Prima o poi gli investimenti nell’Ai rallenteranno e la crescita economica, ora in gran parte sorretta direttamente e indirettamente dalle nuove tecnologie, ne soffrirà. Il ritorno dei settori tradizionali
Dice il capo di Broadcom che «tanti investitori» non hanno idea di cosa stiano comprando. Guida un colosso da 1.600 miliardi di dollari, che fabbrica chip e sviluppa software e, pertanto, deve avere una buona visione di come vanno le cose nel mondo dell’intelligenza artificiale. Forse si riferiva a coloro che hanno investito nei suoi titoli, davvero parsi senza idee, visti i forti alti e bassi delle quotazioni, con balzi persino del 65% in due mesi. E, dopo tanti sussulti, le azioni Broadcom si ritrovano più basse di un anno fa. Più probabilmente ha alluso all’intero comparto dell’Ai, con le schizofreniche rotazioni dai chip al software, alle memorie, agli hyperscaler, i neocloud, i consumatori (come Google e Meta), nel tentativo di trovare i vincenti di questa rivoluzione tecnologica.
Il ritorno dei piccoli investitori
Tra quanti non hanno idea, bisogna annoverare in primis i piccoli investitori. Al loro ritorno in massa, quasi ai livelli di mesi fa, va ascritto il nuovo record, il 6 ottobre, per l’S&P e il Nasdaq e alla loro pervicacia, se gli indici hanno perso nei successivi dieci giorni solo pochi punti percentuali. Perché hanno continuato a comprare, mentre hedge fund e investitori istituzionali vendevano. E hanno proseguito anche all’inizio della scorsa settimana, a giudicare dal loro rinnovato affetto per CoreWeave: società neocloud che acquista sofisticati chip e noleggia i servizi di calcolo, che perde soldi, ha debiti pari a 10 volte i ricavi, paga interessi del 15% sui suoi junk bond e il cui Cds, a 1.195, implica probabilità di fallimento superiori al 60%. CoreWave resta comunque un «buy» (comprare).
Rotazioni continue
E come si fa a dar loro torto, se è un buy anche per il 71% degli analisti sondati dal WSJ. Se l’ottimismo è duro a soccombere tra la clientela retail, i grandi investitori sembrano davvero un po’ frastornati. Da oltre un anno hanno ruotato un po’ dappertutto: prima sulla sensazione che le valutazioni dei titoli fossero insostenibili, poi sulle preoccupazioni della concorrenza cinese, poi nella disordinata smania di cogliere le aziende e i settori vincenti e, un mese fa, sono parsi persino crucciati dai risvolti etici dell’Ai. Infine si sono chiesti seriamente se i ritorni degli enormi capitali investiti e di quelli stimati per i prossimi tre anni siano davvero appaganti: e così i timori di una presunta bolla azionaria si sono spostati su una ben più pericolosa, possibile bolla sul credito.
Prima o poi gli investimenti in Ai rallenteranno
Ciò che più dovrebbe preoccupare è che questa sequenza di ripensamenti s’è fatta sempre più fitta, mentre i tentativi di ottimismo appaiono sempre più velleitari. Il rischio di un «castello di carte non è trascurabile», dice Giuseppe Sersale di Anthilia. Prima o poi gli investimenti nell’Ai rallenteranno e la crescita economica, ora in gran parte sorretta direttamente e indirettamente dalle nuove tecnologie, ne soffrirà, «mettendo a nudo i modelli di business troppo esposti e causando un rallentamento ciclico». Secondo Sersale, «l’Ai ha già dato il meglio di sé (in borsa) e, da qui in avanti, potrebbe alternare fasi positive e negative, come quella attuale, senza riuscire a segnare nuovi massimi significativi».
LEGGI ANCHE
Il rischio si sposta sul credito
Per crescere Wall Street, come le maggiori borse internazionali, si dovrà sostenere su titoli e settori tradizionali, grazie all’aumentata efficienza offerta proprio dall’Ai. Ma il rischio credito pesa come un macigno. Sersale vede un’analogia con il deterioramento del credito alla fine degli anni ’90. In quel caso, i primi segnali precedettero lo scoppio della bolla con un anticipo di oltre due anni. Questa volta potrebbe invece trattarsi di trimestri. Parallelismi con quanto avvenne alla fine del secolo scorso se li pone anche Bert Flossbach, fondatore dell’omonima società d’investimento, e James Mackintosh del WSJ: oltre alla bolla Internet, l’attuale corsa al debito ricorda quella delle ferrovie nel XIX secolo o la crisi del credito nel 2008. La conclusione è che anche «questa volta non è diverso».
Debiti sovrani in secondo piano?
Citando uno studio del professor Stijn Van Nieuwerburgh (Columbia University), che stima investimenti nell’Ai per 9 mila miliardi entro il 2032, equivalenti a una crescita del pil Usa del 3,2% ogni anno, Mackintosh si chiede se l’aumento della produttività sarà in grado di compensare tale somma. La risposta è «no», cosicché buona parte di quei 9 mila miliardi «finirà sprecata». In ogni caso, a beneficiare di questa rivoluzione tecnologica saranno soprattutto gli utilizzatori, non i fornitori. Tali preoccupazioni hanno finito per mettere in secondo piano la narrativa sui debiti sovrani. Dal picco di tre settimane fa, i rendimenti dei titoli di stato decennali sono scesi dappertutto: parecchio (20 punti e oltre) in America, Giappone e Germania; attorno ai 10 punti in Italia e Uk, ma sono saliti in Francia, a significare che la turbolenza in Europa non è passata.
Previsioni tra inflazione, Pil e rendimenti
Probabilmente, non è finita nemmeno negli Usa, perché l’apparente sollievo è più il frutto di acquisti sui Treasury, a protezione degli aumentati rischi dell’azionario, che al venir meno delle preoccupazioni sul debito sovrano. BofA stima un deficit federale in continua ascesa, verso il 7% del pil: cosicché, con gli elevati rendimenti dei Treasury e una crescita nominale del pil destinata a ridursi dagli attuali livelli record, il costo del debito diverrebbe insostenibile. Di tutt’altro parere è invece Goldman Sachs, che prevede rendimenti in calo di almeno 70 centesimi fra un anno, crescita economica sempre sostenuta e inflazione al 2% nel 2027. Lo dice da mesi, assieme alla gran parte degli analisti americani: per poi sorprendersi quando i prezzi al consumo (3,7%) e alla produzione (6,3%) si rivelano sempre più alti delle loro stime. E di cosa dovremmo preoccuparci se, secondo Goldman, Wall Street crescerà del 13% e lo Stoxx del 9% fra 12 mesi?
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





