Alla Casina Pio IV il confronto tra Santa Sede e scienziati internazionali sul futuro dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito sicurezza, controllo delle tecnologie e tutela della dignità umana. Il cardinale Czerny – Commissione Vaticana sull’IA – chiede di passare “dalle parole e dalle idee” ad “azioni concrete”. Il prof. Tegmark – Future of Life institute – richiama il rischio che sia “l’IA a comandare, non gli esseri umani”
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
Quanto potere siamo disposti ad affidare alle macchine? E quali garanzie abbiamo che sistemi di intelligenza artificiale sempre più sofisticati continueranno a operare nell’interesse delle persone? Sono gli interrogativi al centro del confronto che si è svolto il 30 ottobre alla Casina Pio IV, in Vaticano, tra rappresentanti della Santa Sede e studiosi di rilievo internazionale impegnati nella ricerca sulle nuove tecnologie.
L’incontro, intitolato The Future of AI: A Dialogue Between the Vatican and the Scientific World, è stato promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita e dal Future of Life Institute, organizzazione indipendente che studia i rischi delle tecnologie avanzate. Obiettivo: favorire uno scambio diretto tra la comunità scientifica e la Commissione Vaticana sull’intelligenza artificiale, presieduta dal cardinale Michael Czerny, sulle conseguenze antropologiche, etiche e sociali di un’innovazione sempre più rapida. Un gruppo di partecipanti all’incontro The Future of AI è stato ricevuto in udienza dal Papa nel corso della mattinata.
Il dialogo si inserisce infatti nel solco della Magnifica humanitas, l’enciclica pubblicata da Leone XIV il 15 maggio scorso sulla custodia della persona umana nell’era dell’IA. Il Pontefice invita a non considerare il progresso tecnologico un fine in sé, ma a custodire il primato della coscienza e della libertà.
Dalla riflessione etica alle scelte concrete
Ad aprire i lavori sono stati suor Helen Alford, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e il cardinale Czerny. Alford ha messo in guardia dalla concentrazione del potere tecnologico ed economico nelle mani di pochi: “La giustizia sociale non è soltanto un obiettivo da garantire dopo l’introduzione delle tecnologie, ma una condizione che deve orientarne la progettazione fin dall’inizio”. Czerny ha ricordato che la Commissione non può svolgere il proprio compito senza confrontarsi con chi sviluppa l’IA e con le comunità ecclesiali già coinvolte dalle sue trasformazioni. “Siamo particolarmente desiderosi di passare dalle parole e dalle idee a possibili politiche e azioni concrete”, ha spiegato. “Chi dovrebbe fare che cosa? Come possiamo esercitare una funzione di guida?”. Richiamando la Magnifica humanitas, ha ribadito che “la Chiesa non teme il confronto con il sapere umano”.
Nella sua introduzione al dibattito, l’arcivescovo Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha affermato che la sfida è “preservare una responsabilità umana chiaramente identificabile” e tradurre i principi etici in strumenti di verifica e governance. Le questioni, ha osservato, riguardano il lavoro, la libertà, le disuguaglianze e il rapporto tra innovazione e dignità: non soltanto quanto lontano potrà arrivare l’IA, ma se sapremo orientarla al bene comune.
Al confronto hanno partecipato, tra gli altri, Max Tegmark, fisico del Massachusetts Institute of Technology e presidente del Future of Life Institute; Stuart Russell, docente all’Università della California a Berkeley; Gary Marcus, scienziato cognitivo della New York University; e Valérie Pisano, presidente e amministratrice delegata di Mila, istituto canadese di ricerca sull’IA fondato da Yoshua Bengio, scienziato pioniere dell’intelligenza artificiale. A moderare la sessione della mattina, padre Paolo Benanti, teologo francescano e direttore scientifico della Fondazione RenAIssance.
Il rischio di perdere il controllo
Il nodo più controverso riguarda la possibilità che i sistemi artificiali acquisiscano capacità superiori a quelle umane e sfuggano al controllo di chi li ha creati. Russell ha denunciato la traiettoria seguita dai principali sviluppatori verso “macchine dotate di capacità superiori a quelle umane”, invitando ad abbandonarla e a perseguire alternative che garantiscano sistemi sotto il nostro controllo e orientati agli interessi dell’umanità.
Tegmark ha richiamato le previsioni di alcuni dirigenti delle grandi aziende tecnologiche secondo cui “sarà l’IA a comandare, non gli esseri umani”. Di fronte a questo scenario, ha indicato nella “forte leadership morale” del Vaticano un possibile contributo per orientare lo sviluppo verso un percorso “realmente a favore dell’essere umano”.
