Non era mai successo, nel corso della storia repubblicana, che lo stesso governo arrivasse a presentare la sua quinta manovra finanziaria. Per questo, la conferenza stampa con cui il governo Meloni ha presentato quella del 2027 rappresenta un caso inedito per il nostro paese. Quello che non è cambiato, invece, sono i contenuti: interventi infinitesimi e circoscritti, con impatti che quando non sono negativi, come nel caso dell’estensione del vincolo del regime forfettario, probabilmente non avranno alcun impatto rilevante. Si tratta della cifra caratteristica della politica economica del governo Meloni, che pur avendo avuto il governo più duraturo e stabile, non ha cambiato il volto economico del paese. Essendo l’ultima manovra del governo, però, è interessante anche comprendere se questo quasi-immobilismo non sia in realtà dovuto a far passare una certa idea dell’operato del governo.
Di cosa parliamo in questo articolo:
I provvedimenti della manovra: IRPEF, Forfettario e altro
All’interno della manovra, si ritrovano provvedimenti che hanno contraddistinto il governo Meloni per l’intera durata della legislatura. In particolare, il provvedimento principale – se così si può dire – è quello sull’IRPEF. Per ridurre il carico fiscale sulla classe media, il governo Meloni ha innalzato da 50 a 55 mila euro l’anno la soglia per il secondo scaglione IRPEF, quello del 33 per cento, con un costo stimato di 1,2 miliardi. Secondo i numeri di SkyTg24 Economia, il provvedimento andrebbe a interessare in particolare l’1,3 per cento dei contribuenti, cioè quelli che guadagnano tra poco più di 50 mila e meno di 55 mila. In realtà, però, il risparmio interesserà anche chi guadagna più di quella cifra. Per la struttura a scaglioni dell’IRPEF anche chi ha un reddito imponibile superiore a 55 mila euro vedrebbe tassare al 33 per cento anziché al 43 quei 5 mila euro, con un risparmio massimo di 500 euro, salvo meccanismi che ne neutralizzino l’effetto sui redditi più alti. L’anno scorso, con un intervento simile sull’IRPEF, si era presentato proprio il problema di sterilizzare il beneficio per i redditi più elevati. Le soluzioni messe in campo dal governo, però, non si erano dimostrate efficaci. A livello tecnico, più che un taglio sulla classe media è una riduzione delle tasse su quelli che sono i contribuenti più abbienti. Sulla questione torneremo più tardi nell’articolo.
Questo provvedimento apre in realtà vari fronti. In primo luogo, questa riduzione potrebbe essere solo apparente. Dietro si cela il cosiddetto drenaggio fiscale (fiscal drag), un problema che si è ripresentato in un contesto di elevata inflazione e di conseguenti aumenti salariali, senza indicizzazione di scaglioni, detrazioni e deduzioni. Questi aumenti salariali, la cui funzione sarebbe proprio cercare di aumentare il potere d’acquisto, vanno però ad aumentare la base imponibile dell’IRPEF. In questo modo, i lavoratori e le lavoratrici si vedono aumentare il carico fiscale, nonostante la loro condizione economica non sia migliorata. Al contempo, si assiste a un maggior gettito per lo Stato. Sul fatto che gli interventi abbiano o meno restituito questo aumento di gettito vi è un dibattito, di natura tecnica, per cui si rimanda all’analisi dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani. Se si assume lo scenario più favorevole, cioè che gli interventi precedenti abbiano già restituito il maggior gettito dovuto al drenaggio fiscale, allora il taglio delle imposte, una volta scorporata la compensazione, risulta esiguo.
Non si può poi non considerare il fattore del livello generale dei redditi da lavoro dipendente, visto che l’IRPEF è ormai diventata un’imposta speciale su di essi e sulle pensioni. Si è visto che i contribuenti che dichiarano oltre i 50 mila euro lordi finiscono nella fascia più alta della distribuzione – il top 10 per cento. Su questo è necessario porre l’attenzione: è vero che il taglio interessa i contribuenti più abbienti, rispetto alla distribuzione dei redditi, ma allo stesso tempo non si può certo considerare questi contribuenti dei “paperoni”. Il problema, semmai, è la dinamica fiacca dei salari nel nostro paese: non si può intervenire con la leva fiscale – vale a dire con la riduzione delle imposte – come fatto dal governo Meloni in questi anni. Al contrario, sarebbe servita una strategia focalizzata sull’aumento della produttività del nostro sistema economico. Oltre a qualche intervento di dubbia efficacia, l’esecutivo ha fatto poco sul tema. In parte, la motivazione è politica, più che economica. Per rilanciare la produttività nel nostro paese, serve un progetto sul lungo periodo, quindi non spendibile a breve tempo in termini di consenso elettorale, e che, soprattutto, finirebbe per scontentare alcune categorie. Al contrario, gli interventi sull’IRPEF hanno effetti più immediati e spendibili politicamente.
