#Finsubito news – Il paradosso delle pensioni nella legge di bilancio


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Nel disegno di legge di bilancio il governo di Giorgia Meloni ha inserito misure paradossali e contraddittorie sulle pensioni, forse l’argomento politico più delicato di tutti quando c’è da stanziare risorse, in un paese dove quasi un terzo della popolazione ha più di 60 anni.

Da una parte il governo ha proposto misure di flessibilità per permettere a un ristretto gruppo di persone di andare in pensione prima, e il rischio è che finisca per finanziare l’ennesima “quota”, cioè l’ennesima deroga temporanea ai meccanismi che stabiliscono quando si può andare in pensione. Dall’altra ha trovato i soldi per queste misure togliendoli proprio alla categoria dei pensionati, a cui ha in parte bloccato la rivalutazione delle pensioni all’inflazione, che quest’anno sarà particolarmente elevata per la guerra in Medio Oriente.

Il disegno di legge non è ancora stato approvato, ma a meno di grosse modifiche finirà per togliere soldi a milioni di pensionati per permettere a poche decine di migliaia di persone di andare in pensione in anticipo. L’obiettivo evidente per il governo è avere un risultato facilmente comunicabile da mostrare nella campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027.

A regime le pensioni dovrebbero seguire uno schema automatico di rivalutazione in base a come va il costo della vita, cioè l’inflazione: l’ISTAT ogni anno calcola l’indice FOI, che determina l’aumento delle pensioni per l’anno successivo. Il sistema in vigore si chiama “perequazione” e funziona a scaglioni sulla base dell’importo percepito (come l’imposta sui redditi, per capirci): chi ha le pensioni più basse ha diritto a una rivalutazione piena in base all’inflazione, e a salire la rivalutazione a cui si ha diritto si fa sempre più bassa.

In questo caso con i numeri si capisce meglio. La rivalutazione è piena per gli importi fino a quattro volte la pensione minima: 611,85 euro al mese per quattro, cioè per le pensioni fino a 2.447,4 euro lordi, che significano circa 1.900 euro netti. Se per esempio quest’anno l’inflazione si confermasse al 3,4 per cento, in base all’ultima stima ISTAT per l’inflazione acquisita, nel 2027 le pensioni fino a 2.447,4 euro lordi aumenterebbero del 3,4 per cento, recuperando al 100 per cento l’inflazione.

La percentuale di rivalutazione scende al 90 per cento per gli importi tra quattro e cinque volte il minimo (quindi tra 2.447,4 e 3.059,25), e poi cala ancora al 75 per cento per gli importi sopra le cinque volte la pensione minima, quindi sopra i 3.059,25 euro. Significa che all’aumentare dell’importo della pensione si deve sopportare una perdita crescente, ma solo sull’importo oltre la soglia, col classico meccanismo a scaglioni. Sempre considerando un’inflazione ipotetica del 3,4 per cento, gli importi nel secondo scaglione delle pensioni salirebbero del 3,06 (cioè il 90% di 3,4), e quelli da 3.059,25 euro in su del 2,55 per cento.

Nel grafico sotto, la linea a gradini mostra queste soglie, mentre quella continua le combina e fa vedere la rivalutazione complessiva in base all’importo della pensione.

All’articolo 55 del disegno di legge di bilancio il governo introduce per il solo 2027 due deroghe importanti a questo sistema. Innanzitutto riduce le percentuali di adeguamento per le pensioni di importi sopra i 2.447,4 euro lordi, mentre mantiene la rivalutazione piena sotto questa soglia, entro cui ricade comunque buona parte delle pensioni in Italia. Per moltissimi pensionati dunque non cambierà niente: riceveranno una rivalutazione piena dell’inflazione di quest’anno. Per chi ha pensioni sopra a 2.447,4 euro le cose invece potrebbero cambiare moltissimo.

Come si vede dal grafico qui sotto, con le nuove regole le percentuali di rivalutazione scenderebbero molto e – questa è la seconda deroga – il calcolo non funzionerebbe più per scaglioni. Col metodo classico chi supera una soglia perde qualcosa solo sugli euro che stanno sopra, mentre col nuovo metodo per il 2027 la percentuale si applicherebbe su tutto l’importo, e scenderebbe di fascia in fascia.

Il grafico successivo mostra invece una simulazione per importi: le barre in grigio corrispondono a quanto sarebbe l’aumento mensile col sistema attuale; quelle in celeste a quanto ammonterebbe nel 2027 col sistema proposto dal governo nella legge di bilancio.

