perdere mai di vista la persona. Perché uno Stato autorevole non è soltanto quello che esige il rispetto dei doveri, ma anche quello che sa offrire a chi si trova in una condizione di oggettiva difficoltà una possibilità concreta di ripartenza”
Il tema diventa particolarmente delicato quando il debito riguarda il Fisco. Come si può conciliare il dovere costituzionale di contribuire alle spese pubbliche con la necessità di tutelare cittadini e imprese che, per circostanze economiche indipendenti dalla propria volontà, non riescono ad adempiere agli obblighi tributari (questione educativa, migliori norme sul recupero della persona a lavorare, ecc.)?
“Il punto di partenza deve essere il pieno rispetto dell’articolo 53 della nostra Costituzione: contribuire alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva non è soltanto un obbligo fiscale, ma un dovere di responsabilità verso la collettività.
Questo principio, tuttavia, deve essere accompagnato da un altro elemento altrettanto importante: la capacità effettiva del cittadino di adempiere ai propri obblighi. Non possiamo trattare allo stesso modo chi evade deliberatamente il Fisco e chi, per una crisi aziendale, la perdita del lavoro, una malattia o altre circostanze indipendenti dalla propria volontà, si trova oggettivamente nell’impossibilità di pagare.
Credo che la risposta debba svilupparsi lungo tre direttrici.
La prima è educativa: occorre rafforzare la cultura della legalità fiscale, spiegando ai cittadini che le imposte finanziano servizi essenziali e che contribuire al funzionamento dello Stato è una responsabilità condivisa.
La seconda riguarda gli strumenti normativi e amministrativi. Dobbiamo rendere sempre più efficaci e accessibili i percorsi di rateizzazione, ristrutturazione del debito e, quando ne ricorrono i presupposti di legge, di esdebitazione. Un sistema di riscossione deve essere rigoroso, ma anche proporzionato alle reali condizioni economiche del contribuente.
La terza, che considero particolarmente importante, riguarda il lavoro. Non possiamo limitarci a inseguire un credito quando una persona ha perso ogni capacità di produrre reddito. Dobbiamo favorire percorsi di reinserimento lavorativo e di recupero dell’autonomia economica, perché restituire a una persona la possibilità di lavorare significa anche restituirle la possibilità di onorare i propri impegni e contribuire nuovamente alla collettività.
La riscossione dei tributi deve, quindi, rimanere un principio irrinunciabile, ma non può diventare un meccanismo che finisce per aggravare irreversibilmente la condizione di chi vorrebbe pagare e non è nelle condizioni di farlo.
In definitiva, credo in uno Stato che non faccia sconti a chi evade consapevolmente, ma che non abbandoni chi è realmente in difficoltà. Perché recuperare un contribuente alla legalità, al lavoro e alla propria autonomia economica significa recuperare anche un cittadino e, in ultima analisi, rafforzare lo Stato stesso”.
Uno dei nodi emersi nel dibattito riguarda la differenza tra chi volontariamente sottrae risorse al Fisco e chi, invece, si trova nell’impossibilità concreta di versare imposte o contributi, anche a causa di crisi aziendali, mancati pagamenti o difficoltà finanziarie. Ritiene che il legislatore debba intervenire per rendere più equilibrato il sistema sanzionatorio, distinguendo maggiormente la condotta fraudolenta dalla reale incapacità economica (ad esempio una netta distinzione tra evasori e semplici morosi)?
“Sì, ritengo che il legislatore debba continuare a lavorare in questa direzione, partendo da un principio fondamentale: il sistema sanzionatorio deve essere rigoroso nei confronti delle condotte fraudolente, ma anche proporzionato alla reale natura della violazione.
Dobbiamo distinguere con chiarezza chi organizza consapevolmente comportamenti finalizzati a sottrarre risorse al Fisco, attraverso dichiarazioni false, artifici o altri strumenti fraudolenti, da chi, pur avendo correttamente dichiarato i propri debiti tributari, si trova successivamente nell’impossibilità concreta di pagarli a causa di una crisi aziendale, di crediti non riscossi o di difficoltà finanziarie sopravvenute.
Sono situazioni diverse, che non possono essere affrontate con una risposta sanzionatoria indifferenziata.
È un principio che ha già trovato un riconoscimento in alcuni interventi della riforma fiscale avviata dal Governo, in particolare con il decreto legislativo 14 giugno 2024, n. 87, che ha introdotto specifiche disposizioni in materia di omesso versamento di ritenute e IVA, attribuendo rilievo, a determinate condizioni, alle crisi di liquidità derivanti da circostanze sopravvenute e non imputabili al contribuente.
Credo che questo percorso debba proseguire, rafforzando la capacità dell’ordinamento di valutare non soltanto il mancato pagamento, ma anche le circostanze in cui si è verificato, la condotta del contribuente e gli eventuali tentativi messi in atto per far fronte ai propri obblighi.
Attenzione, però: questa distinzione non deve mai diventare un alibi per l’evasione o uno strumento per sottrarsi alle proprie responsabilità. La dichiarazione dei redditi deve essere veritiera, gli obblighi fiscali devono essere rispettati e chi froda lo Stato deve risponderne.
La nostra priorità deve essere costruire un sistema nel quale la sanzione colpisca con fermezza chi viola deliberatamente la legge, mentre chi dimostra di trovarsi in una condizione di oggettiva e documentabile difficoltà possa avere accesso a percorsi sostenibili di regolarizzazione.
Non si tratta di essere meno rigorosi con il Fisco, ma di essere più giusti nell’applicazione delle regole. Perché la legalità si tutela anche attraverso la capacità di distinguere responsabilità diverse e situazioni profondamente differenti”.
