Il presidente di Federcasse interviene al seminario “Economia civile: lo stato dell’arte” a Villa Lubin: «Il sistema bancario cooperativo è il più capitalizzato d’Italia. Non utilizziamo questa ricchezza per diventare ancora più ricchi, ma per sostenere i territori». Al centro del confronto il ruolo delle banche di comunità, della cooperazione e dei corpi intermedi
L’economia civile non è soltanto una teoria da studiare o un modello da regolamentare, ma una realtà che trova già concreta applicazione nel sistema delle Banche di Credito Cooperativo italiane. È questo il messaggio portato da Augusto dell’Erba, presidente di Federcasse, al seminario “Economia civile: lo stato dell’arte”, ospitato a Villa Lubin, sede del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), a Roma. Un intervento che ha messo al centro la peculiarità delle Bcc: banche che producono utili, accumulano patrimonio e operano sul mercato, ma che destinano i risultati della propria attività al rafforzamento della cooperazione, al credito e allo sviluppo delle comunità locali.
Trentacinque relatori, tra economisti, giuristi e storici, provenienti da oltre venti atenei e centri di ricerca italiani ed europei, da Parigi a Lugano fino a Oxford, si sono confrontati sui risultati raggiunti dalla ricerca sull’economia civile, sulle questioni ancora aperte e sulle prospettive di sviluppo di un modello economico che attribuisce un ruolo fondamentale alle persone, alle relazioni sociali e ai territori.
Ad aprire i lavori è stato Renato Brunetta, presidente del CNEL, seguito dagli interventi introduttivi di Francesco Bonini, rettore della LUMSA, e Stefano Zamagni, docente di Economia civile presso l’Università di Bologna. Le conclusioni sono state affidate ad Augusto dell’Erba, che ha portato l’esperienza del credito cooperativo come esempio concreto di un’economia capace di coniugare attività imprenditoriale, solidità patrimoniale e finalità sociali.
Il presidente di Federcasse ha aperto il proprio intervento con un riferimento personale alla tradizione dell’economia civile, ricordando di essere discendente diretto di uno studente di Antonio Genovesi, il filosofo ed economista napoletano considerato uno dei padri di questa scuola di pensiero. «Mi prenderò delle libertà dialettiche, visto che siamo rimasti in pochi e ci troviamo in un ambiente confidenziale, direi amichevole. Lo farò anche nella qualità di discendente diretto di un sicuro allievo di Genovesi, di uno studente di cui sono diretto discendente», ha esordito dell’Erba, richiamando un aneddoto ricordato durante i lavori. Da questo riferimento storico è partita una riflessione sul rapporto tra comportamenti economici e norme giuridiche. Per dell’Erba, l’economia civile nasce prima di tutto dalle scelte e dalle finalità di chi opera nell’economia, non dalle leggi che ne disciplinano l’attività.
«Capisco l’esigenza di normare, e apriamo così il discorso per futuri incontri e futuri convegni, ma l’economia civile esiste perché è una condotta a prescindere dalla norma. Noi ci comportiamo in un certo modo e, se quel modo rientra in uno schema e produce un effetto pratico, l’economia civile c’è. Poi, magari, possiamo avere bisogno di norme che la regolino».
Il ragionamento si è quindi spostato sul sistema bancario, settore nel quale la necessità di produrre utili viene spesso considerata in contrapposizione alle finalità sociali. Una contrapposizione che, secondo il presidente di Federcasse, non ha ragione di esistere quando il profitto è uno strumento per raggiungere obiettivi collettivi. «Porto l’esperienza che il mio ruolo istituzionale, fortunatamente, mi consente di rappresentare: quella di un sistema bancario. Il sistema bancario senza il profitto non esiste, perché non puoi prendere i quattrini dalle persone, non remunerarli, assumere persone senza assicurare loro la stabilità del posto di lavoro, aprire filiali e contrarre obbligazioni se non produci profitto. Ma in questo caso è un po’ come nel diritto penale: l’azione è qualificata dall’intenzione che la precede. Se rubo per necessità posso godere di un’esimente, se rubo per lucrare devo andare in carcere. Così è l’economia, così è l’economia civile».
Il punto decisivo, ha spiegato dell’Erba, è dunque la destinazione del risultato economico e la finalità che guida l’attività imprenditoriale. Ed è proprio qui che emerge la differenza tra una banca cooperativa e un’impresa orientata principalmente alla remunerazione del capitale investito. «Se io mi organizzo e faccio la banca al fine di realizzare la migliore condizione per il socio cooperatore e la promozione sociale di quel territorio, e dispongo che l’utile generato da questa attività finisca in un cassetto intoccabile per chiunque, sto facendo profitto, ma sto facendo economia sociale».
