#Finsubito news – Oriente Occidente di Rampini | Europa, attenta alle illusioni sul dopo-Trump


Il trionfo dei democratici americani alle elezioni di midterm è stato accolto con sollievo, perfino con entusiasmo, in molte capitali europee. È comprensibile. La pesante disfatta dei repubblicani di Donald Trump, la nuova maggioranza alla Camera e al Senato, sembrano annunciare la fine di un incubo. Finalmente qualcuno potrà mettere un freno al presidente americano. Ma attenzione alle illusioni. 

Il verdetto delle urne non significa che Washington si occuperà delle priorità europee. Non è detto che la nuova maggioranza possa fermare la guerra contro l’Iran, che voglia cancellare i dazi, rilanciare gli aiuti all’Ucraina. Anzi, i democratici hanno un’agenda diversa. Vogliono occuparsi anzitutto dei problemi degli americani. La loro parola d’ordine somiglia a quella che Trump aveva promesso di applicare, salvo poi tradirla: America First. Saremo noi, dicono i vincitori delle elezioni, a seguire davvero quello slogan, dando la priorità alle richieste pressanti degli elettori sul fronte interno.




















































«Abbiamo capito che gli elettori chiedono un cambiamento radicale. Troppe cose non funzionano. Ci vuole un Congresso che metta al primo posto il popolo americano». Sono parole di Hakeem Jeffries, il leader democratico destinato a diventare presidente della Camera. Non sono molto diverse dagli slogan con cui Trump aveva conquistato il potere. La differenza sta nelle ricette. Ma il messaggio di fondo è lo stesso: basta con una classe politica che sembra preoccuparsi più del resto del mondo che dei problemi di casa propria.

Per capire che cosa ci aspetta, basta guardare l’agenda legislativa della nuova maggioranza, e aggiungervi un’analisi sui limiti del potere democratico in politica estera.

Cominciamo dal dato istituzionale. I democratici hanno conquistato entrambi i rami del Congresso, ma Trump rimane alla Casa Bianca fino al gennaio 2029. Il presidente conserva il diritto di veto sulle leggi, e per superarlo occorrono maggioranze qualificate di due terzi in entrambe le Camere. È una soglia che i democratici non possono raggiungere da soli. Inoltre Trump mantiene ampi poteri esecutivi, soprattutto in politica estera, nella sicurezza nazionale e nella conduzione delle operazioni militari. Il risultato sarà una coabitazione conflittuale. Molte iniziative legislative democratiche potranno essere bloccate dal presidente. Il Congresso, a sua volta, potrà ostacolare l’amministrazione, controllarne le spese, aprire inchieste, paralizzare alcune nomine.

Quali saranno le priorità democratiche? Al primo posto compare la sanità. Gli Stati Uniti spendono per la salute molto più degli altri paesi ricchi, ma non hanno un sistema sanitario universale paragonabile a quelli di alcuni Stati europei. Milioni di cittadini dipendono da assicurazioni private, oppure da programmi pubblici riservati a determinate categorie. Uno di questi è Medicaid, che offre copertura sanitaria a persone e famiglie con redditi bassi, finanziato insieme dal governo federale e dai singoli Stati. Trump ha introdotto restrizioni, tra cui nuovi obblighi di lavoro per una parte dei beneficiari. I democratici vogliono cancellarle. Vogliono anche ripristinare i sussidi rafforzati durante la presidenza Biden per Obamacare, la riforma sanitaria varata da Barack Obama nel 2010. Obamacare non ha creato una sanità pubblica universale: ha ampliato l’accesso alle assicurazioni, imponendo alcune regole alle compagnie e offrendo aiuti economici per pagare i premi. La scadenza di una parte di questi sussidi ha aumentato il costo delle polizze per molte famiglie.

La seconda battaglia riguarda il carovita. I democratici hanno beneficiato della rabbia degli elettori contro il rincaro della benzina, del gasolio, dell’elettricità. La guerra contro l’Iran ha aggravato il problema. Chuck Schumer, destinato a tornare leader della maggioranza al Senato, promette di concentrarsi su sanità, bollette energetiche e carburanti. Vuole mettere fine a quella che definisce una guerra inutile e stupida. Ma tra la volontà politica e la capacità di imporla al presidente c’è una distanza enorme.

Un altro terreno di scontro sarà la grande riforma fiscale approvata da Trump nel 2025. I democratici vogliono correggere soprattutto gli sgravi che favoriscono le imprese e i redditi più elevati. Intendono rafforzare gli aiuti alle famiglie con figli, gli incentivi per le abitazioni a prezzi accessibili, i crediti fiscali per i lavoratori meno pagati. Vogliono anche revocare i tagli ai programmi di assistenza alimentare, i buoni spesa pubblici destinati alle famiglie povere. 

C’è poi una questione che accomuna democratici e repubblicani: la sostenibilità delle pensioni. Il sistema pubblico americano, Social Security (una sorta di Inps), rischia di dover ridurre automaticamente le prestazioni a partire dal 2032. Una proposta democratica consiste nell’aumentare il tetto dei redditi da lavoro soggetti ai contributi previdenziali. Oggi, oltre una certa soglia, i redditi aggiuntivi non pagano quella specifica imposta. Alzare il limite significherebbe chiedere ai più abbienti di contribuire di più.