Protocollo 4 ambisce a promuovere la costituzione degli Stati generali del debito, mettendo attorno allo stesso tavolo istituzioni, professionisti, associazioni, imprese e cittadini. L’obiettivo è affrontare non soltanto il debito tributario, ma anche quello privato e pubblico, considerando le ricadute sull’economia nazionale e sulla coesione sociale. Quale ruolo potrebbero svolgere il Parlamento e le Commissioni competenti per trasformare questo percorso di confronto in proposte legislative concrete?
“Credo che il Parlamento possa e debba svolgere un ruolo centrale in questo percorso: trasformare il confronto tra istituzioni, professionisti, imprese, associazioni e cittadini in un’agenda di lavoro concreta, capace di individuare problemi reali e proporre soluzioni legislative efficaci.
Gli Stati generali del debito possono rappresentare un’occasione importante proprio perché consentono di affrontare il fenomeno nella sua complessità. Il debito tributario, quello privato e quello pubblico hanno caratteristiche e conseguenze differenti, ma sono tutti elementi che incidono sulla stabilità economica, sulla capacità delle imprese di investire, sulla serenità delle famiglie e, più in generale, sulla coesione sociale.
Il Parlamento può contribuire innanzitutto promuovendo momenti di approfondimento e di ascolto, attraverso audizioni e indagini conoscitive nelle Commissioni competenti. È fondamentale coinvolgere chi opera quotidianamente in questi ambiti: magistrati, professionisti, rappresentanti delle categorie produttive, istituti finanziari, enti locali e associazioni che assistono le persone in difficoltà. Le decisioni legislative devono partire dalla conoscenza dei problemi e dall’esperienza concreta di chi li affronta.
Da componente della I Commissione Affari costituzionali, ritengo particolarmente importante che questo lavoro tenga sempre insieme la tutela dei diritti, il rispetto delle regole e la responsabilità delle istituzioni. Naturalmente, un percorso di questo tipo richiede anche il contributo delle Commissioni Giustizia, Finanze, Bilancio, Attività produttive e Lavoro, ciascuna per gli ambiti di propria competenza.
Il passaggio decisivo, però, deve essere quello dalla riflessione alle proposte: individuare eventuali lacune normative, semplificare gli strumenti già esistenti, rendere più accessibili le procedure di composizione della crisi e favorire percorsi che consentano a famiglie e imprese, quando ne ricorrono i presupposti, di recuperare la propria autonomia economica.
Naturalmente, tutto questo deve avvenire senza perdere di vista la sostenibilità dei conti pubblici, la tutela dei creditori e il principio per cui gli obblighi assunti devono essere rispettati. Non si tratta di promuovere una cultura dell’inadempimento, ma di costruire un sistema capace di prevenire le situazioni di crisi, affrontarle tempestivamente e distinguere le diverse responsabilità.
In definitiva, gli Stati generali del debito dovrebbero diventare un luogo stabile di confronto e di elaborazione, mentre al Parlamento spetta il compito di dare a quel confronto uno sbocco istituzionale e legislativo. Perché il valore di un’iniziativa non si misura soltanto dalla qualità del dibattito che riesce a generare, ma soprattutto dalla capacità di produrre risultati concreti per i cittadini, le imprese e il Paese”.
Il divieto di imprigionamento per il solo fatto di non poter adempiere a un’obbligazione contrattuale trova un riferimento nell’articolo 1 del Protocollo n. 4 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Guardando anche al contesto internazionale, quale messaggio dovrebbe trasmettere l’Italia sul rapporto tra giustizia economica, libertà individuale e diritti fondamentali? Ritiene che Protocollo 4 possa diventare l’occasione per promuovere una riflessione europea più ampia su questi temi?
“L’Italia deve trasmettere un messaggio chiaro: la giustizia economica non può prescindere dal rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali. La libertà personale è un principio irrinunciabile del nostro ordinamento e non può essere sacrificata per il solo fatto che una persona si trovi nell’impossibilità oggettiva di adempiere a un’obbligazione.
L’articolo 1 del Protocollo n. 4 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sancisce proprio questo principio, che rappresenta un’importante garanzia di civiltà giuridica. Naturalmente, non significa legittimare chi evade, chi froda o chi si sottrae deliberatamente alle proprie responsabilità. La legalità deve essere sempre tutelata e chi viola le regole deve risponderne. Ma uno Stato di diritto deve anche saper distinguere tra la volontà di non pagare e l’impossibilità concreta di farlo.
Credo che Protocollo 4 possa diventare un’importante occasione per estendere questo confronto oltre i confini nazionali. Il problema dell’indebitamento, infatti, non riguarda soltanto l’Italia: coinvolge famiglie, imprese e cittadini in tutta Europa, con conseguenze che incidono sull’economia, sul lavoro e sulla coesione sociale.
L’Italia può contribuire a promuovere una riflessione europea seria e strutturata, coinvolgendo le istituzioni nazionali ed europee, il mondo delle professioni, le imprese e la società civile. In questo percorso, il Parlamento ha una responsabilità precisa: raccogliere le istanze che emergono dal confronto, approfondire le criticità dell’ordinamento e trasformare, laddove necessario, le proposte in iniziative legislative concrete.
È una sfida che richiede equilibrio e responsabilità. Non servono scorciatoie, né condoni indiscriminati, ma regole più attente alle diverse situazioni e strumenti capaci di consentire a chi è realmente in difficoltà di recuperare la propria autonomia economica e sociale.
Sono convinto che la forza di uno Stato non si misuri soltanto nella capacità di far rispettare gli obblighi, ma anche nella capacità di non lasciare indietro chi, senza aver agito in malafede, attraversa una condizione di grave difficoltà. È questo il principio di civiltà che l’Italia può contribuire a promuovere in Europa: una giustizia che sappia garantire insieme legalità, libertà e dignità della persona”.
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