Cida rappresenta quasi 800milla dirigenti e alte professionalità tra pubblico e privato, un patrimonio di competenze fondamentale per il paese raccontato dal presidente, Stefano Cuzzilla, e dalla direttrice generale, Teresa Lavagna.
Nel 1946 nasceva la Repubblica Italiana e, nello stesso anno, nasceva la Confederazione Italiana dei Dirigenti e delle Alte Professionalità (Cida). Non si tratta di una semplice coincidenza: è un destino condiviso che va di pari passo con l’evoluzione del Paese. Il 2026 non è un anno banale perché segna gli 80 anni di Cida, un traguardo da celebrare ma sempre con gli occhi puntati verso il futuro. Infatti, con la presidenza di Stefano Cuzzilla e la gestione della direttrice generale Teresa Lavanga, c’è l’intenzione di aprire il quinto ciclo ventennale della sua storia (2026-2045), verso il centenario del 2046, con tanti obiettivi da perseguire e raggiungere.
Presidente Cuzzilla, Cida compie 80 anni e rappresenta oggi una parte importante della dirigenza e delle alte professionalità italiane. Qual è il ruolo che la Confederazione deve avere nel dibattito sul futuro del Paese?
STEFANO CUZZILLA: Il nostro ruolo è quello di essere un catalizzatore di soluzioni concrete. In una fase storica di profonda incertezza, il dibattito pubblico non ha bisogno di slogan, ma di metodo e pragmatismo. Cida deve porsi come l’anello di congiunzione tra le strategie macroeconomiche del Paese e la loro esecuzione sul campo. Con i Ccnl sottoscritti dalle nostre Federazioni copriamo quasi 800mila dirigenti e alte professionalità tra pubblico e privato: rappresentiamo un patrimonio di competenze unico. Il nostro dovere è tradurre la nostra esperienza in proposte legislative e industriali, offrendo al Governo una visione di lungo termine che metta la crescita sostenibile e il merito al centro dell’agenda nazionale.
Cida celebra gli 80 anni con l’evento ‘Il futuro come responsabilità: valori, competenze e visione’. Ci può raccontare di cosa si tratta?
TERESA LAVANGA: Ottant’anni non sono solo un importante traguardo, ma un trampolino di lancio. Festeggiare questo anniversario non significa guardarsi indietro, ma proiettarsi in avanti. Con l’evento ‘Il futuro come responsabilità’, Cida mette al centro del dibattito nazionale una verità fondamentale: il domani non si subisce, si guida. Riuniremo le migliori energie del Paese per tracciare una rotta chiara, fondata su tre pilastri: i valori etici che ci uniscono, le competenze strategiche necessarie per governare l’innovazione e una visione a lungo termine che rimetta il merito al centro. È l’occasione per ribadire il ruolo cruciale della dirigenza e delle alte professionalità: essere il motore di una crescita sostenibile, inclusiva e, appunto, responsabile.
Quanto è importante la vicinanza delle istituzioni anche in questo tipo di occasioni?
LAVANGA: È fondamentale, perché le grandi sfide del Paese si vincono solo costruendo alleanze e responsabilità condivise. La presenza e la vicinanza delle istituzioni non sono un atto formale o di semplice cortesia diplomatica, ma il segno di un dialogo che deve essere continuo tra chi assume le decisioni e chi è chiamato a tradurle concretamente nella vita delle organizzazioni. I manager e i dirigenti sono tra coloro che trasformano le leggi e le riforme in realtà tangibili per i cittadini e le imprese. Quando le istituzioni dialogano attivamente con chi ha la responsabilità della gestione, si crea quel ponte di fiducia e collaborazione indispensabile per modernizzare l’Italia. Celebrare insieme ottant’anni di storia significa confermare che pubblico e privato viaggiano nella stessa direzione, uniti da un obiettivo comune: il bene del Paese.
Il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente, tra AI, digitale, transizione energetica e nuove competenze. Come deve evolvere il ruolo dei dirigenti per governare queste trasformazioni?
