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Otto mesi dopo l’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, l’economia internazionale si trova in una condizione che fino allo scorso inverno pochi economisti inserivano nei propri scenari di base: inflazione di nuovo in risalita, banche centrali costrette ad alzare i tassi e crescita che rallenta. Gli ultimi giorni offrono una sintesi efficace di questa instabilità. Venerdì l’Istat ha diffuso un’inflazione italiana al 5,4% per il mese di ottobre insieme a una crescita del Pil ferma nel terzo trimestre; lunedì l’apertura di Teheran a un negoziato con Washington ha fatto perdere al petrolio più del 7% in poche ore; oggi gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato.

Per chi ha risparmi investiti, il quadro solleva una domanda molto concreta: come si protegge un patrimonio quando gli strumenti tradizionalmente considerati difensivi smettono di comportarsi come ci si aspetterebbe?

Lo shock energetico che ha riscritto le previsioni

Il punto di partenza è lo Stretto di Hormuz. Prima del conflitto da quel braccio di mare transitava circa il 20% del greggio mondiale; dal 4 marzo l’Iran lo ha di fatto chiuso, lasciando passare solo le navi dei paesi considerati amici. Secondo la ricostruzione di Geopop, già a maggio i transiti giornalieri erano scesi da circa 138 a valori che raramente superavano i 15. L’effetto sui prezzi è stato immediato: il Brent ha toccato il massimo di 118,35 dollari il 31 marzo, come documenta il monitoraggio del Sole 24 Ore, per poi oscillare al ritmo delle tregue e delle riprese delle ostilità. A inizio agosto era tornato sotto gli 80 dollari, a fine settembre era di nuovo sopra quota 100.

Questa volatilità ha costretto le grandi istituzioni a rivedere le stime. Il Fondo monetario internazionale ha abbassato la previsione di crescita globale dal 3,4% al 3,1%, e insieme all’Agenzia internazionale dell’energia ha indicato il rischio della crisi energetica più grave della storia recente. I rincari non si sono fermati a carburanti e bollette. Tra febbraio e marzo, per esempio, il prezzo dei fertilizzanti azotati è aumentato di quasi il 25%: un costo che si trasferisce sui prezzi alimentari con alcuni mesi di ritardo, ed è uno dei motivi per cui a ottobre gli alimentari non lavorati hanno accelerato fino al 7,5% annuo.

Inflazione e tassi: la svolta delle banche centrali

È qui che la crisi geopolitica diventa una questione finanziaria. In Italia l’inflazione è passata dal 4,2% di settembre al 5,4% di ottobre, trainata da un aumento del 31,4% dei beni energetici. Nell’Eurozona l’indice ha raggiunto il 3,8% a settembre, il valore più alto da settembre 2023. A preoccupare è soprattutto la combinazione con una crescita ferma: il Pil italiano del terzo trimestre non ha registrato variazioni rispetto al precedente, con l’industria in calo. È lo schema che i manuali definiscono stagflazione, prezzi in aumento e attività economica debole, ed è il più difficile da gestire per chi governa la politica monetaria, perché la ricetta contro l’inflazione rischia di aggravare il rallentamento.

Le banche centrali hanno scelto di dare la priorità ai prezzi. La BCE ha avviato a giugno un ciclo di rialzi che ha portato il tasso sui depositi al 2,50% e nella riunione del 29 ottobre, pur lasciando i tassi invariati, ha lasciato aperta la porta a un nuovo aumento a dicembre. La Federal Reserve guidata da Kevin Warsh ha alzato i tassi a settembre per la prima volta dal 2023, nella forbice tra 3,75% e 4%, e a fine ottobre i mercati attribuivano oltre il 90% di probabilità a un ulteriore rialzo entro l’anno. La divergenza tra le due sponde dell’Atlantico si riflette anche sui cambi, con il dollaro sostenuto dalla stretta americana e dal caro petrolio: un tema che i portali di informazione finanziaria come Borsainside seguono con analisi dedicate al rapporto tra euro e biglietto verde. Contribuisce all’incertezza anche il passaggio di consegne a Francoforte, dove Christine Lagarde ha annunciato che lascerà la presidenza a febbraio, in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato.

