Il fondo per le pensioni anticipate inserito nella manovra è il vero nodo del dibattito previdenziale di fine 2026. L’articolo 52 del testo prevede un fondo con una dotazione di 850 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027, 2028 e 2029. Il governo parla di flessibilità in uscita, per costruire una norma che consenta di lasciare il lavoro a 64 anni. Una cifra che a prima vista sembra importante, ma che va confrontata con i costi reali delle singole misure.
La domanda utile non è se 850 milioni bastino per una grande riforma. Non bastano e le risorse disponibili non sarebbero sufficienti per una misura strutturale con queste caratteristiche. La domanda giusta è un’altra: quanti interventi mirati e poco costosi si possono finanziare, e quanto resterebbe per una sperimentazione dell’uscita a 64 anni.
Perché 850 milioni sono tanti e pochi allo stesso tempo
Per capire il peso del fondo bisogna ricordare che le grandi riforme di flessibilità costano miliardi. Quota 41 per tutti, ad esempio, è stata stimata in più di 4 miliardi l’anno a regime. Una pensione a 64 anni senza penalizzazioni avrebbe un costo analogo o superiore.
Al contrario, le misure di accompagnamento mirate, come Ape sociale, Opzione donna e le tutele per precoci e usuranti, hanno platee ristrette e costi contenuti. Con 850 milioni all’anno per tre anni è possibile costruire un pacchetto previdenziale a più livelli, evitando di concentrare tutto su un solo intervento.
Una precisazione importante: i numeri che seguono sono simulazioni indicative, costruite su ipotesi prudenti e su dati medi di assegni e platee. Le stime ufficiali spettano a Inps, Ragioneria generale dello Stato e Ufficio parlamentare di bilancio.
Ape sociale riconfermata nel 2027: costi e platea
L’Ape sociale è la misura più probabile da riconfermare, perché costa relativamente poco, riguarda lavoratori fragili ed è politicamente difficile da cancellare. Consente l’uscita a 63 anni e 5 mesi a disoccupati, caregiver, invalidi civili almeno al 74% e addetti a lavori gravosi, con un assegno fino a 1.500 euro mensili fino alla pensione di vecchiaia.
Sul fronte delle risorse, le autorizzazioni di spesa già previste per l’Ape sociale arrivano a 85 milioni di euro per il 2027, ma sono cifre che negli anni hanno richiesto integrazioni.
Simulazione indicativa:
- platea annua di 15.000 o 20.000 beneficiari;
- assegno medio lordo di circa 1.300 euro per 12 mensilità, cioè circa 15.600 euro l’anno;
- costo teorico annuo tra 230 e 310 milioni di euro, da ridurre considerando che molti lavoratori sarebbero comunque usciti più tardi con altre misure.
Il costo netto effettivo per lo Stato è quindi inferiore, ma per prudenza conviene riservare all’Ape sociale circa 250 milioni all’anno dentro il fondo.
Opzione donna: quante lavoratrici potrebbero tornare a usarla
L’Opzione donna è oggi la grande assente. Nel testo discusso per il 2027 la formula dedicata alle lavoratrici non viene proprio citata. Eppure è una delle misure meno onerose: l’uscita prevede il ricalcolo contributivo dell’assegno, quindi la pensione è più bassa e il costo per le casse pubbliche si riduce nel medio periodo.
Nelle ultime versioni la misura era limitata a caregiver, invalide e licenziate o dipendenti da aziende in crisi, con 61 anni di età (ridotti per figli) e 35 anni di contributi. Questa platea ristretta ha prodotto poche domande ogni anno, con una flessione molto forte rispetto al passato.
Simulazione indicativa:
- ripristinando requisiti meno rigidi, platea stimabile tra 4.000 e 6.000 lavoratrici l’anno;
- assegno medio lordo, dopo ricalcolo contributivo, intorno a 1.100 euro per 13 mensilità, circa 14.300 euro l’anno;
- costo del primo anno tra 57 e 86 milioni di euro, in calo negli anni successivi perché l’assegno ridotto compensa l’anticipo.
È quindi una misura da meno di 100 milioni, con un forte valore sociale, perché riguarda soprattutto donne con carriere discontinue e carichi di cura.
