Dopo una lunga fase in cui i mercati avevano scommesso su un progressivo allentamento monetario da parte della Banca centrale europea (Bce), lo scenario è cambiato radicalmente. Le aspettative di nuovi tagli dei tassi hanno lasciato spazio ai timori di ulteriori rialzi, alimentati dal ritorno delle pressioni inflazionistiche e dal protrarsi del conflitto in Medio Oriente. L’aumento dei prezzi energetici ha infatti costretto gli investitori a rivedere le prospettive sulla politica monetaria, contribuendo a mantenere elevati i rendimenti obbligazionari europei. Il quadro resta caratterizzato da una combinazione particolarmente complessa: inflazione in accelerazione, rischi per la crescita e forte incertezza geopolitica.
La svolta restrittiva era iniziata nella riunione dell’11 giugno, quando la Bce aveva aumentato i tre tassi ufficiali di 25 punti base, interrompendo il ciclo di allentamento avviato nel 2024. Il tasso sui depositi era così salito al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui prestiti marginali al 2,65%. Dopo la pausa di luglio, il 10 settembre Francoforte aveva deciso un secondo rialzo di 25 punti base, portando i tre tassi rispettivamente al 2,50%, al 2,65% e al 2,90%. Le decisioni erano state motivate dal peggioramento delle prospettive di inflazione e dal rischio che lo shock energetico si trasferisse stabilmente al resto dell’economia.
L’ultima riunione, quella del 29 ottobre, ha segnato invece una pausa nella stretta monetaria. Il Consiglio direttivo ha deciso di mantenere invariati i tassi, confermando quello sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%. La decisione non rappresenta però un ritorno a una politica accomodante. Nel comunicato ufficiale, la Bce ha sottolineato che il continuo aumento dei prezzi energetici comporta rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita, mentre le condizioni di finanziamento si sono già irrigidite rispetto alla precedente riunione.
La presidente Christine Lagarde ha confermato che le prossime decisioni continueranno a essere adottate riunione per riunione, sulla base dei dati disponibili, senza impegnarsi preventivamente su un determinato percorso dei tassi. La Bce osserva che, per il momento, l’inflazione di fondo è rimasta relativamente stabile e i salari non mostrano una risposta significativa allo shock energetico. Tuttavia, la maggiore durata e intensità del rincaro dell’energia aumentano il rischio di effetti indiretti e di secondo livello. Un ulteriore elemento di novità riguarda la stessa guida dell’istituto: Lagarde lascerà la presidenza il 7 febbraio 2027, anticipando la scadenza naturale del mandato e aprendo il dossier della successione.
A rafforzare la prudenza della Bce sono soprattutto gli ultimi dati sull’inflazione. Secondo Eurostat, a settembre l’inflazione annua dell’Eurozona è salita al 3,8%, dal 3,2% di agosto, allontanandosi ulteriormente dall’obiettivo del 2%. Il contributo dell’energia è stato particolarmente significativo, pari a 1,71 punti percentuali, mentre i prezzi energetici hanno registrato una crescita annua vicina al 19%. La dinamica appare tuttavia meno accentuata nelle altre componenti: l’inflazione al netto dell’energia si è attestata al 2,3% e quella di fondo al 2,5%. Una differenza importante, perché suggerisce che una parte consistente dell’accelerazione dei prezzi continua a dipendere dal mercato energetico.
Le proiezioni pubblicate dalla Bce a settembre indicavano un’inflazione media del 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028, con un picco atteso verso la fine dell’anno e un successivo rallentamento. L’evoluzione più recente dei prezzi energetici rende però questo scenario particolarmente incerto. La stessa Bce ha evidenziato nella riunione di ottobre che gli effetti complessivi dello shock devono ancora manifestarsi pienamente. La durata del conflitto e l’eventuale normalizzazione delle forniture di petrolio e gas saranno quindi decisive per stabilire se le pressioni inflazionistiche potranno attenuarsi oppure richiederanno ulteriori interventi monetari.
Il principale elemento di incertezza resta infatti il conflitto tra Stati Uniti e Iran e la situazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici per il commercio mondiale di petrolio e gas naturale. Nelle ultime settimane si sono verificati nuovi attacchi e incidenti che hanno coinvolto il traffico marittimo. Parallelamente, sono emersi nuovi tentativi diplomatici per evitare un’ulteriore escalation. Secondo le indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, il vicepresidente americano JD Vance avrebbe inviato un messaggio a Mohsen Rezaei, figura di primo piano dell’apparato di sicurezza iraniano, per rilanciare il negoziato. Anche il Qatar avrebbe presentato una nuova proposta di accordo, accolta però con scetticismo da esponenti iraniani. Non è stato quindi raggiunto un accordo definitivo, mentre restano aperte le divergenze sulle condizioni per una de-escalation e sulla sicurezza della navigazione attraverso Hormuz.
Questi sviluppi continuano a condizionare direttamente il mercato petrolifero. Le quotazioni restano elevate e sensibili a qualsiasi notizia proveniente dal Medio Oriente. Un’intesa che garantisse la sicurezza delle rotte e il ripristino dei flussi energetici potrebbe ridurre rapidamente il premio geopolitico incorporato nei prezzi, mentre nuovi attacchi rischierebbero di provocare ulteriori rialzi.
Resta quindi fondamentale distinguere tra le diverse forme di inflazione. Gli shock energetici tendono a produrre aumenti dei prezzi più rapidi e volatili rispetto alle pressioni generate da salari e domanda interna. Il dato di settembre evidenzia questa differenza: a fronte di un’inflazione complessiva del 3,8%, quella al netto dell’energia è rimasta molto più contenuta. Se petrolio e gas dovessero stabilizzarsi, il loro contributo all’inflazione potrebbe progressivamente ridursi, consentendo alla Bce di valutare con maggiore prudenza la necessità di ulteriori rialzi.
Un secondo elemento riguarda gli effetti base. Poiché i prezzi energetici hanno iniziato a salire sensibilmente dalla primavera del 2026, nei prossimi trimestri il confronto annuale avverrà rispetto a livelli già elevati. A parità di quotazioni, il contributo dell’energia all’inflazione potrebbe quindi diminuire nel corso del 2027, mentre una discesa significativa del greggio potrebbe trasformarlo in un fattore disinflazionistico. Questo scenario resta tuttavia subordinato alla stabilizzazione del quadro geopolitico e non implica necessariamente un calo generalizzato dei prezzi al consumo.
Uno scenario più problematico emergerebbe invece se i maggiori costi energetici si trasferissero in modo persistente ai prezzi dei beni, ai servizi e alle dinamiche salariali. È proprio questo il rischio che la Bce intende contenere. La decisione di ottobre di mantenere i tassi invariati riflette quindi un equilibrio delicato: evitare che l’inflazione si consolidi su livelli elevati senza aggravare eccessivamente il rallentamento economico. Nei prossimi mesi, la direzione della politica monetaria dipenderà soprattutto dall’evoluzione del conflitto, dai prezzi energetici e dalla capacità dell’inflazione di fondo di rimanere sotto controllo.
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