Perché i rifugi tradizionali non bastano più

Il dato più spiazzante per molti risparmiatori riguarda proprio gli strumenti difensivi. L’oro, che nelle crisi geopolitiche tende di norma a rafforzarsi, ha perso circa il 10% tra la fine di agosto e la fine di settembre, scendendo dall’area dei 4.600 dollari l’oncia a meno di 4.150, e a fine ottobre la discesa ha ripreso vigore. La spiegazione è tecnica: l’oro non paga cedole, e quando i rendimenti reali dei titoli di Stato salgono il costo di detenerlo, in termini di guadagni a cui si rinuncia, aumenta. Anche il rafforzamento del dollaro ha avuto il suo peso.

Un meccanismo simile colpisce le obbligazioni. Quando è l’inflazione a costringere le banche centrali ad alzare i tassi, azioni e bond tendono a scendere insieme, come era già accaduto nel 2022, e la tradizionale compensazione tra le due componenti del portafoglio si indebolisce. La sensibilità di un’obbligazione ai tassi si misura con la duration: un titolo con una duration di otto anni perde, in prima approssimazione, circa l’8% del proprio valore per ogni punto percentuale di aumento dei rendimenti. Nemmeno la liquidità è al riparo. Con un’inflazione al 5,4%, mille euro lasciati fermi sul conto perdono in un anno poco più di 50 euro di potere d’acquisto: una perdita silenziosa, che non compare in nessun estratto conto.

Come si ragiona sulla protezione dei risparmi

In uno scenario così mobile, gli addetti ai lavori tendono a richiamare alcuni principi di metodo che valgono più di qualunque previsione. Il primo è la coerenza tra orizzonte temporale e strumenti: le somme che potrebbero servire entro pochi mesi non dovrebbero essere esposte a oscillazioni che richiedono anni per essere riassorbite. Il secondo è una diversificazione reale, che non si limita al numero di titoli ma tiene conto di aree geografiche, valute e fattori di rischio differenti. Il terzo è la disciplina. La falsa ripartenza di agosto, quando le voci di accordo avevano fatto crollare il petrolio prima di un nuovo rialzo, mostra quanto possa costare modificare un portafoglio inseguendo le notizie del giorno, soprattutto in vista di nuove fasi di ribasso legate a eventuali escalation.

Sul piano degli strumenti, nelle fasi di inflazione elevata tornano al centro dell’attenzione i titoli indicizzati all’inflazione, che adeguano capitale o cedole all’andamento dei prezzi, e le obbligazioni a scadenza breve, meno sensibili ai rialzi dei tassi. Un capitolo a parte riguarda i certificati di investimento, prodotti strutturati quotati in Italia sul mercato SeDeX di Borsa Italiana. Alcuni prevedono la protezione totale o parziale del capitale a scadenza; altri una protezione condizionata, legata a una barriera: finché il sottostante non scende sotto una determinata soglia, il capitale viene rimborsato e possono essere pagate cedole periodiche, come nelle strutture cash collect. Si tratta però di strumenti complessi, con rischi specifici: la protezione vale di norma solo alla scadenza, il prezzo durante la vita del prodotto può oscillare anche in modo sensibile, e l’investitore resta esposto alla solidità dell’emittente. Per orientarsi nei meccanismi esistono sezioni di approfondimento dedicate, come la pagina sui certificati dello stesso Borsainside, che raccoglie schede sulle nuove emissioni e approfondimenti su barriere, cedole condizionate e rimborsi anticipati.

Nessuno di questi strumenti elimina il rischio, e nessuna struttura finanziaria sostituisce una valutazione della propria situazione personale, possibilmente con il supporto di un consulente. I prossimi mesi dipenderanno in larga parte da variabili che sfuggono a qualunque modello: l’esito dei negoziati tra Washington e Teheran, la riapertura effettiva di Hormuz, le scelte di BCE e Fed a dicembre. Per i risparmiatori, la lezione di questo 2026 è meno spettacolare di qualsiasi previsione: sapere cosa si possiede, e perché lo si possiede.


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