6 Novembre 2026
La legge di Bilancio 2027 prevede tagli all’adeguamento delle pensioni al costo della vita, con risparmi per lo Stato di oltre 2,6 miliardi in tre anni. Tania Scacchetti, segretaria generale dello SPI CGIL: «Le pensioni saranno usate ancora una volta come bancomat». Una delle ragioni dello sciopero generale del 20 novembre.
Ancora una volta sono i pensionati a contribuire al finanziamento della manovra economica attraverso una riduzione del potere d’acquisto dei propri assegni. Il disegno di legge di Bilancio per il 2027 ripropone infatti un meccanismo di rivalutazione delle pensioni meno favorevole rispetto a quello attualmente in vigore, con effetti destinati a protrarsi anche negli anni successivi.
Secondo le stime contenute nella manovra, la riduzione degli adeguamenti all’inflazione delle pensioni superiori a quattro volte il trattamento minimo, circa 2.447 euro lordi mensili, consentirà allo Stato di risparmiare 2,66 miliardi di euro nel prossimo triennio. Una cifra quasi equivalente ai 2,55 miliardi stanziati per il fondo destinato a favorire nuove forme di flessibilità in uscita dal lavoro.
Il risultato è un evidente paradosso: mentre si annunciano nuove possibilità di pensionamento anticipato, si riduce il valore delle pensioni già in pagamento.
Scacchetti: «Le pensioni ancora una volta come bancomat»
La denuncia arriva da Tania Scacchetti, segretaria generale dello SPI CGIL nazionale, che ha espresso un giudizio fortemente critico sulle scelte previdenziali del Governo. Nel suo intervento del 2 novembre, Scacchetti sottolinea la distanza tra gli annunci sulla difesa delle famiglie e le misure effettivamente contenute nella legge di Bilancio.
Il problema principale è il nuovo intervento sulla perequazione delle pensioni, cioè il meccanismo che consente di adeguare gli assegni all’aumento del costo della vita.
La segretaria generale dello SPI ricorda che, secondo le stime sindacali, negli ultimi trent’anni i pensionati hanno già perso quasi 100 miliardi di euro a causa delle ripetute modifiche al sistema di rivalutazione. Non si tratta di aumenti aggiuntivi o di privilegi da difendere. La perequazione serve semplicemente a impedire che l’inflazione riduca progressivamente il valore delle pensioni. Eppure, denuncia Scacchetti, si continua a intervenire sugli assegni di chi ha concluso la propria vita lavorativa, sottraendo risorse a persone che hanno versato contributi per decenni.
Una perdita che si accumula negli anni
La manovra ripropone un sistema di rivalutazione a scaglioni di importo complessivo, simile a quello adottato nel 2023 e nel 2024. Superata una determinata soglia, la percentuale ridotta di adeguamento viene applicata all’intero assegno e non soltanto alla parte eccedente.
Per le pensioni superiori a quattro volte il minimo, la rivalutazione prevista varia dall’85% dell’inflazione fino al 32% per i trattamenti più elevati.
Secondo le simulazioni pubblicate dal Sole 24 Ore, ipotizzando un’inflazione del 2,8%, una pensione di 3.000 euro lordi mensili perderebbe oltre 11 euro al mese di rivalutazione rispetto al sistema attuale. Per una pensione di 3.600 euro la perdita salirebbe a quasi 42 euro mensili.
Ma l’aspetto più grave riguarda gli effetti nel tempo. La rivalutazione non riconosciuta non viene recuperata negli anni successivi: gli aumenti futuri saranno calcolati su un importo già penalizzato, determinando una perdita permanente. Come sottolinea Scacchetti, il peso di queste misure non ricade soltanto sulle pensioni più elevate, ma anche su una vasta fascia di pensionati con assegni medio-alti, frutto di una vita di lavoro e di contributi.
Pensioni minime e potere d’acquisto: risposte insufficienti
La manovra non offre risposte adeguate neppure a chi percepisce i trattamenti più bassi. In assenza di nuovi interventi straordinari, l’importo minimo ordinario nel 2027 salirebbe, secondo le ipotesi di rivalutazione utilizzate nella manovra, a circa 629 euro lordi mensili. Rispetto al trattamento maggiorato attualmente corrisposto, l’aumento effettivo sarebbe di poco superiore a 9 euro al mese. Un incremento insufficiente a recuperare pienamente l’aumento dei prezzi, soprattutto per le persone anziane che devono affrontare spese crescenti per alimentazione, abitazione, energia e salute. Lo SPI CGIL chiede da tempo un sistema di rivalutazione stabile, certo e più favorevole ai pensionati, insieme a interventi per migliorare i trattamenti più bassi, anche attraverso l’ampliamento della platea dei beneficiari e l’aumento della quattordicesima. Il problema non riguarda soltanto le condizioni economiche degli anziani. Molti pensionati, infatti, utilizzano parte del proprio reddito per aiutare figli e nipoti, sostenendo famiglie alle prese con salari insufficienti, precarietà e difficoltà abitative.
Il 20 novembre sciopero generale: pensioni, salari, sanità e giustizia fiscale
La difesa del potere d’acquisto delle pensioni è una delle ragioni dello sciopero generale proclamato dalla CGIL per venerdì 20 novembre.
La mobilitazione contesta una legge di Bilancio che non affronta le principali emergenze sociali del Paese e chiede un cambiamento delle priorità economiche del Governo. Al centro delle rivendicazioni ci sono pensioni dignitose e pienamente rivalutate, il blocco dell’aumento dell’età pensionabile, salari più alti, un fisco più equo e progressivo, maggiori risorse per la sanità pubblica, la scuola, l’assistenza e la non autosufficienza. La CGIL chiede inoltre di contrastare la precarietà, sostenere le nuove generazioni e destinare maggiori risorse ai bisogni sociali anziché all’aumento delle spese militari.
Anche lo SPI CGIL Brianza sarà impegnato nella mobilitazione, con iniziative territoriali previste per il 18 novembre, in preparazione dello sciopero generale.
La partecipazione dei pensionati nasce dalla consapevolezza che i diritti di chi è già in pensione non possono essere contrapposti a quelli di chi lavora e delle nuove generazioni.
Difendere il valore delle pensioni, garantire salari dignitosi, rafforzare la sanità pubblica e costruire un sistema previdenziale più equo sono parti della stessa battaglia.
Perché un Paese più giusto non si costruisce impoverendo i pensionati, ma garantendo diritti, redditi adeguati e servizi pubblici di qualità a tutte le generazioni.
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