Chi perderà soldi con questa rivalutazione non li recupererà più. Lo stesso sistema di ricalcolo era stato usato dal governo anche nella legge di bilancio del 2023, altro anno in cui l’inflazione fu alta.

Secondo la relazione tecnica allegata alla legge di bilancio, questo meccanismo farà risparmiare allo Stato 885 milioni di euro all’anno per i prossimi tre anni (già al netto delle minori imposte incassate).

Per il prossimo triennio si sono quindi liberate risorse per un totale di 2,65 miliardi di euro. Il risparmio complessivo sarà con ogni probabilità più alto, perché la relazione tecnica ipotizza un’inflazione al 2,8 per cento, ma sappiamo già che per quest’anno sarà almeno del 3,4.

In ogni caso il paradosso non è tanto che il governo abbia deciso di per sé di penalizzare i pensionati, con un meccanismo per certi versi equo e con una scelta politica legittima (per l’intervento del 2023 era stata interpellata sul tema anche la Corte costituzionale, che aveva giudicato legittimo il ricalcolo). Il paradosso sta in cosa potrebbe decidere di fare con questi 2,65 miliardi.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme ai due vicepresidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Mauro Scrobogna/LaPresse)

All’articolo 52 il disegno di legge di bilancio propone l’istituzione di un fondo per finanziare misure «di supporto in uscita dal mercato del lavoro», con una dotazione di 850 milioni di euro all’anno per il triennio 2027-2029 e quindi di 2,55 miliardi complessivi. Sono importi quasi uguali a quanto risparmiato dal ricalcolo della rivalutazione e, sebbene la legge di bilancio non espliciti per ogni singola misura l’origine dei soldi che servono per finanziarla, in questo caso il legame è molto plausibile.

Il disegno di legge di bilancio non dà dettagli puntuali su cosa intenda per misure di supporto in uscita, ma rimanda la destinazione di questi soldi a un decreto successivo. Quello che appare chiaro è che la scelta politica sia cercare di far andare prima in pensione una manciata di lavoratori – sebbene con dettagli ancora da capire – a costo di impoverire quelli che sono già in pensione.

Negli ultimi mesi erano state diverse le ipotesi proposte dai partiti di governo. Quella più avanzata e su cui si discute è della Lega, il partito che più di tutti negli anni ha fatto battaglie contro la riforma Fornero sulle pensioni, con toni anche molto aggressivi nei confronti della stessa Elsa Fornero.

– Leggi anche: Quattro fatti notevoli sulle pensioni in Italia

La proposta prevede una deroga temporanea – e quindi non uno “smantellamento” della riforma Fornero, come spesso viene invocato dai politici della Lega – al sistema di pensionamento anticipato attualmente in vigore. Oggi si può già andare in pensione prima, a 64 anni invece che a 67, ma solo se si rispettano due requisiti abbastanza stringenti.

Il primo è che si siano accumulati almeno 20 anni di contributi interamente nel sistema contributivo, cioè quello in vigore dal 1996, che calcola la pensione spettante sulla base dei contributi versati: ha sostituito il sistema retributivo, molto più generoso, che invece calcolava la pensione sulla base degli ultimi stipendi. Il requisito di avere 20 anni di contributi solo nel sistema contributivo esclude chiunque sia nel sistema cosiddetto misto, cioè che ha contributi versati prima del 1996.

La proposta della Lega prevederebbe di derogare a questo vincolo per includere anche le persone che a 64 anni abbiano accumulato contributi per almeno 36 anni, quindi anche nel sistema retributivo. Non si sa se la proposta varrebbe per tutti i lavoratori o solo per alcune categorie.

Si chiamerebbe “quota 64” e sarebbe una sorta di nuova “quota 100” (64+36), con la differenza che in questo caso si imporrebbe una penalizzazione sostanziale della pensione: si obbligherebbe cioè alla rinuncia al calcolo retributivo degli anni prima del 1996, e quindi di fatto la rinuncia a un trattamento più generoso.

Il secondo vincolo del sistema attuale prevede che non si possa accedere alla pensione anticipata se l’importo a cui si ha diritto non arriva almeno a tre volte l’assegno sociale, cioè 1.638,72 euro lordi al mese. Probabilmente per far funzionare la quota si dovrebbe derogare anche a questo vincolo, perché il rischio è che con il ricalcolo contributivo molti non riescano ad arrivare alla soglia.

Secondo il sottosegretario al ministero del Lavoro Claudio Durigon, della Lega, questa ipotesi coinvolgerebbe potenzialmente 60mila persone, al costo di 850 milioni l’anno e creando l’ennesima deroga ai requisiti del sistema pensionistico, con le iniquità e le storture che ne deriverebbero.


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