#Finsubito news – Le midterm saranno come un referendum su Trump. Lo stratega dei dem: “È un governo corrotto. Lui perderà”


«Si profila una sonora bocciatura della guerra in Iran, della gestione dell’energia e del terrorismo». John Podesta, uno dei più influenti strateghi del partito democratico, guarda con ottimismo al 3 novembre. «Queste elezioni di metà mandato sono diventate un referendum su Trump – dice a L’Espresso – I principali analisti prevedono una vittoria dem alla Camera pressoché certa. Resta da capire quanto sarà ampia. Persino il Senato, che sembrava fuori portata, potrebbe passare ai democratici». Capo di gabinetto di Bill Clinton, consigliere di Barack Obama e mente della campagna presidenziale di Hillary Clinton nel 2016, Podesta è stato zar del clima di Joe Biden. Oggi il fondatore del think tank Center for American Progress, interpreta il voto anche attraverso le fragilità di un apparato di cui conosce, da oltre trent’anni, dinamiche e contraddizioni. «Gli americani non hanno ritrovato fiducia nel partito. Cercano qualcuno che dica loro la verità, che non insegua un passato ormai lontano, ma sappia offrire una visione del futuro in cui credere».

 

Podesta, queste sono le prime elezioni importanti dopo la sconfitta del 2024. Che cosa pensa abbia imparato il suo partito da quella sconfitta?

«Ha cercato di riconquistare gli elettori passati a Trump nel 2024, scegliendo candidati più capaci di attrarre nuove generazioni e ispanici. Abbiamo visto spostamenti significativi, soprattutto tra i giovani uomini. Il merito è di campagne concentrate sui problemi che stanno loro a cuore, ma anche della capacità di raggiungerli nei luoghi e sulle piattaforme che frequentano, senza affidarsi soltanto alla tradizionale pubblicità televisiva. Il sindaco di New York, Mamdani, ha aperto la strada».

 

Un tempo i progressisti erano considerati un rischio per il partito nelle elezioni nazionali. Oggi, l’establishment sembra abbracciare molte delle loro idee. Chi è cambiato?

«Bisogna guardare alle singole competizioni elettorali. Dove gli elettori sono più progressisti, come a New York, vediamo uno spostamento a sinistra e un’apertura ai candidati socialisti democratici. Ma in contesti tradizionalmente più moderati, come il Texas con James Talarico, l’Iowa con Josh Turek, oppure nelle corse governatoriali in Minnesota e Wisconsin, sono stati i moderati a vincere le primarie. C’è però un elemento che li accomuna e forse è la vera lezione del 2024. Nessuno difende più lo status quo, nemmeno quello della presidenza Biden. Moderati e progressisti denunciano un sistema che non funziona, truccato a favore dei più ricchi. Fisco e altri meccanismi arricchiscono chi è già al vertice, soprattutto nel settore tecnologico, mentre i lavoratori restano indietro. Le differenze riguardano le soluzioni, ma anche qui c’è più convergenza di quanto sembri: migliorare la sanità, ridurre i costi dell’energia, aumentare stipendi e il salario minimo».

 

Ci sarà margine per influire già durante questi ultimi due anni di Trump?

«Passare dalla vittoria elettorale all’approvazione delle leggi resta difficile. Al Senato esiste ancora l’ostruzionismo e Trump conserva il potere di veto. Ma i democratici possono almeno dimostrare di concentrarsi sulle questioni che stanno loro a cuore. Il campo d’azione elettorale del presidente si restringe. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe dovuto andare in Kansas a sostenere un senatore repubblicano uscente, in uno Stato che non elegge un democratico al Senato da quasi cento anni?».

 

I dem puntano sui problemi della vita quotidiana, dal costo della vita al lavoro, per riconquistare la classe lavoratrice. Ma non rischiano di sacrificare temi come aborto, diritti Lgbtq e clima?

