Londra rimane la seconda piazza del mercato dell’arte mondiale, la prima in Europa, ma la sua capacità di competere con gli altri grandi centri internazionali si sta progressivamente riducendo. È quanto emerge da The British Art Market 1996–2025, il nuovo rapporto realizzato da Arts Economics, la società di ricerca fondata dall’economista Clare McAndrew, per il trentesimo anniversario della British Art Market Federation (BAMF). Lo studio ricostruisce tre decenni di trasformazioni del mercato britannico, dalla globalizzazione degli anni Novanta alla crisi finanziaria del 2008, dall’ascesa della Cina alla Brexit, fino alle recenti tensioni commerciali internazionali. Il dato generale restituisce un settore ancora molto importante: nel 1996 le vendite di arte e antiquariato nel Regno Unito valevano 2,6 miliardi di sterline, mentre nel 2025 hanno raggiunto gli 8 miliardi, equivalenti a circa 10,5 miliardi di dollari. Una crescita nominale più che triplicata, che permette al Paese di conservare il 18% del mercato mondiale, alle spalle degli Stati Uniti, al 44%, e davanti alla Cina, al 14%, e alla Francia, all’8%. Il Regno Unito continua inoltre a rappresentare circa la metà dell’intero mercato europeo, grazie alla concentrazione di case d’asta, gallerie, collezionisti e servizi specialistici che ha reso Londra uno dei principali centri del commercio internazionale delle opere d’arte.
È la velocità di crescita a raccontare però una storia differente. Dal 2009 al 2025, secondo i dati del rapporto ripresi da ARTnews, il mercato britannico è cresciuto soltanto del 14%, mentre quello statunitense ha registrato un incremento del 114% e le vendite globali sono aumentate del 51%. Una distanza significativa, che evidenzia la progressiva perdita di competitività relativa di Londra. Il mercato britannico continua a essere grande, articolato e internazionale, ma intercetta una quota sempre più limitata dell’espansione mondiale. Per comprendere la portata di questo rallentamento occorre tornare al 2008, quando il settore raggiunse il proprio massimo storico, con 11,2 miliardi di sterline di vendite. La crisi finanziaria internazionale provocò una brusca contrazione, portando il valore a circa 5,7 miliardi l’anno successivo. Da allora il mercato ha attraversato diverse fasi di ripresa senza riuscire a recuperare i livelli precedenti: gli 8 miliardi del 2025 rimangono inferiori di quasi il 29% rispetto al picco del 2008, anche senza considerare l’inflazione. La crescita registrata nell’arco di trent’anni appare quindi meno consistente se valutata in termini reali e confrontata con quella dei principali concorrenti.
Uno degli aspetti più significativi riguarda la contrazione degli scambi internazionali, storicamente alla base della centralità londinese. Per decenni il Regno Unito ha funzionato come un grande centro di intermediazione, capace di attrarre opere provenienti da collezioni private, patrimoni familiari e mercati differenti, per poi redistribuirle attraverso una rete altamente specializzata. Nel 2025 le importazioni di arte e antiquariato risultavano inferiori del 45% rispetto al 2015, pur mantenendosi superiori del 35% rispetto al 2000. Le esportazioni, cresciute del 46% dall’inizio del millennio, hanno invece registrato una flessione del 15% nell’ultimo anno. Il rapporto collega quest’ultimo andamento anche alle incertezze generate dalle politiche commerciali e dagli annunci sui dazi dell’amministrazione statunitense, che hanno inciso sugli scambi con gli Stati Uniti. Nel frattempo, la dipendenza britannica dal mercato americano si è progressivamente ridotta: la quota delle esportazioni dirette verso gli Stati Uniti si è dimezzata rispetto al 2000, mentre anche il peso delle importazioni americane è diminuito sensibilmente. Il commercio britannico si è quindi diversificato, ma la riduzione dei flussi più recenti solleva interrogativi sulla sua capacità di conservare il ruolo di piattaforma privilegiata per le transazioni internazionali.
