La Manovra 2027 apporta cambiamenti alle pensioni tra adeguamenti all’inflazione e Irpef sul ceto medio. Il risultato è un doppio effetto che potrebbe non premiare tutti allo stesso modo. A partire da gennaio 2027, alcuni pensionati potrebbero vedere l’aumento ridotto, mentre chi ha redditi sopra i 50.000 euro potrebbe ottenere un piccolo sconto fiscale.
Per capire chi ci guadagna e chi ci perde, le novità della Manovra che interessano sono la rivalutazione delle pensioni a sei fasce e l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 55.000 euro.
Manovra 2027: novità
Tra le novità della Manovra 2027, che al momento è solo un testo approvato dal Consiglio dei Ministri che deve passare all’esame del Parlamento, troviamo due misure utili per rispondere alla domanda su quali siano i pensionati che ci guadagneranno e quelli che ci perderanno.
Si tratta di:
- rivalutazione delle pensioni a sei fasce applicata all’intero assegno;
- estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 55.000 euro.
Entriamo nello specifico.
Rivalutazione delle pensioni
Per quanto riguarda la rivalutazione, sappiamo che l’Inps adegua gli assegni al costo della vita e fino al 2026 il meccanismo funzionava per scaglioni, come l’Irpef. Una quota dell’assegno era rivalutata al 100%, mentre la parte eccedente era valutata con percentuali più basse.
La differenza è che dal 2027 questo meccanismo cambia e la rivalutazione è sull’intero importo.
Le fasce riportate prevedono:
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Quindi, chi ha un assegno fino a 2.447,40 euro lordi al mese non dovrebbe perdere nulla perché la rivalutazione resta piena. Ma se si supera di poco il limite si riceve un aumento minore.
Il calcolo riportato da Businessonline:
con l’inflazione ipotizzata al 2,9%, una pensione da 3.000 euro ottiene 73,95 euro lordi in più al mese, mentre una da 3.100 euro ne ottiene solo 47,67. Il primo arriva a 3.073,95 euro, il secondo a 3.147,65 euro, con un divario finale di appena 74 euro a fronte di 100 euro di differenza di partenza. Un euro in più di pensione, sopra i 3.059,25 euro, può costare circa 28 euro lordi al mese di aumento.
Lo stesso schema del 2023: cosa ha detto la Corte costituzionale
Il meccanismo delle sei fasce applicate all’intero assegno non è una novità assoluta. Un sistema analogo era già stato utilizzato dal governo nel 2023 e nel 2024, quando la rivalutazione piena era stata riservata alle pensioni fino a quattro volte il minimo, con percentuali via via più basse per gli importi superiori. Su quelle regole si è espressa la Corte costituzionale, che le ha ritenute legittime: per i tagli applicati in quegli anni, quindi, non sono previsti rimborsi.
È proprio questa pronuncia a lasciare al governo la possibilità giuridica di riproporre il calcolo sull’intero importo. La differenza rispetto al sistema per scaglioni non è da poco: con le regole in vigore fino al 2026 la prima parte della pensione riceveva sempre l’adeguamento pieno, mentre con il nuovo schema chi supera una soglia vede ridursi la percentuale su tutto l’assegno. Il passaggio più penalizzante è poco sopra i 3.059,25 euro lordi, dove si scende dall’85% al 53% dell’inflazione sull’intera pensione.
Irpef: novità per il secondo scaglione
L’altra novità è il secondo scaglione Irpef che sale da 50.000 a 55.000 euro come soglia di reddito alla quale si applica il 33% invece che il 43%.
Secondo le stime, la misura interesserà 3,2 milioni di contribuenti.
Quanto perdono i pensionati?
Con il vecchio sistema di rivalutazione, sempre ipotizzando l’inflazione al 2,9% per 13 mensilità:
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Businessonline fa un esempio di calcolo per una pensione da 3.500 euro:
con il vecchio metodo la rivalutazione era al 100% fino a 2.447,40 euro, al 90% sui 611,85 euro successivi e al 75% sui restanti 440,75 euro. L’aumento era di 96,53 euro;
con il nuovo metodo si applica il 53% a tutto l’importo per un aumento di 53,80 euro.
Attenzione: il taglio non è una tantum, ma un danno che si accumula nel tempo perché le rivalutazioni future partiranno dall’importo più basso.
Per i pensionati con assegni alti, il taglio della rivalutazione sarà compensato dal bonus Irpef. In definitiva a perderci sono le fasce medie, perché non otterranno alcun beneficio Irpef.
Il saldo netto tra rivalutazione e Irpef: le simulazioni
Per capire davvero chi ci rimette, bisogna mettere insieme le due misure. Da un lato la perdita sulla rivalutazione, che va considerata al netto delle tasse: l’aumento mancato sarebbe stato comunque soggetto a Irpef. Dall’altro il risparmio dovuto all’estensione dello scaglione al 33% fino a 55.000 euro, che vale il 10% del reddito compreso tra 50.000 e 55.000 euro, cioè al massimo 500 euro l’anno.
La simulazione ipotizza un’inflazione del 2,9%, 13 mensilità, nessun altro reddito oltre alla pensione e le aliquote Irpef al 23%, 33% e 43%. Non considera addizionali regionali e comunali né detrazioni, quindi va letta come una stima indicativa.
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I numeri confermano il quadro: il saldo resta negativo per gran parte delle pensioni sopra i 2.447,40 euro e diventa leggermente positivo solo intorno ai 4.500 euro lordi. Lì il beneficio Irpef pieno supera la perdita netta, anche perché l’aumento mancato sarebbe stato tassato al 43%. Il caso più penalizzato è quello delle pensioni intorno ai 3.500 euro, che scendono al 53% della rivalutazione senza alcun vantaggio fiscale. Paradossalmente, una pensione da 4.000 euro perde più di una da 4.500: ottiene solo una parte del beneficio Irpef, perché il suo reddito annuo supera di poco i 50.000 euro.
Chi ci guadagna?
Abbiamo capito chi ci perde, ma chi ci guadagna? Saranno i pensionati con assegni di circa 4.500 euro lordi, per i quali i bonus Irpef pareggiano la perdita sulla rivalutazione.
Mentre a perderci sarà proprio il ceto medio, quelli con un assegno tra 2.447,41 e circa 3.850 euro lordi che subiranno il taglio e non avranno accesso al bonus Irpef. A perderci saranno anche i pensionati con assegni molto alti, oltre i 6.000 euro lordi, o chi supera di poco le soglie.
Quando si vedranno gli effetti sul cedolino
Gli effetti delle due misure, se confermate, si vedranno a partire da gennaio 2027. La percentuale di rivalutazione usata nelle simulazioni, il 2,9%, è però solo un’ipotesi. Il dato provvisorio sarà fissato da un decreto del ministero dell’Economia, che di solito arriva a novembre (lo scorso anno è stato firmato il 19 novembre), e l’eventuale differenza con l’inflazione definitiva sarà recuperata con il conguaglio dell’anno successivo.
Anche le nuove aliquote Irpef entrerebbero in vigore dal 2027. Per i pensionati è l’Inps, in qualità di sostituto d’imposta, ad applicare le trattenute mensili, con eventuali conguagli. Il testo deve comunque essere approvato dal Parlamento entro il 31 dicembre e potrebbe cambiare durante l’esame. Per verificare l’importo effettivo basterà consultare il cedolino di gennaio nell’area MyInps, accessibile con Spid, Cie o Cns.
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