Infine persiste, come anticipato, il problema di un’imposta, l’IRPEF, la cui base imponibile si è svuotata, in quanto vari tipi di reddito sono oggi assoggettati a regimi speciali, come quelli da lavoro autonomo e la cedolare secca. Una riforma di più ampio respiro del sistema fiscale nella sua complessità sarebbe stata la benvenuta, soprattutto in virtù di studi che mostrano quanto oggi il sistema sia diventato debolmente progressivo e regressivo per i più ricchi.
Il secondo provvedimento cardine della manovra riguarda l’estensione del regime forfettario per i lavoratori autonomi. Il limite per la tassazione piatta al 15 per cento (5 per le nuove Partite Iva) passa da 85 mila euro a 100 mila euro. Tuttavia, questo regime era già stato attenzionato dalla Commissione Europea, che chiedeva una stretta. Per cercare di evitare lo scontro con Bruxelles, il governo ha quindi dovuto escludere le semplificazioni sull’IVA per il reddito che eccede il limite degli 85 mila.
Anche questo provvedimento presenta criticità. Il regime forfettario nasce per offrire una tassazione agevolata che, oltre agli effetti economici più evidenti, ha l’intento di ridurre l’evasione, particolarmente alta, tra i lavoratori autonomi. Il problema principale resta nella soglia rigida da cui si applica. Chi è infatti al di sotto della soglia, ha un incentivo a dichiarare perché le imposte sono esigue. Ma coloro che sono a ridosso della soglia avranno, al contrario, incentivi a evadere o non dichiarare per poter rientrare nel regime agevolato. La perdita, in questo caso, non è soltanto quella riconducibile all’evasione, ma anche il mancato gettito che il passaggio al regime agevolato comporterebbe. Proprio questo mancato gettito contribuisce ad aumentare i costi del regime forfettario, come rileva un’analisi relativa a qualche anno fa proprio del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Per quanto, ad oggi, non esistano stime sugli effetti dell’ennesimo aumento della soglia, è verosimile che si ripresenti una dinamica analoga: da un lato, l’emersione di redditi tra i contribuenti più piccoli; dall’altro, maggiori incentivi a evadere per quelli prossimi alla soglia, con costi per lo Stato sia in termini di evasione sia di mancato gettito dovuto al regime agevolato.
All’interno della manovra, secondo quanto dichiarato da Giorgia Meloni in conferenza stampa, si trovano anche altri provvedimenti come l’abolizione del bollo per le auto di piccola e media taglia, un aumento del finanziamento per la sanità, maggiori investimenti per la difesa e per l’energia, quest’ultime concordate con l’Europa, e ulteriori misure che probabilmente avranno un impatto non particolarmente significativo.
Per quel che riguarda i fondi, una parte dei 26 miliardi della manovra sono finanziati a debito, come detto in precedenza, concordato con la Commissione per alcuni capitoli di spesa. Oltre al risparmio da parte dei ministeri, una parte ingente delle risorse proviene dall’aumento del prelievo per banche, assicurazioni e aziende del comparto energetico.
Una manovra politica, nonostante tutto
Al di là della valutazione sulle singole misure contenute sulle misure, è interessante considerare il contesto in cui questa manovra è stata presentata. Anche nel caso si dovesse votare a scadenza naturale della legislatura, questa rappresenta la manovra prima della tornata elettorale. Per questo motivo, il governo è incentivato a mettere in campo misure che guardano più al consenso sul breve periodo che all’economia. D’altronde, anche la ricerca economica ha posto l’attenzione su questo tipo di fenomeno. Non mancano, come abbiamo fatto notare, misure che guardano alla propria base. Alcune di queste avranno probabilmente un effetto negativo dal punto di vista economico. L’estensione della flat tax per gli autonomi fino a 100 mila euro ne è un esempio, visto che le rilevazioni Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) confermano che la categoria vota in maniera considerevole per i partiti di destra e in particolare per Fratelli d’Italia. Altre, come l’abolizione strutturale del bollo auto, hanno sì un un intento elettorale. Per quanto la cifra sia irrisoria se consideriamo il risparmio su base annua, bisogna tenere conto che il pagamento si concentra su un solo mese. Pertanto, preso sul singolo periodo, si tratta di un risparmio considerevole per il bilancio delle famiglie. La speranza del governo Meloni, in un contesto segnato dal carovita, è che questo influenzi gli indecisi e vada quindi a influenzare le decisioni di voto.