Precoci e usuranti: tutele a basso costo
Un altro capitolo riguarda i lavoratori precoci, con almeno 12 mesi di contributi versati prima dei 19 anni, e gli usuranti, che svolgono attività particolarmente faticose. Per entrambe le categorie esistono canali di uscita agevolata che negli anni sono stati prorogati e che dovrebbero essere confermati anche nel 2027.
Si tratta di platee relativamente piccole, nell’ordine di alcune migliaia di persone l’anno, e con regole già consolidate. La conferma ha quindi un impatto finanziario limitato.
Simulazione indicativa:
- precoci: 8.000 o 10.000 lavoratori con requisito di 41 anni di contributi, costo teorico tra 80 e 120 milioni di euro nel primo anno rispetto all’uscita ordinaria;
- usuranti: circa 5.000 lavoratori l’anno, con un costo che si colloca in genere sotto i 60 milioni.
Per i due gruppi insieme, la riserva da prevedere è di circa 150 milioni di euro l’anno.
Il quadro dei costi: cosa resta nel fondo
Mettendo insieme le tre voci, il pacchetto di proroghe mirate costerebbe all’incirca:
- Ape sociale: 250 milioni;
- Opzione donna: 70 milioni;
- Precoci e usuranti: 150 milioni.
Il totale è di circa 470 milioni di euro l’anno. Dei 850 milioni del fondo resterebbero quindi circa 380 milioni, una cifra che consente di ragionare su una sperimentazione della pensione a 64 anni, non su una riforma generalizzata.
È un risultato rilevante perché mostra che non serve scegliere tra le misure: con una selezione attenta, il fondo può coprire le uscite delle categorie più fragili e lasciare spazio a una formula di flessibilità per il resto dei lavoratori.
Pensione a 64 anni per tutti, contributivi e non: come funzionerebbe
Il tema più atteso è l’uscita a 64 anni. La proposta in discussione prevede il pensionamento con 64 anni di età e 36 anni di contributi, per chi rientra nel sistema contributivo e per chi ha una quota di carriera nel retributivo. Per i contributivi puri, oggi la pensione anticipata a 64 anni richiede anche un assegno minimo pari a una soglia multipla dell’assegno sociale, una condizione che ha escluso molti lavoratori.
L’idea più concreta per rendere sostenibile la misura è il ricalcolo contributivo per tutti. Chi esce a 64 anni accetterebbe che l’intera pensione sia calcolata con il metodo contributivo, anche per le quote maturate con il retributivo. Il risultato è un assegno più basso, ma un risparmio per lo Stato che compensa parte del costo dell’anticipo.
Simulazione indicativa, platea piena:
- platea potenziale del primo anno: circa 60.000 lavoratori;
- assegno medio lordo senza ricalcolo: circa 24.000 euro l’anno;
- costo lordo teorico: circa 1,4 miliardi di euro il primo anno.
Con ricalcolo contributivo:
- l’assegno medio scenderebbe del 10 o 15% per chi ha quote retributive importanti, con riduzioni più marcate per gli stipendi alti;
- il costo netto scenderebbe a una forchetta di 1 e 1,2 miliardi nel primo anno, con effetti di recupero crescenti nei successivi.
Questa cifra supera il residuo del fondo, quindi la misura così impostata non sarebbe finanziabile per tutti dal primo anno.
Per usare il residuo del fondo servirebbero correttivi, già evocati nel dibattito politico:
- platea ridotta ai primi nati di una certa classe di età, con ingresso graduale;
- finestre mobili, con decorrenza dell’assegno spostata di 3 o 6 mesi;
- ricalcolo contributivo obbligatorio, che riduce il costo e rende la misura meno attrattiva per chi ha assegni elevati;
- soglia minima di importo per escludere gli assegni più bassi dove il ricalcolo creerebbe disagi sociali.
Con questi accorgimenti, una platea di 15.000 o 20.000 lavoratori nel primo anno, con riduzione media dell’assegno del 12%, porterebbe a un costo netto di 350 o 400 milioni, compatibile con il fondo.
Il risultato è una misura non strutturale al momento, cioè sperimentale e a tempo, ma con l’obiettivo politico di aprire la strada a una flessibilità più ampia negli anni successivi.