CUZZILLA: Il manager del futuro non è semplicemente chi applica le nuove tecnologie, ma chi sa governarne l’impatto etico, organizzativo e umano. Di fronte all’intelligenza artificiale e alla transizione energetica, la sfida decisiva non è soltanto quella dell’adozione tecnica, ma soprattutto quella della governance. Come evidenziato dal nostro recente AI Management Index, l’89% dei manager utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale, ma solo il 12% opera in organizzazioni che hanno già formalizzato una governance dell’AI. È in questa distanza tra utilizzo e capacità di governo che si gioca una parte importante della sfida. La dirigenza deve evolvere verso una leadership flessibile, capace di orchestrare l’innovazione digitale senza perdere la centralità del capitale umano, agendo più come mentor e abilitatore di nuove competenze che come tradizionale controllore dei processi. La tecnologia può supportare le decisioni; la responsabilità della decisione deve restare umana.
Quali sono oggi i principali ostacoli che impediscono alle competenze manageriali di esprimere pienamente il potenziale del sistema Paese italiano?
CUZZILLA: L’ostacolo maggiore è la persistenza di strutture organizzative rigide e burocratizzate, che frenano la velocità decisionale. L’Italia sconta ancora un forte deficit di cultura meritocratica: troppo spesso si assiste a una frammentazione dei processi o a modelli contrattuali ingessati, soprattutto in settori strategici come la ricerca o le infrastrutture pubbliche. A questo si aggiunge la scarsa propensione di molte Pmi a investire in managerialità esterna e qualificata, un limite strutturale che blocca la produttività e rallenta l’adozione di standard europei e globali.
Cida mette insieme realtà della dirigenza pubblica e privata. Quanto è importante rafforzare il dialogo tra questi due mondi e quali competenze possono mettere in comune?
CUZZILLA: Questo dialogo non è solo importante, è vitale per la modernizzazione dell’Italia. Pubblico e privato devono smettere di parlarsi come mondi separati. La dirigenza privata può trasferire metodologie agili, orientamento ai risultati ed efficienza nella gestione dei costi; la dirigenza pubblica offre una profonda cultura della legalità, della stabilità istituzionale e una visione orientata all’interesse collettivo. Il terreno comune su cui investire è la governance della complessità: la capacità di attuare progetti complessi, come quelli del Pnrr, unendo l’efficienza manageriale al rispetto del bene pubblico.
Che cosa dovrebbe cambiare nel modo in cui il decisore pubblico ascolta e coinvolge le rappresentanze del mondo manageriale?
CUZZILLA: Il decisore pubblico dovrebbe passare da una logica di consultazione formale a un coinvolgimento strategico ex-ante. Spesso i manager vengono ascoltati quando le norme sono già scritte, col solo scopo di applicarle. Chiediamo un cambio di paradigma: poter contribuire alla fase di progettazione delle politiche, portando l’esperienza concreta di chi sarà poi chiamato ad attuarle. Chi gestisce quotidianamente ospedali, scuole, ministeri e aziende ha il termometro reale di ciò che è fattibile e di ciò che rischia di rimanere lettera morta. Coinvolgere chi dovrà attuare le norme aiuta a valutarne prima la fattibilità, a ridurre la distanza tra decisione e attuazione e, soprattutto, a rendere le riforme più efficaci.
La valorizzazione del merito e delle competenze è centrale per la dirigenza. L’Italia sta riuscendo a trattenere e attrarre abbastanza talenti manageriali o rischia di perdere capitale umano qualificato?
CUZZILLA: Siamo di fronte a un allarme rosso per il capitale umano qualificato. L’Italia fatica terribilmente ad attrarre talenti internazionali e difficilmente riesce a trattenere i propri migliori profili. I motivi non sono solo economici e legati al cuneo fiscale, ma riguardano la qualità dei percorsi di carriera. I giovani talenti cercano contesti dinamici, trasparenti e realmente meritocratici. La questione, quindi, non è soltanto come trattenere i giovani, ma quale patto siamo in grado di proporre loro. Dobbiamo costruire un Paese nel quale studiare, acquisire competenze e assumersi responsabilità produca reali opportunità di crescita. Se non riusciremo a farlo, rischiamo di perdere una parte decisiva del capitale umano di cui avremo bisogno nei prossimi vent’anni. E per un Paese che invecchia, questo è un rischio che non possiamo permetterci.
