«Dopo 45 giorni ho dormito»

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Mentre infuria la polemica dopo la pubblicazione di martedì sera – a Tg3 e TgLa7 – del video dell’incidente che è costato la vita a Ramy Elgaml, 19enne morto a Milano la notte del 24 novembre scorso, la Procura di Milano valuta di contestare l’ipotesi di omicidio volontario con dolo eventuale per i carabinieri. Al momento i militari indagati sono tre su sei intervenuti: il vicebrigadiere alla guida è indagato per omicidio stradale, altri due militari invece sono indagati per falso e depistaggio.


L’incidente avvenne in via Quaranta, all’angolo con via Ripamonti: lo scooter su cui viaggiavano Ramy e l’amico Fares Bouzidi (che guidava) andò a schiantarsi mentre veniva inseguito da tre gazzelle. L’ipotesi di omicidio volontario arriva dopo che la Procura ha attentamente valutato le immagini dell’inseguimento, lungo 8 chilometri e a tratti contromano.  

 

Gli indagati

Da quanto risulta, al momento oltre al carabiniere che era alla guida della macchina che ha inseguito lo scooter nelle fasi finali (otto chilometri di inseguimento in totale) accusato di omicidio stradale, così come Bouzidi, l’amico di Ramy, sono indagati altri due militari per reati che vanno dalla frode processuale e depistaggio al favoreggiamento.

Anche le posizioni degli altri tre carabinieri (tre in totale le pattuglie dell’inseguimento) sono al vaglio nell’inchiesta coordinata dal procuratore Marcello Viola, dall’aggiunta Tiziana Siciliano e dai pm Marco Cirigliano e Giancarla Serafini. L’elenco degli indagati, da quanto si è saputo, potrebbe allungarsi, così come potrebbe essere contestata anche l’ipotesi di falso per l’annotazione di servizio sui fatti di quella notte. Le valutazioni principali, però, andranno fatte sulla ricostruzione dello scontro tra l’auto e lo scooter, tra via Ripamonti e via Quaranta, che ha portato alla morte del giovane. 

 

Il papà: «Ma quei carabinieri non hanno figli?»

Il papà di Ramy, Yehia Elgaml, egiziano ma da tanti anni in Italia, reagisce così a quelle immagini: Appena le ho viste sono stato contento perché è arrivata la verità per Ramy. Ma negli ultimi 30 secondi del video mi sono arrabbiato più del giorno dell’incidente, perché ho visto Ramy morire davanti ai miei occhi, dice a Repubblica. Ho sentito i ragazzi dei carabinieri, i loro commenti: “È caduto, è caduto”, non parlano bene, è una cosa brutta. Ma non hanno figli loro? Venti minuti a inseguire due ragazzini».

«Quelli che ho visto nel video, uno, due, tre, sono carabinieri sbagliati. Ma ci sono anche i carabinieri veri. Non sono tutti uguali, e ho fiducia in quelli giusti», aggiunge l’uomo all’ANSA. «Anche le parole, di tutti i carabinieri…’è caduto, bene’. No! Come bene? Perché bene? Non va bene così». Nonostante ciò il padre ha espresso «fiducia nella giustizia italiana, al 100%».

 

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«Ho chiesto a tutti di stare tranquilli»​

Nei giorni successivi all’incidente in tanti, al Corvetto, scesero in piazza: ci furono disordini e scontri. La rabbia di un quartiere abbandonato a se stesso. Il padre di Ramy ha però fiducia nella giustizia: «Per due carabinieri che hanno sbagliato, gli altri sono giusti. La verità non è ancora completa, questa è solo una metà, per l’altra metà aspettiamo la giustizia». E infine sul fratello: «Tarek è tranquillo, io ho chiesto a tutti di mantenere la calma. Ho chiamato e ho detto “state calmi, non fate niente di brutto ora, aspettiamo la giustizia”. E loro mi hanno assicurato la pace».