Un principio che trova applicazione nel modello delle Bcc, caratterizzato dalla destinazione di una parte prevalente degli utili a riserve indivisibili, che contribuiscono a consolidare il patrimonio della banca e a mantenerlo al servizio della sua attività nel tempo.
Dell’Erba ha quindi ripercorso una delle fasi più importanti della storia recente del credito cooperativo italiano: la riforma del settore bancario cooperativo di dieci anni fa, quando il sistema delle Bcc dovette confrontarsi con chi ne metteva in discussione la capacità di affrontare le trasformazioni del mercato e di garantire un’adeguata solidità patrimoniale. «Questa cosa l’abbiamo sperimentata molto quando abbiamo combattuto, perché di battaglia parlamentare si è trattato, dieci anni fa, per la riforma. Abbiamo anche pubblicato un libro, che il direttore Gatti avrà cura di far avere a quante più persone possibile, nel quale abbiamo raccontato quella riforma. È un volume che abbiamo pubblicato recentemente con la casa editrice prima citata e che ripercorre la vicenda non come un libro istituzionale, ma attraverso una narrazione costruita su atti giornalistici. Guardate che cosa si diceva quel giorno, guardate che cosa dichiaravano nelle interviste, in un altro momento, personalità di primo piano».
Il riferimento è alle critiche rivolte al sistema cooperativo e alle soluzioni che venivano prospettate per affrontarne le presunte debolezze. «Sostanzialmente dicevano che il nostro sistema era portatore di rischi senza avere un capitale adeguato. Qual era, dunque, la soluzione del mercato? Trovare una struttura giuridica che facesse accedere il capitale là dove ce n’era bisogno, partendo dall’assunto che il mercato trova sempre il capitale». Un assunto che, secondo dell’Erba, non trova sempre conferma nella realtà. Per dimostrarlo, il presidente di Federcasse ha richiamato il periodo della crisi bancaria e il confronto con un’operazione finanziaria di grande successo: la quotazione in Borsa di Moncler. «Ricordo a me stesso che, quando le banche erano in crisi per i famosi crediti, nessuno portava soldi nelle banche. E ricordo bene, mi permetto di dirlo in questa sede, l’episodio di Moncler. Moncler, quella che produce i famosi giubbotti, andò in Borsa nello stesso periodo in cui le banche avevano bisogno di nuovo capitale, perché lo perdevano un po’ per le vicende finanziarie dei subprime e un po’ per l’esplosione della crisi dell’economia reale». La differenza nella risposta degli investitori, ha osservato, fu particolarmente significativa. «C’erano le code di persone che volevano sottoscrivere il capitale di Moncler. La gente percepiva come più interessante sostenere un fabbricante di giacche bellissime, con le penne di neve, piuttosto che andare in banca. Non è vero che, quando esiste lo strumento giuridico, il capitale arriva necessariamente. Perché in quei casi, se non ci fosse stato il capitale dello Stato, evidentemente quelle banche sarebbero andate a carte quarantotto».
Da qui il richiamo alla battaglia condotta dal credito cooperativo per dimostrare che un modello bancario fondato sulla cooperazione non è necessariamente meno solido di quello capitalistico. Una battaglia che, secondo dell’Erba, ha trovato una risposta nei risultati raggiunti dal sistema nell’ultimo decennio. «Noi abbiamo combattuto questa battaglia, sempre dialettica e parlamentare, per spiegare come invece il sistema cooperativo non fosse meno robusto di un sistema capitalistico. E dieci anni di storia ci hanno dato ragione, perché dopo dieci anni il sistema bancario più capitalizzato d’Italia è il sistema bancario cooperativo, molto più capitalizzato di altri».
Ma il risultato più importante, ha sottolineato, non è soltanto l’accumulazione di patrimonio. È ciò che il sistema cooperativo decide di fare con le risorse che ha costruito. «Siamo diventati ricchi, mi consentirete la semplificazione, ma non pensiamo di andare ad aggredire il vicino e distruggerlo per diventare ancora più ricchi. Come dimostrano i dati, utilizziamo questa solidità per erogare ulteriore credito e sostegno ai territori. Lo dicono gli elementi statistici».
Il presidente di Federcasse ha così ricondotto le scelte compiute dalle Bcc alla definizione stessa di economia civile, nella quale la produzione di ricchezza non è separata dalla responsabilità verso le comunità. «Questi atti, sui quali potremmo trattenerci a lungo, ma non è più l’ora, sono atti di economia civile».