Cida parla di responsabilità sociale, senso etico e trasparenza come elementi distintivi della dirigenza. Come è cambiato il rapporto tra responsabilità manageriale e responsabilità verso la società?
CUZZILLA: Il perimetro della responsabilità manageriale si è progressivamente ampliato. Al risultato economico si affianca sempre più chiaramente la responsabilità per gli effetti che le decisioni producono sulle persone, sulle comunità e sull’ambiente. Nell’era dell’intelligenza artificiale, della trasparenza digitale e delle grandi transizioni, generare valore economico resta essenziale, ma non può essere separato dalla capacità di produrre valore sociale, tutelare il lavoro e costruire sostenibilità nel tempo. L’etica non è un costo o un accessorio d’immagine, ma un pilastro della competitività di lungo periodo. E c’è un altro elemento che considero fondamentale: la fiducia. Un dirigente non gestisce soltanto risorse e processi, gestisce anche fiducia. E senza fiducia nessuna organizzazione, pubblica o privata, può affrontare trasformazioni profonde.
Quali interventi sul mercato del lavoro e sull’organizzazione delle imprese sarebbero necessari per aumentare la produttività italiana senza scaricare il peso della trasformazione sui lavoratori?
CUZZILLA: Per aumentare la produttività senza scaricare il costo della transizione sui lavoratori, la ricetta è chiara: serve un profondo rinnovamento strutturale che coniughi strategie organizzative e riforma fiscale. La strada per rilanciare il Paese non passa dai bonus a pioggia, ma da una svolta radicale nei modelli di gestione e nella giustizia contributiva. Dobbiamo incentivare fiscalmente il welfare aziendale, scommettere su uno smart working orientato ai risultati e promuovere una flessibilità negoziata che migliori la conciliazione tra vita privata e lavorativa. Al tempo stesso, è fondamentale spingere sulla contrattazione di secondo livello legata a obiettivi reali di efficienza, usando gli sgravi fiscali per girare i guadagni di produttività direttamente sulle buste paga dei dipendenti. Ma produttività e lavoro qualificato chiamano in causa anche il tema fiscale.
Come Cida, denunciamo da tempo uno squilibrio insostenibile nel nostro sistema contributivo: il 19% dei contribuenti – ovvero chi dichiara dai 35mila euro lordi in su, la forza trainante di lavoratori specializzati, quadri e manager – paga da solo oltre il 65% dell’Irpef complessiva. Questo meccanismo penalizza il merito e frena i consumi. È un controsenso chiedere alle aziende e alle persone maggiore qualificazione, per poi vanificare i loro sforzi salariali con una tassazione sproporzionata che “spreme” sistematicamente il ceto medio dipendente. Per questo chiediamo una revisione profonda delle detrazioni, il taglio del cuneo fiscale, l’estensione degli scaglioni intermedi e un contrasto serio e senza sconti all’evasione fiscale.
La base imponibile va allargata, smettendola di attingere sempre dalle stesse tasche. È anche qui che si gioca la tenuta del ceto medio. Se gli aumenti salariali vengono assorbiti dal prelievo fiscale e, al crescere del reddito, si riduce l’accesso alle agevolazioni, avanzare nel lavoro rischia di non tradursi in un reale miglioramento delle condizioni economiche.
Riequilibrare questo rapporto non significa chiedere privilegi, ma evitare che il peso della trasformazione ricada proprio su chi contribuisce maggiormente a sostenerla. La trasformazione digitale ed ecologica sarà sostenibile per i lavoratori solo se lo Stato tornerà a dare il giusto valore alle competenze e al lavoro qualificato.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2026 (numero 8, anno 9)
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