Tuttavia, l’azione del governo rimane vincolata alle regole europee. A settembre, infatti, l’ISTAT ha confermato che il deficit per l’anno passato si attesta al 3,1 per cento, impedendo quindi la fuoriuscita dalla procedura d’infrazione. Non solo: il contesto economico in cui si trova il paese, segnato da un elevato costo dell’energia, richiede interventi da parte del governo che riducano ancora di più lo spazio fiscale per eventuali politiche più espansive.
Sarebbe, però, imprudente vedere in questi vincoli alla spesa soltanto degli ostacoli all’azione del governo. Se è vero che le misure a puro fine elettorale sono limitate, allo stesso tempo il governo Meloni può servirsi di questa prudenza nei conti pubblici a fini politici. Già ai tempi della manovra precedente, prima che il governo stesso la cambiasse in dirittura d’arrivo, Meloni aveva parlato di una manovra “molto seria ed equilibrata”.
Non è un caso: una gestione oculata delle risorse pubbliche fa parte della strategia di Meloni di cercare di tenere al suo interno una coalizione eterogenea. Mentre con i provvedimenti sulla sicurezza e gli attacchi ai facinorosi e alla magistratura si rivolge all’elettorato più di destra, la politica economica del governo Meloni è un tentativo di appellarsi a un elettorato più moderato. E alcune politiche messe in atto dai partiti di opposizione, quando si sono trovati al governo, vengono usate da Meloni per rafforzare questa narrazione: nonostante in un primo tempo lo abbia difeso e ne abbia addirittura chiesto un’estensione, il Superbonus approvato dal governo Conte II, sostenuto proprio dai partiti che oggi fanno parte del Campo Largo, è stato al centro degli attacchi di Meloni di questi mesi, a partire dalla polemica sullo sforamento del 3 per cento. Dal punto di vista elettorale, la manovra rappresenta il tentativo di ergersi a coalizione che ha saputo mantenere stabilità e una politica fiscale prudente, contro invece un blocco che avrebbe dissestato i conti pubblici.
La Cerimonia degli Addii (o arrivederci)
Se abbiamo rivolto lo sguardo verso il futuro prossimo, allo stesso tempo è l’occasione per un bilancio dell’operato economico del governo Meloni. Prescindendo dagli schemi elettorali e dalle valutazioni sulla politica economica, questo governo verrà ricordato come un’occasione persa. I suoi meriti derivano, perlopiù, da fattori esterni che hanno contraddistinto buona parte del continente e dei paesi occidentali. Per esempio, il record degli occupati, più volte sbandierato da Meloni, si inserisce all’interno di una tendenza più ampia, difficilmente riconducibile alle politiche del governo. Al contrario, laddove poteva fare qualcosa, come sulla politica industriale, si è visto poco o nulla.
Il governo Meloni avrebbe potuto intervenire massicciamente, soprattutto nella fase iniziale del suo governo, con una linea di destra economica, come fatto da tanti governi all’estero: si pensi – di nuovo, prescindendo dalla valutazione politica – all’operato del conservatore Fredrik Reinfeldt in Svezia o di Cameron-Osborne nel Regno Unito. Questo avrebbe conferito a Meloni il ruolo di leader di una nuova destra – diversa da quella di Reinfeldt o Cameron, questo è certo-anche sul fronte economico.
Si è invece preferito non provare nemmeno a scalfire i problemi storici del paese, considerando anche quelli che sono ascrivibili a una visione di destra economica, come appunto quella della produttività, della dimensione d’impresa, delle presenza ancora importante dello Stato nell’economia, di una razionalizzazione della spesa pubblica.
Immagine in anteprima: frame video SkyTg24 via YouTube
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