Un passaggio decisivo è quello dai sistemi che elaborano informazioni e producono risposte a strumenti capaci di compiere operazioni, utilizzare risorse e perseguire obiettivi con interventi umani sempre più limitati. Gli esperti hanno sottolineato il rischio che le capacità dell’IA crescano più rapidamente degli strumenti necessari per comprenderne il funzionamento. Servono quindi verifiche indipendenti e cooperazione internazionale.
“Da anni siamo d’accordo sui principi”, ha osservato Benanti. Ora, però, la richiesta avanzata da chi studia e costruisce questi sistemi è più impegnativa: “regole vincolanti, istituzioni capaci di verificare e una persona che risponda di ogni decisione alla quale una macchina contribuisce”. È il passaggio dall’etica dichiarata alla responsabilità effettiva, soprattutto nei settori in cui gli algoritmi incidono sui diritti, sulla sicurezza e persino sulle decisioni di vita o di morte, come nel caso delle armi autonome.
Intervistato dai media vaticani, Benanti ha avvertito che “il rischio non è l’intelligenza artificiale ma è la stupidità naturale”, cioè l’incapacità umana di comprenderne i limiti. Ha definito inoltre “desiderabile” e “urgente” una regolamentazione internazionale, mettendo in guardia dall’ethical washing, l’uso di richiami etici privi di garanzie vincolanti.
Rimettere al centro l’intelligenza umana
Ma il futuro dell’IA non si esaurisce nei suoi rischi. Intervistata dai media vaticani, Valérie Pisano ha ricordato le opportunità offerte dalle nuove capacità cognitive, dalla scoperta scientifica al contrasto della crisi climatica. Occorre tuttavia, ha detto, “ribaltare la prospettiva”: negli ultimi anni siamo rimasti affascinati da ciò che l’intelligenza artificiale sa fare, prestando troppo poca attenzione “alle intelligenze umane, alle emozioni umane, alla creatività umana” e al modo in cui la tecnologia possa mettersi al loro servizio.
Per Pisano la sicurezza richiede due risposte complementari. La prima riguarda la progettazione tecnica di sistemi intrinsecamente più sicuri; la seconda la società: “Abbiamo bisogno di linee guida, abbiamo bisogno di leggi, abbiamo bisogno di trattati internazionali, abbiamo bisogno di politiche pubbliche”. In questa prospettiva, il dialogo con il Vaticano è importante perché amplia la discussione oltre gli sviluppatori e i governi, coinvolgendo chi riflette sull’esperienza umana e sulle generazioni future.
Nel suo intervento, Pisano ha sottolineato che l’intelligenza artificiale può elaborare il linguaggio, prevedere scenari e affrontare sfide complesse, “ma ciò che non può fare e che non farà mai è essere viva”. Le manca quella che definisce “intelligenza vivente”, plasmata dal desiderio, dal dubbio, dalla gioia e dalle relazioni: un patrimonio che non può essere programmato, ma soltanto coltivato attraverso l’esperienza e l’incontro autentico con gli altri.
Anche il lavoro, la scuola, le relazioni e la distribuzione del potere economico sono entrati nel dibattito. All’aumento della produttività deve accompagnarsi la possibilità di valorizzare le capacità delle persone, il tempo dedicato alla cura, la creatività e la partecipazione. Resta aperta anche la distinzione tra persona e macchina: simulare una conversazione o un’emozione non significa necessariamente possedere coscienza o responsabilità morale.
Una responsabilità da condividere
Il confronto della Casina Pio IV prosegue il percorso di attenzione della Santa Sede alle implicazioni dell’IA, già espresso dalla Rome Call for AI Ethics, un appello internazionale per lo sviluppo e l’impiego etico dell’intelligenza artificiale, promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita e sottoscritto per la prima volta a Roma il 28 febbraio 2020. Il confronto non ha cancellato le differenze di valutazione tra gli studiosi, ma ha individuato un terreno comune: l’urgenza di tradurre i principi in garanzie verificabili, responsabilità giuridiche e scelte condivise. La posta in gioco non è fermare l’innovazione, ma fare in modo che, anche davanti a macchine sempre più capaci, la libertà di decidere e la responsabilità delle conseguenze restino umane.
Il convegno si è chiuso con un nuovo momento di confronto, moderato da don Andrea Ciucci, Cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita e con la visione di Moloch, un cortometraggio scritto e diretto dal regista britannico Tom Cozens, prodotto da Owl In Space in associazione con il Future of Life Institute. La pellicola racconta i rischi di una corsa all’intelligenza artificiale in cui la competizione economica prevale sulla valutazione delle conseguenze umane. Nel film, come spiega Cozens, il “cattivo” non è l’intelligenza artificiale in sé: sono gli incentivi che spingono persone e aziende a svilupparla e distribuirla anche quando ne riconoscono i pericoli.
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