A pesare sulla competitività del sistema è anche il quadro normativo e fiscale. Anthony Browne, presidente della British Art Market Federation, richiama nel rapporto le difficoltà delle piccole imprese, sottoposte a costi amministrativi e obblighi regolatori crescenti. È una posizione che riflette le preoccupazioni degli operatori e che rimette al centro una questione particolarmente delicata: quanto incidono le condizioni fiscali e burocratiche nella scelta della piazza in cui acquistare, vendere o movimentare un’opera d’arte? Il riferimento alla Brexit, sorprendentemente marginale nel rapporto, rimane inevitabile nell’analisi degli equilibri europei. L’uscita del Regno Unito dal mercato unico ha modificato le procedure commerciali con l’Unione Europea, aumentando la complessità di alcune operazioni transfrontaliere. Sarebbe tuttavia semplicistico attribuire l’intero rallentamento a questo fattore. La trasformazione della domanda internazionale, la maggiore concentrazione delle vendite di fascia alta, la crescita di mercati concorrenti e l’instabilità economica globale hanno contribuito a ridisegnare la geografia degli scambi. Il risultato è un mercato che conserva competenze e infrastrutture di primo livello, ma deve affrontare una competizione più intensa per attrarre opere, capitali e collezionisti.
Le difficoltà emergono con particolare evidenza osservando la struttura delle gallerie britanniche. Nel 2025 il Paese contava circa 7.610 galleristi e commercianti d’arte, un terzo dei quali concentrati a Londra, con un fatturato complessivo stimato in 4,6 miliardi di sterline. Il numero delle attività è aumentato di circa un terzo rispetto al 2003, confermando la vitalità imprenditoriale del settore. Ma l’89% delle imprese registra vendite annuali pari o inferiori a un milione di sterline, una caratteristica che rende il sistema particolarmente sensibile all’aumento dei costi. Trasporti, assicurazioni, personale, affitti e partecipazione alle fiere rappresentano investimenti sempre più impegnativi, soprattutto per le realtà di dimensioni medio-piccole. A questa pressione si aggiunge una crescente concentrazione del fatturato su pochi artisti: in media, l’autore più venduto genera il 38% delle entrate di una galleria britannica, mentre i primi tre arrivano al 59%, contro il 48% del 2022. È una tendenza che si osserva anche a livello globale, dove il peso dei primi tre artisti è passato dal 51% al 58%. Il mercato appare dunque sempre più dipendente da un numero ristretto di nomi, con conseguenze sulla stabilità economica delle gallerie e sulla loro capacità di investire nella ricerca, sostenere artisti emergenti e costruire carriere nel medio periodo.
In questo scenario, le fiere mantengono un ruolo centrale. Nel 2025 hanno rappresentato il 37% delle vendite delle gallerie britanniche, confermandosi uno strumento fondamentale per incontrare nuovi collezionisti e sviluppare relazioni internazionali. La partecipazione comporta però costi considerevoli: gli operatori del Regno Unito hanno investito complessivamente circa 315 milioni di sterline nelle manifestazioni fieristiche nel corso dell’anno. Intanto, il numero delle fiere ospitate nel Paese si è ridotto, passando dalle 52 del 2019 a poco più di 40 nel 2025. Per Londra, Frieze London e Frieze Masters rimangono appuntamenti decisivi, capaci di collegare il mercato contemporaneo, il collezionismo storico e una vasta rete istituzionale internazionale. La loro importanza si misura nella capacità di attrarre operatori e collezionisti da tutto il mondo, ma il confronto con Parigi si è fatto negli ultimi anni sempre più serrato. L’arrivo di Art Basel Paris, il rafforzamento delle grandi gallerie internazionali nella capitale francese e la progressiva concentrazione di eventi e vendite hanno modificato gli equilibri europei. Parigi non ha ancora le dimensioni del mercato britannico, ma sta aumentando la propria attrattività, anche grazie alla capacità di riunire nello stesso contesto istituzioni museali, mercato privato e collezionismo internazionale. È un confronto che riguarda sempre meno il semplice prestigio delle singole manifestazioni e sempre più le condizioni economiche e culturali offerte agli operatori.
