Semplificare un quadro normativo diventato troppo complesso, senza abbassare la guardia contro l’elusione fiscale. È l’obiettivo dell’omnibus sulla tassazione diretta, presentato dalla Commissione europea il 24 giugno 2026.
Negli anni l’Ue ha introdotto regole per agevolare le attività transfrontaliere, evitare la doppia imposizione e contrastare l’elusione. Norme adottate in momenti e con scopi diversi che, secondo la Commissione, oggi si sovrappongono creando costi per imprese e amministrazioni. Pesa anche l’arrivo del Pillar Two, l’imposta minima globale del 15% per i grandi gruppi concordata in sede Ocse/G20, che in alcuni casi può generare obblighi duplicati e rischio di doppia imposizione economica.
Il tema si inserisce nel dibattito sulla competitività europea seguito ai rapporti Draghi e Letta. La semplificazione è una delle cinque priorità della tabella di marcia “One Europe, One Market”, concordata da Parlamento, Consiglio e Commissione ad aprile 2026, che include l’omnibus fiscale tra le iniziative da portare avanti entro fine 2027.
Il pacchetto presentato il 24 giugno comprende due proposte: la rifusione della direttiva sulla cooperazione amministrativa (DAC) e l’omnibus sulle imposte dirette, che interviene su sei direttive: società madri e figlie, interessi e canoni, fusioni, antielusione (ATAD), risoluzione delle controversie e FASTER. L’iter è quello della procedura di consultazione: il Parlamento esprime un parere, il Consiglio decide all’unanimità. In commissione ECON il relatore è Ľudovít Ódor (Renew, Slovacchia).
La proposta estende le esenzioni dalla ritenuta alla fonte sui pagamenti tra società di Stati membri diversi, eliminando le soglie minime di partecipazione (oggi 10% per dividendi, 25% per interessi e canoni) e i periodi minimi di detenzione. L’esenzione sui dividendi verrebbe estesa anche a certe istituzioni pensionistiche. Gli Stati non potrebbero più richiedere autorizzazioni preventive, pur restando possibili controlli successivi e l’applicazione delle norme antiabuso. Rimborsi entro un anno e interessi sui ritardi anche per la direttiva madri-figlie.
Per interessi e canoni verso Paesi terzi che non tassano il reddito o applicano aliquota zero, e senza ritenuta nello Stato della fonte, scatterebbe una nuova clausola: o si applica la ritenuta o si nega la deduzione al pagatore. Restano in genere esclusi i gruppi coperti da Pillar Two, con alcune condizioni legate ai regimi side-by-side e alle imposte minime nazionali (QDMTT).
La neutralità fiscale della direttiva fusioni verrebbe estesa a fusioni semplificate, scissioni per separazione e trasformazioni transfrontaliere.
Sul limite alla deducibilità degli interessi, la soglia del 30% dell’Ebitda diventerebbe obbligatoria, così come la franchigia di 3 milioni di euro (indicizzata all’inflazione, in vigore dal 2032). Sarebbero esclusi i prestiti da terzi non collegati usati per l’attività propria, gli anni con Ebitda in calo di almeno il 50%, i finanziamenti a progetti di pubblica utilità più ampi di quelli attuali e, in via temporanea, certi investimenti nella difesa. Diventerebbero obbligatori anche la clausola di gruppo e il riporto in avanti degli interessi non dedotti; sparirebbe l’esenzione opzionale per le società autonome.
Novità assoluta: una deduzione comune europea per i beni materiali usati per la R&S. Le imprese potrebbero dedurre l’intero costo nell’anno di spesa o nei quattro successivi, a condizione di usare i beni esclusivamente per la ricerca per almeno tre anni consecutivi. Gli Stati potrebbero mantenere regimi più favorevoli.
Ancora, per le società controllate estere (CFC) resterebbe solo il modello A (interessi, canoni, dividendi), con esenzioni per le Pmi e per i gruppi coperti da Pillar Two. Verrebbe abrogata la norma sulle asimmetrie ibride importate, giudicata dalla Commissione poco applicata e difficile da far rispettare. La clausola generale antiabuso varrebbe espressamente per tutte le imposte dirette sulle società, comprese le ritenute e le imposte integrative del Pillar Two.
Sulla risoluzione delle controversie, tutti i contribuenti coinvolti potrebbero presentare reclamo con una finestra di 30 giorni al posto del deposito simultaneo, avrebbero 30 giorni per completare le istanze incomplete e le autorità dovrebbero informarli subito se non c’è soluzione, senza attendere i due anni della procedura amichevole.
Gran parte delle misure si applicherebbe dal 1° gennaio 2029; la franchigia obbligatoria da 3 milioni dal 2032, le modifiche principali alle esenzioni sulle ritenute dal 2037.
Le posizioni delle istituzioni.
Nella risoluzione del 6 ottobre 2026 il Parlamento ha chiesto progressi sulla semplificazione, avvertendo che non deve indebolire trasparenza e tutele antielusione né gravare sulle Pmi, e ha giudicato fonte di ulteriore complessità l’intesa side-by-side. Il Consiglio, nelle conclusioni del marzo 2025, aveva chiesto di ridurre gli adempimenti ma di mantenere le salvaguardie. Il Comitato economico e sociale europeo adotterà un parere specifico a gennaio 2027; la Bce considera le procedure sulle ritenute una barriera agli investimenti; la Corte dei conti Ue, nel 2024, aveva segnalato lacune nell’attuazione dell’ATAD.
Le stime della Commissione.
Una call for evidence ha raccolto 117 risposte, quasi il 70% da imprese e associazioni di categoria; circa il 77% chiedeva più armonizzazione e meno discrezionalità nazionale. Secondo la valutazione d’impatto, il pacchetto potrebbe ridurre i costi di conformità di circa 6,6 miliardi di euro l’anno, di cui circa 2 miliardi di costi amministrativi ricorrenti. Il Comitato per il controllo normativo aveva chiesto prove più solide, soprattutto su R&S e abrogazione della norma sugli ibridi; la Commissione ha rivisto il documento.
I dubbi degli Stati.
Venti Stati membri hanno inviato commenti preliminari dopo la riunione del gruppo Antici del 13 luglio, precisando che non rappresentano posizioni definitive. Diversi temono ripercussioni sul gettito e si chiedono se la misura vada oltre la semplificazione limitando il potere impositivo nazionale. La Germania sottolinea che eliminare le ritenute cambierebbe profondamente la tassazione alla fonte; la Repubblica Ceca dubita della necessità di abolire le soglie di partecipazione; la Spagna chiede conto dell’impatto diseguale tra Paesi esportatori e importatori di capitale. La Francia teme che la clausola sui Paesi terzi possa essere aggirata con aliquote appena sopra lo zero.
Sulle norme antielusione, i Paesi Bassi chiedono se potranno mantenere regole nazionali più severe. Divisi sull’abrogazione della norma sugli ibridi importati: contraria l’Austria, favorevole la Romania. Sull’esenzione CFC per i gruppi Pillar Two, la Polonia dubita che offra pari protezione, Italia e Portogallo suggeriscono di considerare le imposte minime nazionali, la Croazia è favorevole; Lussemburgo e Lettonia temono l’eliminazione del modello B.
Due parlamenti nazionali, quello ceco e quello svedese, hanno adottato pareri motivati sul rispetto del principio di sussidiarietà, contestando soprattutto la deduzione europea per la R&S. La commissione Politiche Ue della Camera italiana ha invece ritenuto la proposta coerente con sussidiarietà e proporzionalità, chiedendo stime più precise dei costi di adeguamento.
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