#Finsubito news – Boom dell’AI, Wall Street frena i finanziamenti


Una nuova carenza di risorse minaccia il boom dell’intelligenza artificiale, mentre Wall Street comincia a raggiungere i limiti dei capitali che è disposta a mettere a disposizione della Silicon Valley. I cosiddetti hyperscaler, i grandi operatori che gestiscono infrastrutture cloud su vasta scala, stanno già affrontando carenze di chip, materiali e altre risorse fisiche necessarie per sviluppare le infrastrutture dedicate all’AI. Allo stesso tempo, stanno esaurendo anche il proprio capitale politico, a causa della crescente opposizione degli elettori alla costruzione accelerata di data center.

Ora, però, anche il flusso di finanziamenti comincia a ridursi. Secondo quanto riferito da alcune fonti al Financial Times, OpenAI ha abbassato l’obiettivo della sua ultima raccolta di capitali da 30 a 20 miliardi di dollari. Una decisione arrivata dopo aver ottenuto impegni di investimento per circa 11 miliardi, meno della metà dell’obiettivo iniziale, secondo il Wall Street Journal. Anche una delle principali agenzie di rating del credito ha contribuito a rendere la Silicon Valley meno attraente agli occhi dei mercati del debito. Venerdì scorso, S&P Global ha rivisto al ribasso l’outlook sul merito creditizio di Meta, portandolo da “stabile” a “negativo”, citando il flusso di cassa negativo e le incertezze relative ai piani di investimento in conto capitale.

Nel frattempo, il responsabile dei finanziamenti ai settori tecnologia, media e telecomunicazioni di una grande banca europea ha dichiarato la scorsa settimana a Bloomberg che l’istituto si sta avvicinando al limite dei prestiti che può concedere al settore, considerando la sua già significativa esposizione. Eppure, gli ultimi risultati trimestrali indicano che le aziende tecnologiche intendono continuare a investire somme enormi, una prospettiva che ha contribuito a far scendere i loro titoli in Borsa. Si prevede che un ristretto gruppo di hyperscaler investirà 800 miliardi di dollari quest’anno e oltre 1.000 miliardi nel 2027.

“Ora sta emergendo un’altra preoccupazione: esistono davvero capitali sufficienti per finanziare gli ambiziosi piani di investimento nell’AI di tutti?”, si è chiesto la scorsa settimana Ed Yardeni, veterano di Wall Street. In una nota pubblicata negli stessi giorni, Yardeni ha evidenziato una serie di segnali d’allarme. Il Ceo di Broadcom, Hock Tan, ha avvertito che la disponibilità di capitali potrebbe diventare il principale ostacolo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il Ceo di BlackRock, Larry Fink, ha dichiarato che la competizione per accedere ai finanziamenti è la più intensa che abbia mai osservato nella sua carriera. Jensen Huang, Ceo di Nvidia, ha invece sottolineato che la domanda da parte dei cosiddetti neocloud, operatori specializzati nella fornitura di capacità di calcolo per l’AI, è “fuori scala”, mentre i capitali disponibili sono limitati.

Il boom dell’AI richiederà migliaia di miliardi di dollari

Nei prossimi anni saranno necessari ulteriori finanziamenti per migliaia di miliardi di dollari, perché molte aziende del settore dell’intelligenza artificiale non riescono ancora a sostenere autonomamente i propri investimenti. Secondo una stima della società di ricerca Gartner, i proprietari dei data center dovranno generare ricavi cumulativi per 8.500 miliardi di dollari entro la fine del decennio per giustificare gli investimenti effettuati.

Tuttavia, si prevede che entro quella data i data center genereranno non più di 3.600 miliardi di dollari di ricavi legati all’intelligenza artificiale, provenienti da aziende e consumatori. Di conseguenza, le società tecnologiche continuano a rivolgersi ai mercati finanziari per raccogliere nuovi capitali.

Lunedì Oracle ha annunciato l’intenzione di raccogliere 20 miliardi di dollari attraverso l’emissione di azioni e obbligazioni. L’annuncio arriva dopo che Elon Musk ha dichiarato che SpaceX ha concluso un’operazione di finanziamento tramite debito da 40 miliardi di dollari, Meta ha comunicato piani per raccogliere 95 miliardi di dollari attraverso capitale proprio e Microsoft ha ottenuto 25 miliardi di dollari tramite debito.

Meta avverte: raccogliere capitali sta diventando più difficile

Anche le aziende del settore riconoscono che l’accesso ai finanziamenti si sta facendo più complicato. In un recente documento ufficiale, Meta ha fatto riferimento a un “contesto sempre più difficile per la raccolta di capitali”, suggerendo che potrebbe essere necessario accelerare le operazioni di finanziamento anziché rallentarle.

“Il Comitato speciale ha considerato che, sebbene la società disponga attualmente di risorse finanziarie sufficienti per le proprie esigenze, per finanziare il fabbisogno futuro sarebbe prudente procedere prima che un numero ancora maggiore di aziende abbia assorbito i capitali disponibili sul mercato”, si legge nel documento. Naturalmente, Wall Street potrebbe anche diventare più selettiva nella scelta delle aziende di intelligenza artificiale da finanziare, continuando a concedere prestiti ai soggetti con una solida affidabilità creditizia ed escludendo quelli finanziariamente più fragili.

La scorsa settimana, gli analisti di Bank of America hanno osservato che i capitali rimangono abbondanti per le società con rating investment grade, ovvero considerate sufficientemente affidabili dal punto di vista creditizio, e per i progetti sostenuti da garanzie o impegni dei fornitori. Tuttavia, queste operazioni di finanziamento cosiddette “circolari”, nelle quali i rapporti finanziari tra fornitori e clienti possono alimentarsi reciprocamente, sono finite sempre più sotto osservazione. Nonostante ciò, Bank of America continua a rilevare indicatori anticipatori positivi per i produttori di chip destinati all’intelligenza artificiale anche in vista del prossimo anno.

La concorrenza per i capitali coinvolge anche il governo americano

Le aziende tecnologiche, però, non sono le uniche a rivolgersi a Wall Street per ottenere finanziamenti. Nell’ultimo anno fiscale, il governo federale degli Stati Uniti ha registrato un deficit di quasi 2.000 miliardi di dollari, senza che si intraveda una fine alla sua politica di spesa elevata. Una situazione che esercita ulteriori pressioni sul mercato obbligazionario.

La crescente necessità di finanziare il debito pubblico si aggiunge quindi alla domanda di capitali proveniente dalle aziende tecnologiche, intensificando la competizione per le risorse finanziarie disponibili. “Tutti questi fattori messi insieme significano sostanzialmente che, in questo momento, abbiamo una carenza di capitali e un’abbondanza di buone idee nelle quali dovremmo investire”, ha dichiarato il mese scorso alla Cnbc Torsten Slok, capo economista di Apollo.

Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com.


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