Anche il settore delle aste restituisce un mercato fortemente polarizzato. Nel 2025, circa 1.170 case d’asta attive nella vendita di arte, antiquariato e oggetti da collezione hanno generato 3,3 miliardi di sterline, pari al 42% del valore complessivo del mercato britannico. Il risultato rappresenta un aumento dell’8% rispetto al 2024, ma rimane inferiore del 20% rispetto al massimo raggiunto nel 2023. È soprattutto la distribuzione dei prezzi a mostrare la crescente concentrazione economica. Il 78% dei lotti di belle arti è stato venduto per meno di 5mila dollari, mentre le opere aggiudicate a un milione di dollari o più, pur rappresentando meno dell’1% delle transazioni, hanno generato il 55% del valore totale. Quasi metà del valore delle vendite proviene inoltre dalla fascia compresa tra uno e dieci milioni di dollari. Una quota molto ampia delle operazioni riguarda quindi prezzi relativamente contenuti, ma la maggior parte del fatturato dipende da pochissime aggiudicazioni. Il dopoguerra e il contemporaneo costituiscono il segmento più importante, con una quota vicina alla metà del valore delle aste, mentre il Regno Unito conserva una posizione dominante nel mercato degli Old Masters, dove rappresenta il 38% delle vendite mondiali. Quest’ultimo dato testimonia il peso di una tradizione commerciale costruita nei secoli e sostenuta da competenze specialistiche, case d’asta, restauratori, studiosi e operatori difficilmente sostituibili.
La rilevanza del mercato britannico si misura anche attraverso il suo contributo all’economia nazionale. Nel 2025 il settore ha generato, secondo le stime del rapporto, 1,5 miliardi di sterline di entrate fiscali, oltre a sostenere un articolato sistema di servizi collegati alla movimentazione, conservazione, assicurazione e commercializzazione delle opere. È una filiera che ha contribuito a fare di Londra una capitale mondiale del commercio d’arte e che continua a rappresentare un vantaggio competitivo rispetto ad altre piazze. Proprio per questo il rallentamento documentato dalla ricerca assume una portata che supera il settore culturale. La questione riguarda la capacità del Regno Unito di conservare attività economiche ad alto valore aggiunto in un contesto internazionale nel quale collezionisti, gallerie e capitali possono spostarsi con crescente facilità. Le grandi case d’asta mantengono una presenza strutturale nella capitale, le principali gallerie internazionali continuano a operare a Londra e Frieze rimane uno degli appuntamenti centrali del calendario mondiale. La forza del sistema britannico risiede ancora nella concentrazione di queste competenze, ma il loro mantenimento richiede condizioni economiche sufficientemente competitive.
Il rapporto della British Art Market Federation racconta il ridimensionamento relativo di una delle grandi capitali del mercato dell’arte. Londra resta davanti a Parigi per valore delle vendite e conserva il secondo posto mondiale, ma la crescita degli Stati Uniti, l’affermazione della Cina e il rafforzamento di altri centri internazionali hanno progressivamente ridotto il suo vantaggio. La contrazione degli scambi, i costi sostenuti dalle gallerie e la concentrazione del fatturato su un numero limitato di artisti e opere di fascia alta indicano difficoltà che interessano l’intera struttura del mercato. Per il Regno Unito la sfida consiste nel preservare la propria funzione di centro internazionale degli scambi, rendendo sostenibile l’attività delle piccole e medie imprese e continuando ad attrarre opere e collezioni. Dopo trent’anni di espansione e trasformazioni, Londra conserva le infrastrutture di una capitale globale dell’arte. È la sua capacità di crescere insieme al mercato mondiale a non essere più garantita.
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