 

La madre: la verità sta uscendo, dopo 45 giorni ho dormito

«Quando ho visto mio figlio morto investito, sotto la gazzella dei carabinieri, mi sono sentita male. Ma poi, dopo 45 giorni, ho potuto dormire. Perché quel video vuol dire che la verità sta arrivando, non è stata coperta». A dirlo, senza lacrime e con voce ferma, è la madre di Ramy Elgaml, il 19enne egiziano morto a Milano tra il 24 e il 25 novembre dopo un inseguimento con i carabinieri. «Nessuno ci ha chiesto scusa – ha aggiunto la donna, che ha altri tre figli, due maschi e una femmina, uno solo dei quali vive a Milano mentre i maggiori stanno al Cairo -. Nessuno di loro ci ha chiamato, anche per un incontro, saremmo andati».

 

 

Le immagini trasmesse in tv

Nelle immagini riprese da un’auto dei carabinieri, agli atti degli inquirenti e trasmesse questa sera da Tg3 e TgLa7, si vede un primo impatto tra la gazzella dei militari e lo scooter sul quale ci sono due ragazzi: Ramy e il conducente Fares Bouzidi, 22enne tunisino. Dopo questo primo impatto, il mezzo a due ruote non cade. E nel servizio tv si sentono, in successione, diverse frasi choc dei carabinieri. Una prima («vaff… non è caduto»), pronunciata dopo lo speronamento. Una seconda frase simile, nel corso dell’inseguimento: «Chiudilo, chiudilo… no, mer… non è caduto».

Infine la terza frase, alla fine della corsa tra le strade del centro di Milano, quando sembra effettivamente esserci un ulteriore contatto, come testimoniano le immagini riprese questa volta da una telecamera del Comune. I due ragazzi perdono il controllo del mezzo e a quel punto i carabinieri avvertono via radio che i due «sono caduti», in via Quaranta. E un loro collega risponde, sempre via radio, «bene».

 

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Il testimone che aveva ripreso tutto

Agli atti degli inquirenti ci sono anche le immagini di due carabinieri che, dopo l’incidente, si avvicinano a un giovane sul marciapiede, che alza le mani in alto. Si tratta di Omar, il testimone che ha detto di aver ripreso tutto, aggiungendo che i militari dell’Arma gli avrebbero intimato di cancellare il filmato. Dopo l’incidente, a novembre, il quartiere Corvetto ha vissuto notti di tensione, con atti di vandalismo compiuti da qualcuno che chiedeva giustizia per il giovane egiziano morto. «La presunzione di innocenza deve essere applicata anche ai carabinieri» aveva dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, proprio commentando i fatti del 24 novembre.

 

Polemiche dopo la pubblicazione del video

Intanto hanno suscitato polemiche politiche i video dell’inseguimento e dell’incidente in cui è morto Ramy, 19 anni. Da un lato c’è chi, come l’eurodeputata Ilaria Salis, ritiene «parole e comportamento» dei militari «inaccettabili in un Paese civile» e chi, come la leghista Silvia Sardone e il parlamentare di FdI Riccardo De Corato difende il loro operato. «Se oggi il caso non può più essere insabbiato, come è già accaduto altre volte in situazioni simili – ha scritto Salis su Instagram -, lo dobbiamo anche alle proteste del quartiere Corvetto, grazie a cui l’opinione pubblica ha iniziato a interessarsi della vicenda. Lo dobbiamo alla comunità di amici e solidali che reclamano verità e giustizia per Ramy e Fares». «È la gioventù proletaria e meticcia di questi quartieri popolari – ha proseguito – che ha alzato la voce, rifiutando di essere trattata come una cittadinanza di serie B».

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Per l’europarlamentare Sardone è in atto un «linciaggio mediatico». «Di fronte a una fuga così pericolosa – ha osservato – i carabinieri hanno fatto ciò che era necessario: inseguirli e tentare di fermarli. Basta processi mediatici».

«Il fatto che un giovane giovanissimo ragazzo perda la vita è sempre un dispiacere» ha premesso De Corato, però «l’Arma ha fatto il proprio encomiabile dovere nei confronti di chi non rispetta la legge, come in questo caso, dove non è stato rispettato un alt da parte dei carabinieri». «Le accuse nei confronti di questi ultimi – ha concluso -, le trovo assolutamente imbarazzanti e inesistenti».

 

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