Gli importi delle pensioni: cosa si potrebbe fare con una parte del fondo
Dopo aver finanziato Ape sociale, Opzione donna, precoci e usuranti, resterebbero circa 380 milioni di euro l’anno. Una parte del fondo potrebbe essere dirottata sugli assegni, scegliendo interventi mirati e non una rivalutazione generalizzata, che costerebbe miliardi.
Il punto di partenza: rivalutazione e minime
Da gennaio 2027 scatta la perequazione automatica. Le simulazioni circolate partono da una stima del 2,9%, con rivalutazione piena fino a 2.447 euro e poi ridotta oltre questa soglia. La percentuale ufficiale arriverà con decreto. Sul tavolo ci sono inoltre due fronti: la conferma o meno dell’aumento straordinario dell’1,3% sulle minime, applicato nel 2026, e l’ipotesi di un ritorno alla rivalutazione per fasce, che penalizzerebbe gli assegni medio alti.
Intervento 1: riconfermare l’aumento extra sulle minime
La pensione minima è oggi pari a 611,85 euro al mese. Un nuovo incremento straordinario dell’1,3% vale circa 8 euro al mese, cioè poco più di 100 euro l’anno per 13 mensilità.
Simulazione indicativa:
- platea ipotizzata di circa 2 milioni di pensionati con integrazione al minimo;
- aumento medio di circa 100 euro l’anno;
- costo di circa 200 milioni di euro l’anno.
Se si volesse alzare l’asticella, per esempio con un incremento di 10 euro al mese, pari a 130 euro l’anno, il costo salirebbe a circa 260 milioni. È l’intervento con il miglior rapporto tra beneficio sociale e costo, perché raggiunge le fasce più fragili.
Intervento 2: assegno sociale e invalidità civile
L’assegno sociale è oggi di 546,22 euro al mese per tredici mensilità. Un ritocco di 5 o 10 euro mensili su assegno sociale e invalidità civile coinvolgerebbe diverse centinaia di migliaia di persone.
Simulazione indicativa:
- platea ipotizzata di circa 800.000 beneficiari;
- aumento di 10 euro al mese, cioè 130 euro l’anno;
- costo di circa 100 milioni di euro l’anno.
Intervento 3: evitare il taglio alla rivalutazione dei redditi medi
Se tornasse il meccanismo a scaglioni, gli assegni sopra una certa soglia vedrebbero un aumento ridotto. Neutralizzare la penalizzazione per le fasce medio alte, per esempio fino a circa 3.000 euro lordi al mese, avrebbe un costo che, in via prudenziale, si può collocare tra 200 e 400 milioni di euro annui, a seconda della soglia scelta e del taglio applicato. È la misura più onerosa tra quelle di sostegno agli importi e quella con il minor impatto sociale per euro speso.
Resta fuori dalla portata del fondo il tema dei coefficienti di trasformazione: per chi esce da gennaio 2027 con il metodo contributivo gli importi si riducono, e correggere questo effetto richiederebbe cifre molto più alte. Un’altra leva è l’Irpef sulle pensioni, che però rientra in una riforma fiscale distinta dal capitolo previdenziale.
Tre scenari di uso dei 380 milioni residui
| Scenario | Importi | Uscita a 64 anni |
|---|---|---|
| A. Solo flessibilità | 0 | circa 380 milioni |
| B. Equilibrato | circa 200 milioni (minime) | circa 180 milioni, platea ridotta |
| C. Sociale | circa 300 milioni (minime e assegno sociale) | circa 80 milioni, solo casi selezionati |
Lo scenario B appare il più realistico sul piano politico: dà un segnale concreto ai pensionati con assegni bassi senza rinunciare del tutto alla sperimentazione dei 64 anni. Sullo sfondo restano le tensioni nella maggioranza e proposte come quella di Forza Italia, che punta a un ulteriore aumento delle pensioni minime di 200 euro.
Gli 850 milioni di euro non permettono, dunque, una riforma strutturale della legge Fornero, ma possono finanziare un pacchetto equilibrato di interventi mirati. Ape sociale riconfermata, Opzione donna ripristinata, tutele per precoci e usuranti e una sperimentazione dell’uscita a 64 anni con ricalcolo contributivo possono convivere nello stesso fondo, se le platee vengono dimensionate con attenzione.
Dott.ssa Serena Benedetti
La dott.ssa Serena Benedetti è un’esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell’assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all’analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi…
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