Un capitolo nuovo riguarda l’intelligenza artificiale. I democratici vogliono convocare i grandi protagonisti della Silicon Valley, indagare sui loro rapporti privilegiati con la Casa Bianca, introdurre regole federali per limitare i rischi delle tecnologie più avanzate. Nel mirino ci sono anche i data center, i giganteschi centri di elaborazione dati che alimentano l’AI. Consumano elettricità, suscitano proteste nelle comunità locali e sono accusati di contribuire al rincaro delle bollette. È un esempio significativo di come la nuova maggioranza intenda collegare la regolamentazione tecnologica alle preoccupazioni economiche degli elettori.

Ci sarà anche una resa dei conti politica. I democratici potranno usare i poteri d’inchiesta del Congresso, convocare testimoni, esigere documenti. Vogliono esaminare gli affari privati di Trump, i suoi interessi nelle criptovalute, i rapporti economici della sua famiglia, i controversi progetti edilizi a Washington. Anche Elon Musk potrebbe finire sotto inchiesta, sia per il suo ruolo nei tagli all’amministrazione federale (il piano DOGE), sia per alcune decisioni relative a Starlink che avrebbero danneggiato le operazioni militari ucraine. Si parla di possibili procedure di impeachment contro esponenti del governo, tra cui il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Ma l’impeachment non equivale alla destituzione. La Camera può formulare le accuse, mentre per condannare e rimuovere un presidente o un alto funzionario serve una maggioranza di due terzi al Senato. Trump è già sopravvissuto a due processi di questo tipo durante il primo mandato. Le inchieste potranno logorarlo politicamente, non privarlo del potere.

E arriviamo alle questioni che più interessano l’Europa. Sull’Iran, Trump ha ammesso che la guerra ha contribuito alla sconfitta repubblicana. Anche il vicepresidente JD Vance ha riconosciuto il peso del conflitto nel verdetto elettorale. Eppure Trump non si è pentito di averlo iniziato. Dopo il voto ha escluso un attacco immediato, senza rinunciare alla possibilità di nuove operazioni. Le forze americane rimangono schierate nella regione. Il Congresso può cercare di limitare i finanziamenti alla guerra, ma questa è un’arma difficile da usare: nessun parlamentare vuole essere accusato di abbandonare i soldati americani impegnati al fronte. I democratici possono aumentare il costo politico di una nuova escalation, non impedirla con certezza.

Sull’Ucraina, la vittoria democratica alimenta qualche speranza a Kiev, ma non cambia il controllo presidenziale sulle scelte operative. Trump ha quasi azzerato gli aiuti americani, ha esercitato pressioni su Zelensky perché accetti concessioni territoriali, ha cercato un riavvicinamento con Putin. Il Congresso può votare nuovi stanziamenti e intervenire sulle sanzioni alla Russia. Ma l’attuazione di molte misure dipende dall’esecutivo. Anche una maggioranza favorevole all’Ucraina potrebbe scoprire quanto sia difficile costringere Trump a cambiare rotta.

Quanto ai dazi, l’illusione europea è ancora più pericolosa. Il protezionismo non è un’esclusiva repubblicana. Biden aveva mantenuto molte barriere commerciali introdotte da Trump nel primo mandato, aggiungendone altre contro la Cina tra cui la tassa del 100% sulle auto elettriche. La difesa dell’industria nazionale, la rilocalizzazione delle produzioni strategiche, la competizione con Pechino sono obiettivi condivisi da ampie componenti dei due partiti. I democratici potranno contestare i metodi di Trump, la sua imprevedibilità e gli effetti inflazionistici delle tariffe. Non significa che vogliano tornare al libero scambio di un tempo.

Il Wall Street Journal segnala che l’amministrazione potrebbe riaprire il conflitto commerciale con l’Unione europea, nonostante l’accordo raggiunto nel 2025. Sono in corso indagini americane sulla sovraccapacità produttiva europea e sui prezzi dei farmaci in Germania. Laura von Daniels, esperta dell’istituto tedesco SWP, teme nuove minacce tariffarie contro l’Europa entro la fine dell’anno. Il Congresso democratico non sembra in grado di sottrarre a Trump il controllo della politica commerciale.

La nuova maggioranza potrebbe avere più successo nel bloccare le nomine presidenziali che nel cambiare le scelte strategiche dell’America. Il Senato potrà respingere candidati alla magistratura federale, ministri ed eventuali nuovi giudici della Corte Suprema. Potrà costringere Trump a negoziare sul bilancio e sull’innalzamento del tetto del debito pubblico. Ma queste battaglie rischiano di assorbire una parte enorme delle energie politiche di Washington. 

La lezione per l’Europa è chiara. La sconfitta di Trump non equivale alla sconfitta dell’America First. Semmai il voto ha dimostrato quanto gli americani siano esasperati da una politica che non riesce a proteggerli dal carovita e dall’insicurezza economica. I democratici hanno vinto promettendo di ascoltare quelle richieste, non di restaurare l’ordine internazionale che piaceva agli europei. Possono essere più favorevoli alle alleanze, più sensibili alle ragioni dell’Ucraina, meno ostili all’Unione europea. Ma saranno giudicati anzitutto sulla loro capacità di migliorare la vita dei cittadini americani. 

L’Europa farebbe bene a non confondere un successo elettorale dei suoi interlocutori preferiti con una soluzione dei propri problemi. Dovrà continuare a occuparsi della propria difesa, della propria sicurezza energetica, della propria competitività industriale. Perché anche dopo la disfatta dei repubblicani, la priorità di Washington rimane Washington.

5 novembre 2026, 16:04 – modifica il 5 novembre 2026 | 16:04


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