«Sono nei programmi, ma se ne parla poco durante i comizi. Non hanno cambiato posizione, ma i candidati nelle sfide più combattute ne discutono meno perché pensano che non convincano gli elettori centristi o i giovani lontani dalla politica. Devono concentrarsi sull’economia. Nell’ultima parte della mia carriera mi sono occupato soprattutto di clima. Dopo il 2024, molti consigliavano ai democratici di non parlarne, considerandolo un tema divisivo. Ma non c’è alcuna prova che sia così. Anzi, queste elezioni sono diventate un referendum anche sulla politica energetica di Trump: rincari dell’elettricità a due cifre in tutto il Paese, pieno sostegno ai data center senza pretendere che paghino la loro giusta quota, impennata dei prezzi di benzina e diesel per la guerra in Iran e abbandono del sostegno alle energie pulite. Trump resta legato alle industrie dei combustibili fossili, che stanno causando difficoltà agli americani».

 

Se riprenderete il Congresso, quali saranno le priorità del Center for American Progress per influenzare la nuova agenda politica?

«Il costo della sanità, della casa e dell’energia, e il loro legame con la corruzione. Credo che questa sia l’amministrazione più corrotta della storia americana moderna. Bisogna risalire a Warren Harding, negli anni Venti, per trovare qualcosa di simile. In passato, chi governava generalmente non si arricchiva grazie alle proprie decisioni. Con Trump è diverso. Se i democratici riconquisteranno anche una sola Camera, cercheranno di far emergere come sia diventato più ricco di 2,5 miliardi di dollari, forse addirittura 4, in soli due anni. Chi gli mette soldi in tasca attraverso le criptovalute? Da dove arrivano? Molti fondi provengono dall’estero. Il punto è dimostrare agli americani il legame tra il suo arricchimento e le decisioni che, secondo me, fanno aumentare prezzi e tassi d’interesse, mentre i salari restano fermi. Se i democratici riusciranno a stabilire questa connessione, l’effetto politico potrebbe essere devastante».

 

Sarebbe favorevole all’impeachment o a nuove inchieste su Trump? Quale dovrebbe essere il focus in vista del 2028?

«Ha già affrontato due impeachment. Un terzo servirebbe a poco, per destituirlo occorrono i due terzi del Senato e, se i repubblicani non lo hanno rimosso dopo il 6 gennaio, non lo faranno ora.Diverso è il discorso sulle inchieste parlamentari. Portare i fatti alla luce può preparare il terreno a grandi cambiamenti dopo le prossime elezioni. È ciò che i democratici devono fare: indagare sulle decisioni di Trump, su chi le ha influenzate e sull’eventuale ruolo del denaro. E mostrare agli americani come queste scelte incidano sulle bollette, sulla casa e sulla spesa, favorendo amici, finanziatori e frequentatori di Mar-a-Lago anziché l’interesse pubblico».

 

Diversi sondaggi mostrano una crescente sfiducia degli elettori verso i democratici, accusati di scarsa onestà e trasparenza. Un esempio è la gestione della salute di Biden.

«Negli ultimi mesi l’immagine è leggermente migliorata, ma resta ai minimi. Non hanno visto una strategia efficace per contrastare Trump e sono rimasti arrabbiati per la decisione di Biden di restare in corsa così a lungo. Ho lavorato con lui, era assolutamente in grado di prendere buone decisioni come presidente, ma non di affrontare una campagna. Il fatto che lui, la Casa Bianca e il partito non abbiano riconosciuto prima questa realtà ha lasciato molta amarezza».

 

È preoccupato per le conseguenze che Trump sta provocando alla democrazia americana?

«Non siamo ancora a due anni di mandato, ma ha già provocato danni enormi. Ne restano più di due e conserva un potere immenso per farne altri. Se subirà una pesante sconfitta alle midterm, probabilmente passerà i prossimi mesi a cercare di vendicarsi. Dobbiamo restare vigili».


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