#Finsubito news – Midterm, perché adesso i mercati brindano al declino di “The Donald”


«…Quando fu chiaro che la presidenza Trump – ormai “anatra zoppa”, dopo la disfatta delle elezioni mid-term del novembre 2026 – avrebbe lasciato il posto a un Presidente democratico…».

Questa auto-citazione viene da un “divertissement”: un articolo pubblicato su Il Mattino del 12 agosto 2025 in cui si immaginava – viaggiando nel tempo – una voce di Wikipedia del 2028 che descriveva gli spasmi della presidenza Trump. Era un pio desiderio (wishful thinking), quello della disfatta? Sì, anche se ardente. Ma il “wish” si è realizzato.

Ora, se è vero che tradizionalmente le elezioni di mid-term non sono quasi mai state favorevoli al Presidente in carica, è anche vero che la misura del crollo fa impallidire le esperienze precedenti. Comunque, quello che ci interessa sono le reazioni dei mercati, prossime e venture.

Premettiamo che i mercati seguono logiche che non sono strettamente legate alle vicende della politica. Il gran corpaccio dell’economia reale, e il fumante corpaccio della finanza, guardano ai fattori che influenzano consumi e investimenti, guardano ai profitti e ai bilanci, ai tassi di interesse e ai tassi di cambio…

Tutte grandezze, queste che risentono solo debolmente dei risultati elettorali. Tuttavia, i risultati elettorali possono essere importanti per il medio termine, se rivelano cambiamenti profondi nel tessuto sociale, cambiamenti che potranno influenzare scelte di fondo nel tessuto economico.

Forse è troppo presto per esserne sicuri, ma vi sono indizi che la società americana stia virando a “sinistra” – con l’avvertenza che il termine “sinistra” in America è molto diverso da quello che intendiamo noi; basti pensare che negli Stati Uniti il nostro sistema sanitario – così come quello degli altri Paesi europei, o del Giappone o dell’Australia… – viene descritto come un sistema “socialista”.

Fra le cause della rivolta degli elettori verso Trump c’è anche il malessere per quel sistema sanitario, costoso e inefficiente (gli Usa spendono per la sanità una quota di Pil molto superiore a quella degli altri Paesi, e hanno esiti peggiori, a partire dalla speranza di vita); c’è poi, fra le cause, anche la crescente diseguaglianza dei redditi.

L’America ha una pressione fiscale troppo bassa, come rivelato dal pauroso deficit pubblico (il prezzo della benzina – ritenuto un grosso fattore della disfatta elettorale – sarebbe aumentato molto di meno se i carburanti fossero tassati in Usa come in Europa).

Le reazioni

Ma veniamo alle reazioni immediate dei mercati. Diciamo subito che sono state composte (come composta – bisogna riconoscerlo – è stata la reazione di Donald Trump che, innovando rispetto al passato, ha detto che accetterà il risultato delle elezioni). Ma dietro la compostezza ci sono degli andamenti inattesi, specie per quanto riguarda le Borse.

Dopo un malumore iniziale – le previsioni davano una caduta dei mercati azionari in caso di vittoria dei Democratici – c’è stato un netto “benvenuto” delle Borse, anche più marcato nel Vecchio continente rispetto al Nuovo. Ha aiutato il petrolio, che è sceso parecchio (vedi sotto).

Una discesa che ha anche confortato la riduzione dei rendimenti, a sua volta confortante per le azioni. Con rara sintonia, sia le azioni che le obbligazioni sono salite di prezzo. Nel grafico dei mercati azionari i dati sono mensili ma di fine mese: la differenza fra ottobre e oggi è quindi la reazione delle Borse agli esiti del mid-term.

Il buon umore delle Borse non ha contagiato il Giappone, per le ragioni dette sotto. Degna di nota la performance del Mib, che – da quando Trump è stato eletto – è secondo fra gli indici solo alla Borsa giapponese (ma sarebbe primo se gli indici fossero espressi in una moneta comune).

La performance delle Borse ha messo da parte – per ora – i dubbi sulla profittabilità degli immani investimenti per l’Intelligenza Artificiale (non solo in America), ma la vittoria del partito Democratico fa pensare che ci saranno più attenti scrutini e più severe regole sull’adozione dell’IA (dopotutto non solo i mercati, ma la grande maggioranza degli americani – ci dicono i sondaggi – ha grosse riserve su quell’IA che era invece sponsorizzata da Trump).

Ne potranno soffrire i titoli delle grandi e piccole società tecnologiche, e le Borse di quei Paesi – come Sud-Corea, Taiwan e Giappone – che sono grandi fornitori di prodotti legati all’IA.

Nei mercati obbligazionari, anche qui le reazioni sono state positive, anche se tutto sommato modeste. Il grafico conferma l’impatto: ci sono stati riduzioni dei rendimenti – e, come succede quando i tassi scendono, ne ha beneficiato anche il nostro spread.

Queste riduzioni devono molto ai prezzi del petrolio, che erano già scesi (e sono scesi ancora) di seguito alle aperture diplomatiche fra Usa e Iran, aperture che potranno essere confermate, dato che le elezioni hanno rivelato chiaramente che gli americani hanno grosse riserve anche su quella guerra.

La discesa del mese scorso nei rendimenti dei T- Bond si è confermata: prima era dovuta un travaso dei portafogli da azioni in odore di correzione a obbligazioni tutto sommato sicure.

Ora si aggiunge la speranza che la vittoria dei Democratici faccia sperare in una politica di bilancio meno irresponsabile (e come minimo, non ci sarà quell’esborso di almeno 1100 miliardi di dollari che ci sarebbe stato in caso di vittoria di Trump: il Donald aveva promesso 5mila dollari a ogni americano adulto…).

E i cambi? L’unico andamento degno di nota è quello del cambio dollaro/euro che, come si vede dal grafico, ha segnato un rafforzamento della moneta unica, che era stata fin qui (troppo) castigata dalla crisi francese.

Guardando avanti, l’esito delle elezioni potrebbe favorire ancora l’euro (Parigi permettendo), dato che l’arma dei dazi è ormai spuntata e quel deficit commerciale che Trump voleva ridurre (e che si è invece allargato) ha bisogno di un dollaro debole per diminuire.

Poche variazioni anche per il cambio della moneta cinese. Lo yuan è su un sentiero di lento apprezzamento, che dovrebbe continuare.


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