Dell’Erba ha quindi richiamato un’altra caratteristica del credito cooperativo italiano: la proprietà diffusa e il radicamento nazionale, elementi che distinguono il sistema delle Bcc dalle grandi banche quotate sui mercati finanziari. «Non c’è in Italia un sistema bancario autenticamente italiano, a proprietà diffusa, diverso dal nostro. Questo aspetto forse sfugge talvolta alle cronache economiche. Le banche italiane sono legittimamente, felicemente e giustamente possedute, basta guardare il sito della Borsa, da una serie di soggetti i cui soci sono sparsi nel mondo, come dice con una grossolana ma efficace espressione il ministro dell’Economia Giorgetti».
Il confronto con gli altri modelli bancari non è stato presentato come una critica alla presenza di investitori internazionali, ma come un modo per evidenziare la specificità di un sistema nel quale la proprietà cooperativa mantiene un legame diretto con i territori. «In Italia c’è un sistema che ha 35 miliardi di patrimonio, che costituisce il terzo gruppo per dimensione aritmetica italiana e che è iperpatrimonializzato. Questo significa che è una sicurezza. Questa è economia civile».
La conclusione dell’intervento è stata dedicata al fondamento costituzionale della cooperazione, che trova nell’articolo 45 della Costituzione italiana il riconoscimento della propria funzione sociale. «Le norme di questa economia civile stanno nella Costituzione, perché la cooperazione che merita di essere protetta dalla Repubblica è quella senza fine di, tra virgolette, “speculazione privata”. Nel lessico di quegli anni quel concetto voleva dire senza che ci sia un guadagno individuale. Ci si mette insieme non per guadagnare, ma per fare qualcosa insieme e condividere un risultato positivo».
Dell’Erba ha infine lasciato aperta la prospettiva di ulteriori occasioni di approfondimento, ringraziando il CNEL per avere dedicato un confronto di alto livello a questi temi. «Questa economia civile è parte di un percorso, ma ne racconteremo da questo punto di vista in un’altra circostanza. Grazie per avere portato in questa sede autorevolissima questi temi, come mai prima d’ora era avvenuto».
L’intervento del presidente di Federcasse ha offerto così una lettura dell’economia civile attraverso l’esperienza concreta delle banche cooperative, che rappresentano un modello nel quale la solidità patrimoniale non costituisce un obiettivo fine a sé stesso, ma la condizione per continuare a finanziare famiglie, imprese e comunità.
Il seminario si inserisce in un percorso avviato dal CNEL con l’insediamento dell’attuale consiliatura, il 22 settembre 2023, una settimana dopo che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intervenendo all’Assemblea generale di Confindustria, aveva indicato nella lezione dell’illuminismo napoletano e nel pensiero di Antonio Genovesi un solido riferimento per l’economia civile.
Da questo percorso sono nati il volume Corpi intermedi, società civile ed economia sociale. Per un governo delle transizioni, pubblicato dal Mulino, la giornata di studio del 24 giugno 2026 dedicata a San Francesco e all’economia civile e il disegno di legge sulla fraternità umana nei luoghi di lavoro, approvato dall’Assemblea del CNEL nel luglio 2025 e attualmente all’esame del Parlamento.
La tradizione dell’economia civile, nata nell’illuminismo napoletano del Settecento, propone una visione nella quale mercato, Stato e comunità non sono realtà contrapposte, ma componenti complementari dell’organizzazione economica e sociale. I corpi intermedi, la sussidiarietà e la fraternità diventano così strumenti per affrontare le grandi trasformazioni contemporanee, superando una concezione dell’economia limitata alla sola massimizzazione del profitto.
La partecipazione di Federcasse al confronto del CNEL si collega anche al Forum CNEL-TER “Territori, Economia, Rappresentanza”, la nuova rete promossa dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro per riunire istituzioni, parti sociali e organizzazioni rappresentative attorno all’obiettivo di rafforzare lo sviluppo dei territori, con particolare attenzione alle aree interne e montane.
Tra i soggetti aderenti figura proprio Federcasse, che contribuirà ai lavori mettendo a disposizione competenze, analisi e attività di monitoraggio sui temi dello sviluppo territoriale, dell’accesso ai servizi finanziari e dell’economia sociale.
Il Forum punta a valorizzare le esperienze maturate nelle comunità locali, rafforzare il dialogo tra i diversi livelli di rappresentanza e contribuire all’elaborazione di proposte per la rigenerazione dei territori, il miglioramento dei servizi a cittadini e imprese e lo sviluppo locale sostenibile.
Un impegno che trova una corrispondenza diretta nella natura delle Banche di Credito Cooperativo, nate per raccogliere e impiegare il risparmio nelle comunità di riferimento e per accompagnarne la crescita economica e sociale. Un modello nel quale il profitto resta indispensabile, ma il suo significato cambia: non rappresenta il punto di arrivo dell’attività bancaria, bensì lo strumento attraverso il quale continuare a generare valore per il territorio.
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